Banksy apre il suo primo e-shop: ecco cosa cambia adesso

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Banksy apre il suo primo e-shop: ecco cosa cambia adesso
Gross Domestic Product, Banksy
La vetrina del Gross Domestic Product, il negozio di Banksy

“I’m opening a shop. It sells arts, homewares and disappointment”. Sono queste le parole con cui Banksy ha annunciato, su Instagram, l’apertura di Gross Domestic Product™, il suo primo e-shop, mentre a Croydon – nel Sud della capitale inglese – aumenta la curiosità verso il “negozio che non apre mai il suo singolare store fisico”.

Sembrerebbe che prima ancora di aprire, lo store abbia già “chiuso i battenti”. Ma cosa cambia, nel mondo della Street Art, se anche il più noto e controverso street artist attualmente in circolazione decide di vendere le sue opere?

Sembra quasi un ossimoro, una contraddizione in termini, eppure è così: Banksy – l’artista dell’opera da 1,2 milioni di euro che si autodistrugge durante l’asta – ha registrato un suo marchio e dato il via alla vendita di oggetti “griffati” attraverso un canale online.  

Il writer inglese si è dunque venduto alla bieca mercificazione omnicomprensiva propria del nuovo millennio? Ha tradito l’ortodossia dell’arte di strada, permettendo la distribuzione di suoi feticci?

Nulla di tutto questo: sembrerebbe, infatti, che il noto artista stia cercando di risolvere un contenzioso legale con un’azienda di cartoline di auguri, colpevole di approfittare di un singolare diktat legislativo. Secondo la legge commerciale, infatti, se un dato marchio non viene utilizzato a fini commerciali dal legittimo proprietario, ne può essere disposta la cessione a terzi. Lo stratagemma adottato da Banksy, dunque, produce così il risultato voluto dalla legge di mercato, ossia generare profitto dall’arte – ma almeno egli lo fa a condizioni ben precise.

Bansky: l’ultimo dei romantici!

In perfetta continuità con il rifiuto dell’artista verso la fruizione codificata dell’arte e la sua esposizione all’interno dei complessi museali, il negozio di Croydon è totalmente inaccessibile e funge da semplice vetrina per i prodotti venduti nello store online. Qui il processo di vendita è ancor più atipico, in netto contrasto con il diffuso costume di vendere al miglior offerente: gli oggetti catalogati sono opere realizzate dall’artista stesso, talvolta anche ex novo, e, di conseguenza, soggetti a restrizioni nelle quantità. La prima novità? Il prezzo: non eccessivamente alto, in modo da concedere a tutti, non solo ai ricchi collezionisti, la possibilità di avere in casa un Banksy originale. Al momento del perfezionamento dell’acquisto, poi, viene posta all’acquirente una domanda sul senso dell’arte e sul significato ad essa attribuita: in caso di richieste eccedenti l’effettiva disponibilità di opere, sarà la risposta data a fare da discrimine per la scelta dell’acquirente. Una sorta di meccanismo meritocratico per il possesso di un pezzo di storia, un romantico espediente per evitare un processo di mercificazione sine limes. Un conto a sei zeri potrebbe effettivamente non essere sufficiente: Davide che combatte, con sagacia e un pizzico di ironia, contro un Golia invincibile. Come se ciò non fosse sufficiente, il writer inglese ha annunciato anche che i proventi verranno impiegati per l’acquisto di una nuova nave per la Ong Open Arms.  

Quale sarà il futuro per la Street Art?

Al di là degli escamotage fortemente simbolici (ma ancora di dubbia efficacia), la vicenda di Banksy solleva una nutrita serie di interrogativi e considerazioni in un contesto, quello della street art, in continua evoluzione e trasformazione dove, paradossalmente, l’aspetto più “rassicurante” nella sua immutabile reiterazione rimane proprio l’atteggiamento degli investitori che tentano di appropriarsi di una nicchia di mercato altamente redditizia e, attualmente, ancora non sfruttata.

Ci si potrebbe interrogare, ad esempio, su come la trasposizione mediale abbia di fatto già trasformato tale fenomeno e in quali nuove direzioni esso si stia attualmente muovendo. O ancora, sarebbe interessante riflettere sull’effettivo valore – prescindendo da quello economico – di un feticcio dell’Arte di Strada, dal momento che essa individua la ratio della sua esistenza nel suo carattere effimero e si sostanzia nella riappropriazione degli spazi urbani vomitati dalle forze economiche. E soprattutto, considerando tali premesse, è lecito permettere alla street art di cercare nuovi spazi espositivi permettendole di entrare anche nei musei?

Su quest’ultima possibilità il dibattito tra gli addetti ai lavori è in effetti molto acceso, e vede due fazioni opposte fronteggiarsi portando avanti le proprie ragioni cercando di farle assurgere a legge universale. Il Tradimento avversa la Tradizione

Il paradosso della libertà secondo Banksy

Da un lato c’è la fazione degli artisti di strada “ortodossi” che rifiutano con fermezza qualsivoglia espediente istituzionalizzante. Per questi, l’arte di strada è instancabile lotta, mezzo di informazione e denuncia, protesta pacifica ma assordante, opposizione ad un sistema economico-politico fondamentalmente bulimico. È la fazione di Blu, ad esempio, il writer marchigiano che nel 2016 invitò a distruggere (e distrusse egli stesso) le proprie opere dopo che nelle sale di Palazzo Pepoli, a Bologna, alcune di esse erano state esposte illecitamente, senza consenso dell’autore, per la mostra Street Art – Banksy & Co. Ad essi appartiene una concezione della street art del tutto inconciliabile con la possibilità di essere inseriti nel novero delle arti museali.       

Dall’altro, ci sono gli artisti, per così dire “concilianti”, i quali vedono nell’ingresso nei musei una sorta di legittimazione per un’arte troppo a lungo considerata di minore interesse perché sinonimo di periferia e malaffare. Un riconoscimento e, al contempo, un utile espediente per far conoscere la street art ad una platea sempre più ampia, rappresentandola attraverso nuove forme espositive, meno ingessate e dal carattere molto più innovativo. Ne è un esempio Fluctuart, il primo museo galleggiante interamente dedicato alla street art allestito a Parigi, lungo le sponde della Senna. Una galleria atipica che ha già ospitato mostre dei nomi più noti nel contesto dell’arte di strada (dallo stesso Banksy a Keith Haring), ma che si propone anche come spazio di condivisione e hub per gli artisti emergenti. O ancora, l’esperienza di Berlino con l’Urban Nation Museum for Urban Contemporary Art, il museo la cui facciata, concepita con elementi modulari, funge da tela per gli artisti che periodicamente vengono invitati ad esprimersi.   

Insomma, che in atto ci sia un cambiamento importante è assolutamente innegabile, ravvisabile già nel fatto che i nuovi artisti di strada non nascondono più la loro identità ma anzi, al contrario, rincorrono la notorietà e cercano forme di racconto più esplicite del solo segno grafico.  

I principi contro cui l’arte di strada si è sviluppata sembrano dunque averla fagocitata ma, inglobandola, hanno restituito qualcosa di diverso. Resta pertanto da chiedersi se si possa ancora parlare di street art o se si debba cercare un altro nome per questo genere artistico ibrido, maggiormente istituzionalizzato rispetto al passato ma che concorre a ridefinirne il carattere, concedendo ampi spazi di partecipazione. 

Dopotutto, stigmatizzare la nuova pelle della street art sarebbe un errore. Come se rifiutando il cambiamento non si producesse null’altro effetto se non quello di snaturarne ancora di più il senso: libertà dalle costrizioni esogene.

Edda Guerra

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