AGCOM RAI multa
Il "cavallo morente" di Francesco Messina nella sede Rai di Viale Mazzini, Roma. Fonte: LaPresse/Fabio Cimaglia

Il 14 febbraio scorso l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) ha irrogato una multa di 1,5 milioni di euro alla RAI. La concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo avrebbe infatti violato i principi di indipendenza, imparzialità e pluralismo dell’informazione. Queste violazioni sono emerse dopo un “monitoraggio costante e continuo dal quale sono emersi numerosi episodi riguardanti la programmazione diffusa dalle tre reti generaliste”.

Il comunicato dell’AGCOM delinea una violazione sistematica dei diritti d’informazione da parte della RAI. È evidente perché una televisione pubblica debba garantire indipendenza, imparzialità e pluralismo, e lo spiega bene ancora una volta il comunicato dell’Autorità: il fine è quello di “[…] garantire l’apprendimento e lo sviluppo del senso critico, civile ed etico della collettività […] del diritto e dovere di cronaca, della verità dei fatti e del diritto ad essere informati”. Si tratta in altri termini di impedire un appiattimento delle coscienze dei cittadini e di nutrirne il senso critico dandogli prospettive ed opinioni diverse su uno stesso fatto.

I rilievi dell’AGCOM: sotto-rappresentazione, niente voce per le minoranze né contraddittorio politico

La delibera in cui l’Autorità motiva la multa alla RAI segnala diversi tipi di violazioni. Dal monitoraggio dei notiziari delle tre reti televisive pubbliche tra agosto 2019 e gennaio 2020, è emersa anzitutto una “costante, reiterata e sistematica sotto-rappresentazione della prima forza politica presente in Parlamento“, il M5S. Infatti analizzando i tempi di parola degli esponenti delle forze politiche in TV, il Movimento ha totalizzato il 19,99%, mentre Lega e PD hanno ottenuto rispettivamente il 20,48% e il 23,15%. La stortura sta nel fatto che la rappresentanza parlamentare del M5S è superiore a quella degli altri due partiti (pari al 32,8% alla Camera e al 31,11% al Senato), ma stando ai dati appena citati non avrebbe altrettanta forza mediatica. Lo stesso trend lo si è ravvisato nei programmi di approfondimento politico.

Ulteriori violazioni sono state segnalate nei confronti delle minoranze, sia quelle che hanno loro rappresentanti in Parlamento (come +Europa), sia quelle che, pur non avendoli, costituiscono voci storiche del dibattito politico (Federazione dei Verdi, Partito Radicale). Per queste, l’Autorità ha anche lamentato la sostanziale esclusione” dalla programmazione RAI, “specie in fasce orarie di maggior ascolto“, in contrasto con l’obbligo previsto dal contratto di servizio di “apertura alle diverse formazioni politiche e sociali“.

Il giudizio è assolutamente negativo, poi, sul contraddittorio tra i personaggi politici nei programmi di approfondimento. In particolare lo spazio lasciato al confronto tra i leader di partiti e movimenti è pari a zero, mentre il più usato è il metodo dell’intervista di un solo politico con uno o più giornalisti. La conseguenza è che è precluso al cittadino “formarsi una propria opinione autonoma, anche sulle priorità dell’agenda politica“. Giudicata come negativa è anche la pratica di trasmettere sui notiziari i video che i leader politici pubblicano sui propri account social.

La programmazione troppo partisan (di destra) e il circo dei luoghi comuni

Un’altra prassi distorsiva segnalata dall’AGCOM con vari esempi è quella degli “editoriali univoci“, approfondimenti che vengono trattati da un solo punto di vista politico (che, negli esempi citati, è quello della Lega). L’Autorità ha segnalato il caso, fra gli altri, del servizio del TG2 dello scorso maggio sulla Svezia e il suo presunto modello fallimentare di accoglienza, rilanciato anche dall’allora ministro Salvini. In quell’occasione è intervenuta la stessa Ambasciata del Paese scandinavo che ha denunciato, sul proprio sito, la parzialità e incompletezza delle informazioni mandate in onda dalla RAI. In un momento peraltro abbastanza delicato – stava per esserci il rinnovo del Parlamento europeo – in cui quello dell’immigrazione era un tema caldo, e quindi la correttezza dell’informazione era di fondamentale importanza.

Ma ci sono esempi ancora più inquietanti. Come l’intervista del TG2 del 25 gennaio 2019 a Steve Bannon, presentato in studio come “teorico della destra sovranista americana“, che è stato semplicemente chiamato a esprimere giudizi sui leader delle forze di governo italiane di allora senza specificare a che titolo, e per quali motivi. O ancora, il servizio del TGR Emilia Romagna del 28 aprile 2019 su un raduno di nostalgici fascisti a Predappio per l’anniversario della morte di Mussolini, con tanto di intervista alla nipote, presente alla commemorazione. Rileva l’AGCOM che in quel servizio sono state raccolte “dichiarazioni al limite dell’apologia del fascismo senza alcuna stigmatizzazione o commento da parte dell’intervistatore“, col rischio che l’ascoltatore percepisse una “rappresentazione nostalgica del periodo fascista“.

Ulteriori criticità sono state rilevate dall’AGCOM nella programmazione sulle recenti elezioni regionali.

