Donne discriminate: è questo il futuro che non vogliamo
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Nel 2011 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito la Giornata Internazionale delle Bambine e delle Ragazze, celebrata l’11 ottobre. Nonostante il tempo passato, le riflessioni che nel corso degli anni hanno voluto mettere in luce il gender gap e gli interventi attuati, la vita di donne e bambine è ancora costellata da vuoti culturali, sociali e legislativi.

Violenze sessuali, gravidanze precoci, spose bambine, dispersione scolastica, sono solo alcuni dei fenomeni che destano preoccupazione. L’Unicef e il dossier InDifesa hanno voluto testimoniare la gravità della situazione e la brutalità degli eventi cui sono soggette le donne.

Le violenze sessuali durante i conflitti

Secondo i dati Istat, il 20% delle donne – circa 4 milioni – hanno subìto violenza sessuale nel corso della propria vita. In molti casi, lo stupro è preceduto da episodi di violenza psicologica messa in atto da ex partner che non accettano la fine della relazione. Altre volte, invece, il carnefice è una persona sconosciuta che sceglie la propria vittima in modo casuale.

Credit: Istat

Le Nazioni Unite si sono però soffermate sulla denuncia di un aumento dei casi di violenza sessuale durante i conflitti bellici, in particolar modo a seguito della guerra tra Russia e Ucraina. Nel 2021 sono state verificate 3.293 denunce di violenze subite da soldati e militari: «Dopo il massacro di Bucha furono ritrovate venticinque bambine e ragazze, catturate e trattenute in schiavitù sessuale, per ben tre settimane. (…) Gli stupri di massa sono un’arma di guerra che insieme ai bombardamenti a tappeto, ai massacri, alle fosse comuni, alle torture e alle deportazioni mirano a distruggere le identità di un popolo».

Al dolore della guerra che sta distruggendo il proprio paese, si aggiunge il dolore dello stupro spesso perpetrato da più soldati che con fierezza dichiarano di voler sottomettere non solo gli uomini al fronte, ma anche le loro mogli e figlie, affermando così la propria superiorità. Migliaia di donne, a fronte di questo tragico evento, hanno dovuto fare i conti con un’altra triste realtà, quella dell’aborto clandestino. Costrette a fuggire dalle macerie della propria terra, il popolo ucraino ha cercato rifugio in Polonia, il Paese dell’Unione europea con la legislazione più restrittiva in materia. L’aborto è dichiarato legale solo in caso di stupro, incesto, o se la gravidanza costituisce un serio pericolo per la vita della donna. Ma di fatto neanche in questi casi è semplice abortire. Dichiarata la propria volontà di interrompere una gravidanza frutto di stupro, prende avvio un iter burocratico che spesso si protrae nel tempo fino a non poter più rendere possibile l’aborto. Nel caso delle donne ucraine stuprate dai soldati russi la questione si fa più complessa: individuare l’autore (o gli autori) della violenza e accertare che il rapporto sessuale sia avvenuto contro la volontà della donna non è possibile. L’aborto clandestino rimane quindi l’unica strada da percorrere.

Spose bambine e gravidanze precoci

Un matrimonio precoce viola i diritti di ogni bambina, futura ragazza e donna, perché priva dei diritti fondamentali di ogni persona: il diritto al gioco, all’istruzione, alla salute, il diritto di pensare e di scegliere. Le spose bambine non vedranno mai questi diritti concretizzarsi nella propria vita perché costrette a sposare uomini molto più grandi di loro, generalmente imposti dalla figura paterna. Il fenomeno è diffuso soprattutto nell’Asia meridionale e nell’Africa subsahariana. Ogni anno sono migliaia le bambine cedute in matrimonio. Questo comporta ad esempio l’abbandono scolastico – con conseguente aumento dell’analfabetismo femminile – derivante dall’obbligo di occuparsi della casa e della famiglia; comporta rapporti sessuali non desiderati, dunque episodi di violenza fisica e sessuale da cui derivano gravidanze precoci. Il fisico di una bambina o di una giovane ragazza non è ancora pronto e formato per poter ospitare una vita al suo interno, pertanto le conseguenze di una gravidanza precoce possono ripercuotersi non solo sul feto che potrebbe presentare malformazioni o potrebbe non sopravvivere, ma anche e soprattutto sulla stessa sposa bambina in quanto potrebbero insorgere complicazioni e condurla alla morte. «Le gravidanze precoci provocano ogni anno 70.000 morti fra le ragazze di età compresa tra 15 e 19 anni. (…) Un bambino che nasce da una madre minorenne ha il 60% delle probabilità in più di morire in età neonatale, rispetto a un bambino che nasce da una donna di età superiore a 19 anni. E anche quando sopravvive, sono molto più alte le possibilità che debba soffrire di denutrizione e di ritardi cognitivi o fisici».

