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Le foreste assorbono sempre meno anidride carbonica, ed è una pessima notizia

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Foreste pluviali - anidride carbonica
Fonte immagine: pinterest.com

In questi giorni, in cui non sembra esserci spazio che per notizie, informazioni, comunicati sul coronavirus, qualcosa è sfuggito alla nostra attenzione e abbiamo dimenticato una particolare ricorrenza. Il 21 marzo, giorno in cui convenzionalmente cade l’equinozio di primavera, si celebra anche la giornata internazionale delle foreste. Peccato, però, che da festeggiare ci sia ben poco: gli alberi stanno morendo e, continuando così, oltre ai funerali per i ghiacciai scomparsi, dovremo presto prepararci a celebrare quelli per le care foreste estinte. A lanciare l’allarme un recente studio pubblicato sulla rivista Nature. Lo studio in questione, in particolare, si concentra sulla relazione esistente tra l’incremento della mortalità degli alberi e le maggiori quantità di anidride carbonica che si diffondono conseguentemente nell’atmosfera.

Esattamente come i nostri polmoni, che assorbono l’anidride carbonica presente nel sangue e vi infondono ossigeno, gli alberi delle foreste – ma, più in generale, tutte le piante verdi – assorbono l’anidride carbonica durante il processo di fotosintesi clorofilliana e rilasciano ossigeno. Proprio grazie alla fotosintesi le foreste contribuiscono in modo considerevole alla battaglia contro il cambiamento climatico. Questo processo chimico, infatti, rappresenta uno dei principali strumenti naturali che permette di assorbire le elevate percentuali di CO2 con cui stiamo avvelenando l’aria che noi stessi respiriamo. Tuttavia, come rivela lo studio svolto da un team internazionale di ricercatori guidati dai geografi dell’Università di Leeds, la capacità degli alberi di compensare le emissioni umane si sta riducendo più rapidamente del previsto a causa del costante aumento delle temperature e della siccità.

Lo scenario emerso dal monitoraggio, effettuato su 300mila alberi di Africa e Amazzonia che sono stati tenuti sotto osservazione per un periodo di 30 anni, è a dir poco catastrofico: le foreste tropicali, negli anni ’90, hanno rimosso all’incirca 46 miliardi di tonnellate di anidride carbonica dall’atmosfera, cifra che è scesa a 25 miliardi di tonnellate nel 2010. Stando così le cose si stima che, tra un decennio, il dissipatore di carbonio dell’Africa sarà inferiore del 14% rispetto al 2010-2015, mentre il dissipatore di carbonio amazzonico potrebbe arrivare a scomparire completamente già entro il 2035. Ma non è tutto. Le proiezioni su scala globale mostrano che dal 2040 le foreste non solo non saranno più in grado di assorbire CO2, ma addirittura inizieranno a emettere esse stesse anidride carbonica. Le elevate temperature, infatti, finiscono per accelerare il metabolismo delle piante e per invertirne la funzionalità. Come spiega Francesco Rovero, unico italiano a far parte del team internazionale di ricercatori, se aumenta la CO2 nell’atmosfera i vegetali incrementano la loro biomassa, cioè crescono di più. Ma questo accade solo a temperatura costante: oltre una certa soglia, soprattutto quando aumentano le temperature minime, la funzionalità di assorbimento inizia ad alterarsi e come risultato si verifica una minore crescita complessiva e una maggiore mortalità degli alberi. Anche i polmoni della nostra Terra, insomma, sono in pericolo.

In un periodo emergenziale come quello attuale, la metafora con il covid-19 si impone automatica. Come il coronavirus attacca i polmoni, siccità e temperature elevate minacciano di morte le foreste di tutto il mondo. Ma se, grazie all’impegno della comunità scientifica, la possibilità di superare la pandemia diventa ogni giorno più concreta –  sebbene ancora distante nel tempo – la stessa speranza di salvezza non può nutrirsi per i polmoni verdi del nostro pianeta. Un giorno, nell’indifferenza più totale, accadrà che le foreste, che da sempre ci hanno aiutato a ripulire l’aria, smetteranno di respirare. E quando ciò sarà avvenuto né terapie intensive né respiratori potranno restituirci quella parte di ossigeno che le foreste gratuitamente ci offrivano. Non sarà allora una pandemia e nemmeno un asteroide a mettere in pericolo la continuità della nostra specie: sarà, piuttosto, l’insostenibilità di uno stile di vita che fa del profitto l’unico comandamento e che ci rende ciechi di fronte ai catastrofici effetti della crisi climatica – di cui siccità e temperature elevate sono solo una manifestazione – a essere la (meritata) causa della nostra estinzione.

Virgilia De Cicco

Virgilia De Cicco
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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