
È folgorante la proposta degli Oh Lazarus, un trio pavese ad alta adrenalina blues. “Sailing” (Off Label, 2020) è il secondo disco e viene dopo “Good Times ”, uscito nel 2015. Sono stati etichettati come fautori di un gothic blues che, pur nemmeno immaginando cosa possa essere, non ritengo che si adatti ad una proposta, certamente, rurale, ma anche fresca, solare e divertente.
Pur nella sua complessità, “Sailing” è il manifesto di una ricerca di essenzialità: qualche oggetto adattato a strumento percussivo, chitarra e Cecilia Merli a clarino e voce. Ecco, il clarino è una sorpresa, perché è un suono che in un disco del genere non ti aspetti, procura allegria ed effervescenza ad un album che riesce nell’intento di essere serio e dilettevole, allo stesso tempo.
Circoscrivere all’interno di un perimetro musicale gli Oh Lazarus non è fattibile, oltretutto, risulterebbe incompatibile con la loro filosofia. Il loro stile è una commistione di generi: la band attinge da sonorità blues, country e folk di quasi un secolo fa, modernizzandole con suoni psichedelici e graffianti tipici dell’epoca moderna.
Incuriositi dalla loro musica, abbiamo cercato di comprenderla meglio ponendo qualche domanda ai diretti interessati. Di seguito l’intervista degli Oh Lazarus ai microfoni di Libero Pensiero.
Ci raccontante quali sono le differenza tra il vostro album d’esordio e il più recente “Sailing” ?
Cecilia: «A differenza di “Good Times”, “Sailing” è la foto degli Oh Lazarus dal vivo. Dopo aver fatto quattro anni di concerti, sentivamo la necessità di fermare su vinile quello che eravamo nel 2019. il disco è stato registrato in presa diretta al Casemate Studio da Marco Alberto Matti. Fare un disco in presa diretta è sempre stato un sogno che avevamo nel cassetto.»
Le canzoni di “Sailing” nascono da influenze diverse: “Lies” è un rock blues potente e scarno, “Summer City Blues” è un folk roots ruspante, mentre “Last Farewell” è pura stoffa velvettiana. Per voi Oh Lazarus queste commistioni tra generi diversi sono il frutto di passioni personali che si fondono insieme o direzioni prese con consapevole incoscienza?
Simone: «Direi passioni personali che si fondono insieme. Sicuramente, i nostri gusti musicali diversi contribuiscono alla resa finale in termini di suoni e scrittura. Io sono più legato al mondo del folk, del blues e della chitarra primitiva americana, Daniele, invece, ascolta molto rock e punk. A completare la torta mia sorella Cecilia che spazia dal pop al jazz.»
La domanda precedente nasce dal fatto che ascoltando il disco sono rimasto, talvolta, spiazzato. Facendo un esempio pratico: dalla dolce e melodica “Last Farewell” si passa ai vocalizzi di Cecilia e, di conseguenza, a un sound robusto, distante dalla canzone precedente. Non pensate che tutto questo possa disorientare chi vi ascolta?
Daniele: «Noi Oh Lazarus volevamo, semplicemente, chiudere con un po’ di potenza prima delle track finali di congedo. Tutto qua.»
Al di là di questo, la cosa che colpisce maggiormente delle canzoni degli Oh Lazarus è l’uso del clarinetto, non propriamente uno strumento che si adatta a generi quali rock e blues. L’uso che ne fate è molto intelligente: dona, a mio avviso, quel tocco di spensieratezza che non guasta. Usate una strumentazione particolare per comporre e suonare i vostri pezzi?
Daniele: «Oltre al clarinetto e alla chitarra resofonica, avevamo una batteria composta solo da barattoli di latta e una valigia Samsonite. Con il passare del tempo abbiamo deciso di lasciare le latte perché diventava complicato gestirle in situazioni live. Per ora abbiamo tenuto la nostra Samsonite.»
Pensate in italiano e scrivete in inglese o pensate in inglese e scrivete in inglese? Che tipo di magia utilizzano gli Oh Lazarus per comporre un buon testo?
Cecilia: «I testi, di solito, partono da storie personali, vengono scritti e pensati in inglese. L’inglese è per noi Oh Lazarus la lingua della musica che ascoltiamo. Prima dell’uscita del nostro primo disco, avevamo tentato di proporre una serie di pezzi in italiano; per noi risultava complesso arrivare a scrivere tutto un album in lingua madre. Così, abbiamo virato sull’inglese, di respiro internazionale.»
Chiudete il disco con una tradizionale “Oh Death” e con “Keep Your Lamps Trimmed and Burning” di Blind Willie Johnson, non proprio due brani semplici. Avete una buona conoscenza delle canzoni blues tradizionali?
Simone: «I due pezzi scelti sono capolavori che facciamo dal vivo ormai regolarmente da diversi anni. Per me hanno un significato profondo. Ancor più in questo periodo. Per quanto riguarda il folk blues è un genere che ho da sempre ascoltato e amato molto.»
Quanto influisce la vostra terra d’origine sulla vostra produzione musicale?
Cecilia: «Siamo all’incrocio tra il Ticino e il Po, la nostra sala prove si trova a Voghera sul fiume Staffora. Sicuramente, l’ambiente dove viviamo influisce molto sulla produzione musicale degli Oh Lazarus, ci ispira molto in fase di composizione e scrittura.»
Vincenzo Nicoletti
















































