William Shakespeare, «Il racconto d’inverno»: la tragicommedia e il tempo
Pieter Bruegel il Vecchio, Il censimento di Betlemme 1566 (Wikipedia Commons)

William Shakespeare compose la tragicommedia in cinque atti Il racconto d’inverno tra la fine del 1610 e l’inizio del 1611: difatti l’opera esordì al Globe Theatre di Londra il 15 maggio 1611, tuttavia il primo testo de Il racconto d’inverno fu quello dell’in-folio del 1623: non esisteva altra edizione o stampa mentre il Bardo dell’Avon era in vita. William Shakespeare compose la tragicommedia nella stagione invernale contemporaneamente alla scrittura del dramma La tempesta; ragion per cui tra quest’ultime creazioni v’era una stretta affinità di linguaggio e struttura, però le lampanti analogie emergevano finanche con le opere drammaturgiche precedenti Pericle, Principe di Tiro del 1608, Cimbelino, Re di Britannia del 1609 e poi col successivo dramma storico Enrico VIII del 1612-1613.

Dunque, quest’ultimi drammi di William Shakespeare furono classificati dagli studiosi nella categoria late romances (drammi romanzeschi), poiché si contraddistinguevano per la difficoltà nell’essere pienamente riconosciuti tra le commedie o tra le tragedie, inoltre presentavano molteplici similitudini con i romanzi letterari medievali. Il termine romances fu coniato nel 1875 dal critico irlandese Edward Dowden in un suo saggio sul drammaturgo inglese, pertanto le composizioni shakespeariane manifestavano particolari caratteristiche: tonalità mistiche e oniriche con rimandi al gotico e al fiabesco, trame redentive con remissioni e riconciliazioni, un deus ex machina, scenari regali e pastorali, infine lo stravolgimento degli schemi teatrali.

La passione sperimentale e il rifiuto iconoclastico di Shakespeare gli consentirono di discostarsi nettamente dall’unità teatrale di luogo e di tempo, ossia dalla staticità spaziale e dalla progressione cronologica. Dunque, abbandonò le rigide convenzioni cinquecentesche e di conseguenza anche il metodo neo-aristotelico che si era sforzato incessantemente di adattare qualsiasi opera al letto di Procuste della Poetica. In tal modo il drammaturgo inglese arricchì le polisemie delle sue opere e inscenò il ritmo altalenante della vita stessa.

Il racconto d’inverno fu un classico esempio di adattamento d’un romanzo in spettacolo popolare, chiaramente in endecasillabi sciolti e con l’aggiunta di canzoni e danze folcloristiche. Del resto questa era una pratica molto diffusa nel periodo elisabettiano, infatti la fonte di William Shakespeare fu Pandosto: il trionfo del Tempo, ossia un romanzo d’intrigo e d’avventura scritto per un pubblico colto nel 1588 da Robert Greene. Quest’ultimo dal suo letto di morte, nel settembre del 1592, lanciò i propri strali contro la prassi teatrale del Bardo, soprattutto contro la sua abitudine a riadattare a piacimento le opere altrui.

William Shakespeare
William Shakespeare (Cultora)

Tuttavia il dramma shakespeariano prende il suo titolo dalle parole d’uno dei suoi personaggi, il giovane Mamillio, che nell’incipit del secondo atto dice: «una storia triste è più adatta all’inverno». Difatti Il racconto d’inverno è una sorta di fiaba-commedia malinconica e commovente con un lieto fine a sorpresa adatta alle lunghe serate invernali, e si dipana attraverso un periodo di molti anni con costanti salti temporali e al contempo percorre molti luoghi.

William Shakespeare, Il racconto d’inverno: il potere dell’immaginazione e del tempo

La trama de Il racconto d’inverno è governata dal tempo: un elemento extra-diegetico, quindi al di là delle volontà e dei timori dei singoli. Dal punto di vista drammaturgico l’opera è strutturata come un dittico: nella prima parte vi sono i connotati d’una tragedia, mentre nella seconda parte la trama volge verso il lieto fine.

