vittimizzazione secondaria e misure di prevenzione
Fonte: ninocare via Pixabay.com

Una donna su tre è vittima di violenza almeno una volta nella vita. Soltanto una su dieci sporge denuncia. Lo dicono i dati ISTAT relativi alle ultime indagini sulla violenza di genere. A scoraggiare i pregiudizi che spesso aleggiano sulle donne vittime di violenza, ma anche la vergogna, il coraggio che manca, la paura di un percorso senza apparente via d’uscita. Non è facile denunciare. Quando lo si fa il rischio è di essere nuovamente bersaglio e di essere quindi vittime prima e dopo la denuncia: la chiamano vittimizzazione secondaria e consiste nel colpevolizzare chi subisce una violenza. Non è quella che si consuma tra le mura domestiche ma sui media, nella società, nei tribunali e che accade spesso nei processi penali e civili.

Vittimizzazione secondaria: cosa dice il rapporto del GREVIO

L’Italia è riuscita a fare passi avanti nella lotta alla violenza di genere ma non abbastanza. Le forme di vittimizzazione secondaria, soprattutto nei casi di affidamento dei figli, spiccano tra i punti deboli. È ciò che si legge nell’ultimo rapporto del GREVIO – il gruppo di esperte europee contro la violenza di genere – che verifica ogni anno l’applicazione della Convenzione di Istanbul nei paesi firmatari. Il racconto della violenza nei processi è talvolta mitigato, talvolta la donna stessa è considerata corresponsabile della violenza: è ritenuta provocatrice di una reazione del maltrattante.

Si legge nel rapporto: «Il sistema in atto piuttosto che offrire protezione alla vittima e ai suoi figli sembra ritorcersi contro le madri che cercano di proteggere i loro bambini». In molti casi madre e figli sono costretti a rapportarsi con il genitore violento. È come se il treno processuale frenasse bruscamente a un certo punto perché mancano i binari. Ma quali binari mancano? Secondo il GREVIO, c’è un vuoto di «canali di comunicazione tra la giustizia civile e penale e la mancanza di conoscenza del fenomeno della violenza di genere e le conseguenze che questa ha sui bambini che ne sono testimoni: in particolare i magistrati civili tendono a fare affidamento sulle conclusioni dei consulenti tecnici e delle assistenti sociali che spesso assimilano la violenza di genere al conflitto».

Tanti passi avanti, ma non bastano

Un esempio? Nei processi che riguardano l’affido dei minori, i padri che maltrattano richiedono frequentemente l’affido esclusivo o condiviso dei figli. Alla base l’idea di una possibile manipolazione materna. Il giudice, in attesa di valutare la condizione della madre e scongiurare che questa soffra il trauma della violenza, predispone il CTU, consulente tecnico d’ufficio, soprattutto nei casi in cui i figli rifiutano di incontrare il maltrattante. Sono questi alla fine a subire l’iter degli istituti o degli incontri protetti con il genitore, le madri patiscono la condizione di vittime alienate. Considerate manipolatrici, di fatto perdono la podestà genitoriale.

Accade che nei processi la violenza è confusa con i conflitti di separazione. Contribuisce ad alimentarla una formazione non adatta da parte dei soggetti consulenti. Sono tante, troppe, le donne che devono lottare in sede civile perché venga garantita una protezione in quanto vittime e un diritto in quanto madri e donne. Su simili vicende pesano le numerose archiviazioni che si registrano ogni anno nei tribunali: spesso chi denuncia non è creduto. Il rischio della vittimizzazione secondaria è che le donne possano scoraggiarsi di fronte a simili situazioni e che vengano spente sul nascere le idee di segnalazione. Molte donne non denunciano perché hanno paura di essere allontanate dai propri figli. Per questo servono piani mirati e misure di protezione.

Un progetto di legge che fa discutere

A proposito di misure preventive e vittimizzazione secondaria, c’è perplessità su un recente progetto di leggesul recupero degli uomini maltrattanti al fine di potenziarne la rete per prevenire la violenza”. A presentarlo è stata la senatrice Donatella Conzatti, segretaria della Commissione d’inchiesta sul femminicidio.

«Prendendo spunto anche dalla Convenzione di Istanbul, stiamo lavorando ad un disegno di legge per potenziare la rete di aiuti per il percorso maschile, per i maltrattanti, sempre e solo nell’obiettivo primario di tutelare le donne» – si legge sulla pagina twitter della senatrice. Immediate le reazioni della rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re.

Tra le criticità riscontrate l’idea che il maltrattante, per essere pienamente consapevole, deve assumersi la responsabilità, facendosi carico anche dei costi del proprio percorso: i fondi pubblici potrebbero essere investiti sulle vittime. E ancora, la frequentazione di luoghi come i centri d’ascolto per maltrattanti contribuiscono a ottenere uno sconto di pena. Le richieste per questo potrebbero diventare elevate, ma quante possano avere lo scopo effettivo di intraprendere un percorso riflessivo non è certo. Da quando è stato istituito lo sconto di pena le richieste sono aumentate. Nelle cause di affidamento di figli tali percorsi rappresentano una via di contrattazione.

L’urgenza di misure di prevenzione

Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, esprime senza mezzi termini il suo scetticismo sul disegno di legge e non solo: «La violenza maschile contro le donne non è un problema individuale, del singolo, come se fosse un malato che deve fare una cura, ma un fenomeno strutturale che può essere contenuto solo con un cambiamento culturale che investa tutta la società. C’è l’elevato rischio che la politica ceda, ancora una volta, alla seduzione di trovare facili e veloci soluzioni, facendo scelte che si sostituiscano a interventi  strutturali, profondi e integrati che necessitano di tempo, attenzione, continuità».

L’Italia ha fatto passi avanti rispetto al passato ma il percorso è ancora lungo. Assicurare misure di protezione significa mettere nelle condizioni di denunciare, scongiurando la colpevolizzazione. Serve una formazione adeguata dei soggetti giudicanti. Non possono essere imposti incontri congiunti tra maltrattante e maltrattati. Vietare l’alienazione parentale significa evitare la vittimizzazione secondaria. Sono queste le raccomandazioni del rapporto del GREVIO sulle istituzioni della giustizia civile. Perché appare evidente quanto siano necessarie misure di protezione a salvaguardia dei soggetti più deboli, che si ricordi sono i bambini prima di tutto, le madri vittime subito dopo.

Alba Dalù

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