Credit: Save the Children

La dispersione scolastica

129 milioni di bambine e ragazze nel mondo non hanno accesso all’istruzione. A livello globale, i tassi di iscrizione tra maschi e femmine si stanno avvicinando alla parità, ma il gender gap si allarga se si prendono in considerazione i tassi di completamento del percorso scolastico. Se dunque in passato i dati sembravano mostrare un omogeneo tasso di dispersione scolastica tra i ragazzi e le ragazze, oggi il fenomeno desta preoccupazione poiché riguarderebbe la sola sfera femminile.

Credit: Eurostat

Durante il lockdown dovuto alla pandemia da Covid19, un ostacolo all’istruzione delle donne è derivato dall’aumento del carico di lavori domestici: molte ragazze hanno dovuto occuparsi della casa, dei pasti, della cura di genitori e fratelli, trascurando così la propria formazione e il proprio ruolo di studentesse.

«Le ragioni che spingono le giovani donne a non intraprendere percorsi di formazione e a non avere un impiego sono diverse: ci sono gli impegni legati alla famiglia e alla cura dei figli, ma anche un mercato del lavoro che privilegia l’assunzione di giovani uomini. (…) Le ragazze fanno più fatica a ottenere un contratto a tempo indeterminato, e anche quando lo conseguono guadagnano meno.»

È un fenomeno che non fa notizia, ma che condanna le protagoniste di questa triste vicenda ad un futuro incerto fatto di opportunità lavorative inaccessibili, di mancata indipendenza economica, di scarsa autonomia ed autostima.

Aborto selettivo: bambine mai nate

In molti paesi ancora vige l’aborto selettivo attraverso cui si sceglie di portare avanti o interrompere la gravidanza sulla base del sesso del nascituro, prediligendo i bambini a discapito delle bambine: quelle mai nate dal 1970 ad oggi sono circa 142 milioni. Dai figli maschi ci si aspetta che garantiscano l’economia familiare, che si prendano cura dei genitori anziani, essendo inoltre i principali beneficiari dell’eredità. Al contrario, sulle figlie femmine grava il peso della dote che i genitori devono pagare alla famiglia dello sposo.

Solo nel 1994 in India è stata approvata una legge che vieta di determinare il sesso prima della nascita al fine di scongiurare un’interruzione di gravidanza, mentre in Cina è stata abolita la politica del figlio unico che aveva spinto migliaia di famiglie a procedere con l’aborto delle bambine per potersi assicurare la discendenza di un figlio maschio.

È un problema assai diffuso in molti Paesi dove l’accesso all’istruzione è negato a molti, dove la cultura maschilista e patriarcale ha ben salde le sue radici.

Cambio di rotta

I progressi sono lenti. Abbiamo bisogno di interventi mirati, volti ad offrire gli strumenti necessari per diffondere un’educazione che prevenga e contrasti le disparità di genere, che conceda pari opportunità sin dai primi anni di vita, che non riduca l’uomo e la donna a mere figure categorizzate in ruoli prestabiliti. Abbiamo bisogno di interventi che mettano in discussione la cultura odierna affinché tutti possano adoperarsi per il raggiungimento di un obiettivo comune, quello di cambiare la sorte delle donne. È importante agire sulla cultura, sulla società; garantire la possibilità di investire sul proprio futuro; è importante autodeterminarsi, con sicurezza e consapevolezza.

È importante vivere la propria vita nel modo esatto in cui la si desidera, ed è per questo che tuttǝ noi dobbiamo lottare.

Aurora Molinari

Pugliese, classe 1997. Da bambina sognavo di diventare una giornalista, o magari una scrittrice. Oggi sono invece un'educatrice, specializzata nel disagio sociale, con la passione per la scrittura. E non solo.

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