La vicenda narrata è quella di Polissene, il re di Boemia, e Leonte, il re di Sicilia, legati sin dall’infanzia da una sorta d’amicizia ideale. Polissene va a rendere omaggio al re di Sicilia, e permane sull’isola per circa nove mesi al termine dei quali cerca di prender commiato dall’amico per rientrare nel proprio regno. Ma Leonte, spiacente per la partenza, supplica l’amico di restare e a tal proposito invita anche la propria consorte, Ermione, di dissuadere Polissene dal dover rientrare in Boemia. Seppur inizialmente inamovibile, Polissene cede alle lusinghe di Ermione e decide di prolungare il proprio soggiorno; Leonte però è turbato dall’eccesivo affiatamento tra i due. Difatti il re di Sicilia dubita fortemente della moglie ormai in avanzato stato di gravidanza, e s’insinua in lui il sospetto che la paternità dell’infante non sia sua ma dell’amico Polissene.

«Passione, la tua intensità pugnala il cuore. Tu fai possibile l’impossibile, sei della natura dei sogni – come può essere? – Ti associ all’irreale e consorti col nulla. Perciò è assai credibile che tu possa associarti a qualsiasi cosa; e così fai, ben oltre il lecito, ed io lo vedo qui, al punto che il cervello se ne infetta, mentre la fronte s’indurisce». (Monologo di Leonte – Atto I)

William Shakespeare caratterizza il detto: fortis imaginatio generat casum. Infatti roso da una gelosia nichilistica, Leonte incarica Camillo, barone di Sicilia, d’avvelenare l’amico d’infanzia; il barone sebbene non voglia opporsi al re non intende macchiarsi dell’omicidio, infatti avverte Polissene che a sua volta fugge e porta con sé Camillo pur di risparmiargli l’eventuale pena inflittagli dal re. La fuga però avvalora i sospetti di Leonte, che allontana il suo piccolo figlio, Mamillio, dalla madre, e poi dopo pesanti ingiurie rinchiude in una cella la stessa Ermione nonostante la gravidanza. Le pessime condizioni di detenzione le procurano un parto prematuro, cosicché dà alla luce una bimba chiamata Perdita.

«E così son confermato nella mia condanna! Il mio sospetto era verità! Ah, se potessi ancora dubitare! Quanta maledizione nella mia conferma! Un ragno può trovarsi nella tazza, e uno può bere, e andarsene, senza esserne avvelenato (perché il suo sapere non è infetto); ma se si mostra l’aborrito ingrediente all’occhio suo, se lo s’informa di cosa ha bevuto, la gola gli sconquassa, e i fianchi, il vomito violento. Io ho bevuto e ho visto il ragno». (Monologo di Leonte – Atto II)

William Shakespeare rimanda alla cieca follia già trattata nell’Otello. Dunque, Leonte per via dei suoi assillanti sospetti decide d’interrogare l’Oracolo di Delfi e invia presso di lei due cortigiani, Cleomene e Dione, per raccoglierne il responso. Nel frattempo Paolina, coniuge di Antigono un barone di Sicilia, preleva la piccola Perdita dalla prigione e affronta Leonte giurando sull’innocenza di Ermione. Paolina viene bandita da corte e la piccola viene affidata ad Antigono, cui viene assegnato l’orribile compito di sbarazzarsene. Mentre si tiene il processo di Ermione, giunge il responso dell’Oracolo che dichiara casta e innocente la moglie del re: costei è ormai vittima della folle gelosia del consorte. A ciò s’aggiunge la morte per crepacuore del piccolo Mamillio, poiché privato dell’amore materno e logorato dall’odio paterno. Purtroppo Ermione dopo aver saputo della morte del figlio viene colta da un malore e muore poco dopo esser stata trascinata fuori dal tribunale. A Leonte, annientato dalla propria traumatica e delirante irrealtà, non resta che espiare il tragico rimorso per aver causato ingiustamente la morte della propria famiglia.

