Dignità autonome di prostituzione: la casa chiusa dell'arte torna al Bellini

Il grande ritorno al Teatro Bellini dello spettacolo “Dignità autonome di prostituzione” di Luciano Melchionna, raccontato attraverso gli occhi di una spettatrice/cliente.

“Andate e godete” è l’augurio che accompagna l’apertura delle porte del Teatro Bellini di Napoli, espresso dalle tante ragazze in abiti succinti che accolgono gli spettatori/clienti. Avvolti da una soffusa luce verde, carica di speranze ed aspettative, entriamo. La scenografia è da togliere il fiato, abbraccia il teatro tutto, atrio e palchi, sipario e platea. Il palcoscenico è quasi completamente spoglio, adornato con due sole lampade accese e coperte da un sottile telo bianco, esattamente come gli attori presenti sulla scena intenti a contorcersi tra grida e lamenti, aggiungendo all’atmosfera già di per sé spettrale, un ulteriore accento sinistro. Al centro della sala privata dei sedili, divelti ed accatastati, quasi diventati parte della scenografia, un secondo palco intorno al quale ci invitano a prendere posto, rigorosamente sul nudo pavimento.

In men che non si dica lo spettacolo di “Dignità autonome di prostituzione” ha inizio: dagli ingressi laterali e da quello principale irrompono altri protagonisti che vanno ad unirsi a quelli già presenti sulla scena. Gli attori, completamente spogliati di abiti ed orpelli, recitano aggirandosi tra il pubblico in sala, indotto a seguirli con lo sguardo e a cercare di individuare da dove provengano le voci degli altri commedianti nascosti in alto sui palchetti. Nel frattempo il “bordello” si anima: dal sipario spunta Lia (interpretata da Daniele Russo), la direttrice transessuale di Almodovariana memoria di questa casa chiusa dell’arte che, insieme alla sua fidanzata ninfomane e all’anarchica, si lanciano in uno spassoso alterco con il cd “pappone” interpretato proprio dall’ideatore, nonché regista ed autore dello spettacolo: Luciano Melchionna. Dignità autonome di prostituzione: la casa chiusa dell'arte torna al Bellini

In occasione di questo botta e risposta, lo spettatore/cliente viene istruito sulla maniera di accaparrarsi le ‘prestazioni’ dei singoli attori/prostitute. A ciascun avventore è stato consegnato all’entrata un carnet di sei ‘dollarini’ da poter barattare in cambio delle cd ‘pillole di piacere’ ossia di monologhi classici e contemporanei composti principalmente dall’autore stesso. A questo punto ha inizio lo spettacolo vero e proprio in cui non solo l’attore, ma anche lo spettatore si trasforma in protagonista, parte attiva di una nuova forma di intrattenimento teatrale, dinamica e vitale. In questo bordello dell’arte il cliente/spettatore è libero di guardarsi intorno e scegliere la prostituta/attore che più lo aggrada e di farsi condurre nella sua stanza del piacere (artistico, s’intende). Una volta raggiunta l’alcova, coerentemente con il suo ruolo, l’attore/prostituta contratta il prezzo della propria prestazione e, dopo averlo riscosso, si appresta insieme al cliente/spettatore a consumare l’atto (teatrale, s’intende).

Con il budget di partenza e con le giuste capacità di contrattazione, è possibile assistere a circa quattro monologhi. Le performance degli attori di “Dignità autonome di prostituzione” percorrono un itinerario drammaturgico che si snoda attraverso classicismi e tematiche proprie della contemporaneità. Come il dialogo intitolato “La stanza del piacere”, interpretato da Lorenzo Balducci, che racconta l’incontro omosessuale e clandestino di due amanti. Lorenzo Balducci, destreggiandosi magistralmente nell’interpretazione di entrambi i personaggi protagonisti della vicenda, riesce a far vibrare le corde dell’anima dello spettatore/cliente che si ritrova improvvisamente catapultato in una realtà fatta di bugie e sotterfugi per poter sfuggire al bigottismo dilagante della società. Dignità autonome di prostituzione: la casa chiusa dell'arte torna al BelliniE ancora, il monologo di Martina Galletta, dal titolo “Diopuntointerrogativo”: una sorta di conversazione con un interlocutore inesistente, cieco e sordo alle richieste di aiuto da parte della protagonista che si professa “incapace di amare”. La struggente quanto torrenziale interpretazione di Martina Galletta sommerge di parole lo spettatore come un fiume in piena, restituendolo ad una dimensione ancestrale in cui l’uomo cerca disperatamente di trovare un contatto con Dio e di ottenere risposte agli interrogativi della vita, ma invano. Finendo, di conseguenza, per interpretare i silenzi a seconda del proprio io interiore, una sorta di solipsismo, di antropomorfizzazione del divino.

Particolarmente degno di nota il monologo interpretato da Mauro F. Cardinali, che ha fatto di una bottega dell’arte situata fuori dalle mura del teatro la sua alcova. In pochi secondi le pareti tappezzate di opere d’arte assumono una forma differente agli occhi dello spettatore, l’ambiente buio prende vita proiettando gli avventori di turno in un luogo diverso, una sorta di spogliatoio durante un pre-partita, in cui Mauro F. Cardinali si confessa attraverso un monologo a metà strada tra la poetica di Bukowski ed il discorso di Al Pacino nel film “Ogni maledetta Domenica”. Ne vien fuori una struggente introspezione, il ritratto di un uomo che ha perduto tutto, che si avvale dei benefici dell’alcol per dimenticare riuscendo ancora, nonostante le sue condizioni disperate, a trovare la forza di giocare e di vincere.

In occasione dello spettacolo al Teatro Bellini, “Dignità autonome di prostituzione” ha festeggiato dieci anni di palcoscenico, dieci anni di meritati applausi.

I protagonisti di questo show hanno varcato il sipario dei più grandi teatri d’Italia, aggiungendo di volta in volta nuovi monologhi e nuove storie da vendere ai propri clienti. “Dignità autonome di prostituzione” rappresenta per lo spettatore un’esperienza totalizzante, un teatro 2.0 che coinvolge i sensi tutti, che consente agli avventori di questa “casa chiusa dell’arte” di esplorare zone del teatro il più delle volte inaccessibili ai non addetti ai lavori, di visitare stanze e ripostigli illuminati da flebili luci rosse e scandagliare in questo modo le varie sfaccettature dell’animo umano. Il tutto condito dalla nota piccante che quest’allegoria della prostituzione conferisce all’insieme: l’attore costretto a guadagnarsi il pane, a mercificare la propria arte, a fare di piccole stanze buie il proprio personale palcoscenico a causa della moria dei teatri, vincolato alla volontà dell’autore/pappone e lasciato alla mercé di un pubblico che pretende di essere soddisfatto nelle sue voglie artistiche, col quale contrattare un prezzo, dare il resto e continuare a sorridere.

Sara Cerreto

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