madres paralelas almodòvar
Fonte immagine: leccotoday.it

È il racconto dell’altra madre, quello di “Madres Paralelas”. La madre ferita, saccheggiata, scavata, offesa, di Pedro Almodòvar. Quella celebrata nei colori della fotografia, nei dialoghi asciutti e drammatici, nei lunghi silenzi dei protagonisti. Almodòvar dirige una pellicola in cui le vicende si leggono e si sviluppano a partire dal tema dell’abbandono, della morte violenta e inaspettata, del dolore sordo nato dalla separazione violenta. Questa è la maniera del registra di raccontare la ferita ancora aperta delle fosse comuni dei desaparecidos (prigionieri politici scomparsi) della guerra civile spagnola del 1936-39.

L’universo femminile di Almodòvar

Sono due le madri raccontate da Almodòvar in Madres Paralelas, due le esperienze di maternità monca messe a confronto: la prima, sfaccettata e complessa, che prende forma dall’universo femminile costruito intorno alle due protagoniste; e poi la Spagna, anch’essa madre, anch’essa privata dei suoi figli.

Ci sono madri che scelgono sé stesse all’accudimento familiare, padri assenti, incapaci di gestire situazioni complesse, padri che fuggono. Ci sono madri entusiaste, che non rinunciano alla propria esperienza di maternità, anche se sole. E madri che non hanno paura di dirsi pentite, spaventate, nel pieno di una depressione post-partum. Un composito quadro di anime a rappresentanza della realtà, che non è fatta di giovani ragazze sempre felici di mettere al mondo altri esseri umani, sempre disposte a sacrificare sé stesse in nome di un valore e di un bene superiore.

Accanto alle madri, poi, ci sono le figlie, ferite, che, a modo loro, cercano la propria identità strappando i lembi già corrosi di un tessuto familiare soffocante. E ci sono le nipoti, che rimarginano le rotture delle precedenti generazioni, scelgono di non accettare il mistero della morte violenta e continuano a cercare.

È un universo femminile, quello di Almodovar. È l’universo delle relazioni umane e familiari, tenuto su dalle donne, e dell’esperienza della morte attraverso la lente dei vivi. La morte domina il racconto, innesca azioni e omissioni, è una sorta di rumore di fondo, una dimensione plastica in cui i personaggi avanzano lasciando la propria traccia.

Tante storie, un Manifesto Politico

Madres Paralelas è paradossalmente una matrioska di storie: un racconto che, potenzialmente, ne contiene in sé molti altri, innestati sul manifesto politico che Almodòvar porta alla luce. Una serie di vicende che però sbiadiscono all’approssimarsi della conclusione del film, al ritrovamento dei corpi in una fossa comune dell’entroterra spagnolo: avvenimento che chiude il cerchio, conferendo una sorta di circolarità narrativa all’intera pellicola.

Se l’intera storia ha avuto inizio dal dialogo tra Janis e il famoso antropologo sui “desaparecidos” circa la presenza di una possibile fossa comune da indagare, tutto finisce nel momento in cui questa necessità, quest’obiettivo posto dai due arriva a compimento. Ciò che accade durante sono vicende collaterali, l’avvicendarsi dei giorni e degli eventi che però non allontanano il focus del racconto dalla ricerca dei corpi dei desaparecidos spagnoli, figli che la madre Spagna ha riaccolto nel suo ventre e custodito nell’attesa di vederli venire alla luce di nuovo.

Il tema del nascosto, del “contenuto all’interno” diventa marchio di fabbrica della pellicola. Il racconto delle morti nascoste sotto terra non è solo e soltanto il focus dell’intero film, ma anche metafora del funzionamento della relazionalità umana.  La Storia e le storie, quelle personali, i moventi delle azioni, i moti del pensiero: in Madres Paralelas tutto è racchiuso all’interno di una cornice di significati e simbologie che, più dell’esplosione delle vicende, costituiscono i veri punti di contatto tra i personaggi del film, e le altre opere di Almodòvar. Le vicende restano infatti a metà, in un universo di non detto, di non sviluppato, di storie monche che non vengono esplorate e di cui intravediamo solo alcune sfaccettature: l’inquietudine di Ana (Milena Smit) e il suo il rapporto di gelosia/possessività nei confronti di Janis (Penélope Cruz) o la ricostruzione del rapporto tra le due protagoniste, ad esempio.

Parti narrative e percorsi emotivi di cui non sapremo mai nulla, se non l’esito, e che riguardano soprattutto il personaggio di Ana, mentre di Janis – vera conduttrice dello spettatore all’interno della storia – riusciamo ad apprendere solo quelle informazioni funzionali al raggiungimento del vero quid che muove la storia: disseppellire i propri morti, nascosti sotto la terra spagnola. La terra nasconde, la terra svela.

Ed è proprio dalla terra insanguinata che Madres Paralelas trae il suo monito e lascia il suo insegnamento fondamentale: la vita trova sempre i suoi spazi, e come sostanza liquida vi si adegua, autonomamente. Si stringe negli spazi angusti, stretti, in cui sembra difficile il passaggio, si allarga, conquista nuove posizioni quando invece non c’è ostacolo. Il messaggio di Almodòvar è chiaro: la vita trova sempre il modo di aggiustarsi. Per questo, non c’è motivo di preoccuparsene. È della morte, piuttosto, che i vivi dovrebbero occuparsi.

Edda Guerra

Classe 1993, sinestetica alla continua ricerca di Bellezza. Determinata e curiosa femminista, con una perversa adorazione per Oriana Fallaci e Ivan Zaytsev, credo fermamente negli esseri umani. Solitamente sono felice quando sono vicino al mare, quando ho ragione o quando mi parlano di politica, teatro e cinema.

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