L’AGCOM ha ricevuto diverse segnalazioni in relazione a servizi propagandistici sulle “visite ad Ostia, a Tor Pignattara e in Emilia Romagna del leader della Lega“. L’effetto è stato quello di avvantaggiare e pubblicizzare un’unica voce politica, proprio perché i leader – nel caso di specie, Salvini – sono “intervistati in contesti verosimilmente ‘di parte’, circondati dall’entusiasmo dei sostenitori in un clima ‘partisan'”. Questo a prescindere dal far conoscere ai cittadini il merito del programma politico, che invece passa in secondo piano.

La RAI ha violato il contratto di servizio anche alimentando pregiudizi. L’Autorità ha citato fra gli altri il caso dell’omicidio del vice-brigadiere Mario Cerciello Rega. In merito alla vicenda, il TG2 del 26 luglio scorso ha attribuito la responsabilità a due nordafricani, senza alcuna verifica preventiva. Questo in un periodo in cui parte della politica fomenta le discriminazioni (l’Autorità ha parlato di “attuale clima di percezione distorta e diffuso pregiudizio“), nel quale quindi è essenziale esaminare bene i fatti, prima di farli circolare.

Ma il rafforzamento degli stereotipi non si ferma qui. Il 25 gennaio scorso, durante il programma Mattina in Famiglia, il conduttore Tiberio Timperi, rivolgendosi a un concorrente calabrese che aveva chiesto aiuto per il quiz musicale, ha risposto “l’aiutiamo, l’aiutiamo, altrimenti poi – come dire, andremo a fare i piloni della Salerno-Reggio Calabria“. In entrambi i casi, la RAI permettendo violazioni del genere ha leso la coesione sociale, alimentando luoghi comuni inconsistenti. Per finire, ad essere oggetto di segnalazioni è il Festival di Sanremo, durante il quale è stata fornita una “scorretta rappresentazione dell’immagine femminile“. Una stortura non nuova della programmazione della TV di Stato.

La RAI per parte sua ha annunciato che ricorrerà al TAR contro la multa dell’AGCOM. Il provvedimento dell’Autorità infatti avrebbe leso la propria libertà editoriale e d’impresa.

Fra vecchi e nuovi problemi: per la RAI governa chi ha la voce (mediatica) più grossa?

I problemi storici che la TV pubblica italiana porta con sé sono lo spoil system e la pratica di lottizzazione delle reti. Lo spoil system è la consuetudine che a chi detiene la maggioranza di governo spettino le nomine della direzione RAI, in particolare del consiglio di amministrazione. Quest’ultimo infatti, secondo le modifiche apportate dalla legge 220/2015 – varata sotto il governo Renzi –, è composto da sette membri: quattro eletti dai due rami del Parlamento, due dal Consiglio dei Ministri, uno dall’assemblea dei dipendenti dell’azienda.

L’attuale amministratore delegato, Fabrizio Salini, è stato scelto dal Governo e nominato alla carica dallo stesso C.d.A. (che ha anche il potere di revocarlo). A sua volta l’amministratore delegato propone al C.d.A. le nomine dei direttori di rete e il consiglio esprime il suo parere, che però non è vincolante.

La lottizzazione invece è un modo sui generis di interpretare il pluralismo. Le forze politiche in Parlamento si dividono i principali TG RAI: la prima rete è di solito “riservata” alla maggioranza di governo, mentre le altre sono progressivamente assegnate alle forze politiche minori.

Stavolta però è successo qualcosa di diverso e che dà da pensare.

Non si tratta infatti di una palese programmazione filo-governativa, e ne è una dimostrazione il fatto che il gruppo parlamentare numericamente maggiore (il M5S) è mediaticamente sotto-rappresentato. Invece è sorprendente come la TV di Stato abbia veicolato in diverse occasioni messaggi di destra. Quasi a voler dare risonanza a una parte di opinione pubblica (questa sì) sovra-rappresentata a livello mediatico. Sembra che la rete televisiva abbia fatto da tramite a quelle stesse idee che popolano massicciamente i social media. Del resto ne è una testimonianza, denunciata dalla stessa AGCOM, la pratica di mandare in onda i video dei personaggi politici maggiormente influenti. E non è un caso che fra questi spicchi l’ex ministro Salvini, che può contare su una macchina mediatica di tutto rispetto e su una fortissima attività social.

Le violazioni descritte dall’AGCOM risalgono per la maggior parte al periodo di governo M5S-Lega e restituiscono una precisa immagine di chi, fra le due forze politiche, detenesse effettivamente il “governo mediatico” del Paese. In questo squilibrio di forze che potrebbe ripetersi (basta che un leader politico abbia una buona macchina mediatica alle spalle per monopolizzare le reti televisive), la stessa AGCOM sembra dare un “consiglio” alla RAI del futuro, perché rispetti al meglio il pluralismo dell’informazione. Nella delibera l’Autorità afferma che “l’obiettivo di una informazione plurale dovrebbe sempre accogliere e dar spazio anche a posizioni non mainstream e di sfida allo status quo, sempre rispettando “i requisiti di informazioni veritiere e corrette“.

Probabilmente l’Autorità ha colto nel segno. L’opinione pubblica – quella sana, che ha ancora desiderio di allenare il proprio senso critico – ha fame di voci fuori dal coro. Più che altro perché il coro ha smesso da un bel po’ di cantare a dovere.

Raffaella Tallarico

1 commento

  1. È un articolo ben scritto, snello nell’argomentazione e che condivido nel contenuto, bravissima.La tua mamma calabrese di nascita e formazione

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