Nel contempo Antigono giunto sulle sponde della Boemia abbandona la piccola Perdita che viene ritrovata da un contadino e da un pastore. Costoro l’accudiscono con amore e intuiscono, dai tesori che la piccola ha con sé, le sue nobili origini. Antigono viene sbranato da un orso e la sua nave affonda: tale fatalità fa sì che in Sicilia nessuno sappia delle sorti di Perdita, risparmiata fortunatamente da morte certa.

William Shakespeare
Edvard Munch, Inverno (Pinterest)

Trascorsi quindici anni, Perdita diviene una splendida fanciulla e s’innamora di Florizel, figlio di Polissene, ignaro che lei fosse figlia di Leonte. D’altronde Florizel, pur di non svelare la propria reale identità, si camuffa agli occhi dei pastori come un loro simile, facendosi chiamare Doricle. Polissene e Camillo, desiderosi di capire le insolite frequentazioni di Florizel, si mascherano anch’essi da contadini e si presentano a una festa campestre ansiosi di pedinare il principe. William Shakespeare rappresenta la festa donandole un’abbagliante vitalità e arricchendola di canti, danze e di individui sui generis come il vagabondo Autolico, truffatore e ladro esperto.

William Shakespeare
Pieter Bruegel il Vecchio, Danza Nuziale, 1556 (ARTE.it)

Polissene, comprese le intenzioni del figlio di unirsi a Perdita, svela la propria identità e invita Florizel ad allontanarsi dalla fanciulla. Però Camillo consiglia al giovane di tentare una via di fuga, ossia presentarsi al cospetto di Leonte insieme a Perdita con il pretesto d’essere tornati per estinguere l’accusa di adulterio che Polissene si vide infliggere quindici anni prima; in tal modo Camillo sarebbe potuto tornare nella terra natìa, e avrebbe incalzato Polissene a rincorrere il figlio. Giungono in Sicilia, alla corte di Leonte, prima Florizel e Perdita, spacciata per principessa della Libia; poco dopo giungono Polissene e Camillo, e finanche Autolico e i pastori desiderosi di esprimere la verità sulla vita della fanciulla.

Leonte scopre l’identità di Perdita, Florizel riceve il consenso del padre a sposarla e Polissene ritrova nel re di Sicilia l’amico fraterno. Tutti si riuniscono nella dimora di Paolina per festeggiare. Ma nella dimora è custodita una statua dalle sembianze di Ermione, difatti Leonte si strugge dal dolore guardando com’essa sia perfettamente somigliante alla moglie. Paolina allora svela il mistero della statua: in realtà è Ermione stessa, trasformata in scultura per magia affinché non perisse di dolore. La padrona di casa rompe così l’incantesimo, riconducendo la regina a nuova vita.

William Shakespeare, Il racconto d’inverno Atto V (Shakespeare Italia)

In questo frangente il tempo e l’immaginazione si sostanziano nel rapporto problematico tra realtà e rappresentazione. Ossia lo sguardo abbacinato dall’enigma del tempo che crea la propria realtà.

Dunque, Il racconto d’inverno si conclude col tempo della riconciliazione e con il preannunciato matrimonio tra Camillo e Paolina e tra Florizel e Perdita.

«Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita». (William Shakespeare)

Gianmario Sabini

Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro Marx, Engels, Nietzsche, Beethoven, Stravinskij, John Bonham, i Black Sabbath, i Pantera, i Tool e i Kyuss. Detesto il moderatismo, il fanatismo, la spocchia dei/delle self-made man/woman, la tuttologia, Calcutta, i Thegiornalisti e Achille Lauro. Studio, scrivo articoli per LP e per Intersezionale, bevo sovente per godere dell'oblio, suono la batteria negli IVAS. Morirò.

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