Dolore e morte nella poesia classicista di Ugo Foscolo
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Poeta e guerriero dall’animo impulsivo e razionale, a cavallo tra due secoli ricchi di cambiamenti politici e sociali, Ugo Foscolo è un classicista che nelle sue opere non trascura le tematiche del dolore e della morte. In una vita segnata da lutti, tradimenti e disgrazie, Foscolo si è distinto per il suo spirito autonomo e per il suo enorme senso di patriottismo carico di ideali democratici e di libertà.

Vicende biografiche di Ugo Foscolo

Nato nella sua tanto amata e ricordata Zacinto nel 1778, Ugo Foscolo ricevette una formazione classica basata sullo studio del greco e del latino e successivamente sull’apprendimento dell’italiano. Trasferitosi a Venezia nel 1792, cominciò a frequentare i salotti delle nobildonne dell’epoca spinto da un’enorme curiosità intellettuale e mondana. Foscolo incontrerà il poeta Ippolito Pindemonte, futuro dedicatario del carme “Dei Sepolcri” e si dedicherà allo studio e alla lettura dell’Iliade e delle tragedie intrise di dolore di Vittorio Alfieri.

Fiducioso della politica messa in atto da Napoleone, Foscolo aveva individuato nel membro del Direttorio francese un liberatore, un responsabile dell’organizzazione di un nuovo ordine sociopolitico. Quando però il 17 ottobre 1797 Napoleone firmò il Trattato di Campoformio che sanciva lo smembramento dei territori veneziani tra Austria, Francia e Repubblica Cisalpina, Foscolo è costretto a ripudiare violentemente la figura del generale francese e pieno di dolore e delusione, lasciò Venezia alla volta di Milano.

In giro per l’Italia e circondato dalla conoscenza dei grandi letterati dell’epoca tra cui Giuseppe Parini e Vincenzo Monti, Ugo Foscolo si dedica a comporre odi, sonetti e romanzi: tra questi spicca il poemetto “Le Grazie”, il romanzo epistolare “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” e il carme “Dei Sepolcri”. Nelle sue opere si focalizzerà sul dolore, sulla morte e su una visione materialistica della realtà. Con la disfatta di Napoleone a Lipsia nel 1813 e con il ritorno degli Austriaci in Italia, Foscolo non ha alternative se non quella dell’esilio: si trasferisce prima in Svizzera e poi a Londra dove morirà in miseria e in povertà nel 1827.

La morte e il dolore nella lirica foscoliana

Le tematiche del dolore e della morte caratterizzano una parte della poesia di Foscolo che risulta un modo di esprimere la propria interiorità e i sentimenti pi# profondi. Senza dubbio, tra i più famosi sonetti foscoliani si ricorda “In morte del fratello Giovanni”: redatto tra l’aprile e il luglio del 1803, si tratta di un sonetto carico di dolore e di compianto per il fratello Giovanni morto suicida a Venezia in presenza della madre. Celebre è la prima quartina del sonetto:

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
     Di gente in gente; mi vedrai seduto
     Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
     Il fior de’ tuoi gentili anni caduto:

Nella prima quartina, Foscolo piange il fratello Giovanni: pieno di dolore per il lutto subito e triste per il fatto di essere un esule in giro per l’Europa del tempo, il poeta promette di fargli visita al cimitero e di posarsi sulla sua pietra a piangere per il dolore causato da questa improvvisa perdita. Nella seconda quartina, il poeta dà un ruolo di fondamentale importanza a sua madre che è oramai anziana e addolorata per la perdita materiale del figlio defunto e per la consapevolezza di avere un figlio fuggitivo.

Per cercare di affievolire il dolore, la madre si reca ogni giorno al cimitero e alle ceneri del figlio che la morte gli ha portato via, racconta di un figlio vivo ma non presente fisicamente. L’io lirico invoca la pace raggiunta dal fratello nella morte e spera che in futuro le sue spoglie potranno rientrare in patria:

Questo di tanta speme oggi mi resta!
     Straniere genti, l’ossa mie rendete
     Allora al petto della madre mesta.

Il carme dei Sepolcri

Nel 1804 fu esteso in Italia l’Editto di Saint Claud: Napoleone aveva sancito che le sepolture venissero poste fuori dalle mura delle città per motivi igienici e che tutte le tombe dovevano essere uguali proprio sulla base del principio illuministico dell’uguaglianza. Il carme “Dei Sepolcri” fu scritto da Foscolo nel 1806 ed era dedicato all’amico Ippolito Pindemonte che si era cimentato nella stesura di un carme dedicato alle sepolture, alla morte e al dolore.

Il carme “Dei Sepolcri” è composto di 295 versi endecasillabi sciolti e può essere suddiviso in quattro parti. Nella prima parte (vv. 1-90) viene presentato subito il tema della morte e delle urne funerarie, ricordo di dolore e di lutto. Ma la tomba diventa una corrispondenza di amorosi sensi: serve a chi è ancora in vita a rendere il dolore più sopportabile, ad avvicinare l’umano al divino:

Celeste è questa
Corrispondenza d’amorosi sensi,
Celeste dote è negli umani; e spesso
Per lei si vive con l’amico estinto
E l’estinto con noi

Alle amorose corrispondenze, segue nella seconda parte del carme un’attenta analisi delle concezioni della morte in ogni tempo e circostanza: in riferimento alla religione dei romani, Foscolo ricorda l’usanza di tenere nella domus le statuette degli dei da venerare; passa poi ad analizzare le immagini dei riti funebri cattolici come la sepoltura dei cadaveri sotto il pavimento delle chiese, il pagamento da parte degli eredi afflitti dal dolore per le preghiere in suffragio dell’anima del defunto per abbreviare il soggiorno in purgatorio. Segue poi il ricordo dei Campi Elisi come luogo degli spiriti eletti e il ricordo dell’ammiraglio Orazio Nelson il quale, dopo aver sconfitto i francesi che erano a bordo del vascello Orient, usò il legno dell’albero maestro per ricavarne la propria bara.

Foscolo ricorda allora che i sepolcri degli animi forti spingono gli animi forti all’emulazione: comincia così, nella terza parte del carme, la rassegna degli uomini illustri tumulati nella basilica di Santa Croce a Firenze. Il poeta cita il ghibellin fuggiasco Dante Alighieri (seppur in maniera erronea, dato che il sommo poeta era un guelfo bianco), Machiavelli e Alfieri: il dolore per la loro perdita può essere affievolito pensando che la loro fama è ancora forte e vivida e che il valore delle loro tombe costruite dopo la morte può aiutare gli uomini contemporanei a ritrovare la dignità.

Citando Omero, il cantore della guerra di Troia, nell’ultima parte del carme Foscolo ribadisce il valore eterno della poesia: mentre i sepolcri sono sottoposti all’usura del tempo che scorre inesorabile, la poesia e la lirica hanno un valore conservatore. In un universo fatto di morte e di dolore, la poesia è in grado di poter conservare la memoria degli uomini forti e illustri, di tutti quelli che hanno lasciato un segno indelebile nella loro esistenza terrena.

Arianna Spezzaferro

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