Kento, quando rap e militanza si tengono sottobraccio
Fonte: Ufficio Stampa Nextpress

Dopo aver collezionato una lunga serie di release che hanno evidenziato versatilità, talento, e sensibilità autorale, torna a raccontarsi Kento in “Non siete fascisti ma”, suo nuovo singolo disponibile su tutte le piattaforme digitali a partire da venerdì 20 gennaio.

La strada che parla alla luce dell’alba

per chi sa ha ascoltarla ha una voce che fa

La musica cambia, qua suona la rabbia

Ce n’est qu’un debut, continuons le combat

Con il suo hip hop caratterizzato, non di rado, da rime crude e taglienti e da visioni fuori dal comune, l’interprete reggino dimostra appieno la sua polivalenza, frutto di un’esperienza artistica quasi trentennale nell’arte della scrittura e del mcing. Eclettico, autentico e da sempre affine alle tematiche che gravitano intorno l’universo dei più fragili, le strofe di Kento sono un susseguirsi di dichiarazioni e denunce sociali.

La ricerca della libertà, supportata dall’urgenza espressiva di dare sfogo alla condizione sociopolitica dai contorni inediti in cui si trova il Belpaese, è stata la chiave che ha portato Kento alla stesura di “Non siete fascisti ma”. Il brano è un elegante monito, in musica e in barre, che descrive egregiamente la sensazione di oppressione causata da una classe dirigente che, celando promesse di lustro e benessere, dietro a maschere patinate e leziose di odio, pregiudizio e schiavitù, affligge e schiaccia gli individui che compongono una Nazione, per molti versi, a tutt’oggi ancorata ai retaggi del suo periodo più buio.

Ai nostri microfoni, Kento ci rivela alcune curiosità in merito la sua persona, il suo percorso musicale e il suo recente singolo pubblicato da Time 2 Rap Records:

Da tempi non sospetti hai lasciato una traccia indelebile nel suono del rap nostrano contribuendo all’esplosione del genere in Italia. Francesco, sei soddisfatto di quanto raccolto fino ad oggi nel corso della tua longeva carriera? Quali momenti hai riposto nel cassetto dei ricordi più cari?

«Sono soddisfatto parzialmente perché penso di avere ancora molto da fare, da scrivere e da dimostrare a me stesso e a chi mi supporta. Ciò non significa che non guardo con gratitudine a quanto fatto in questi anni di carriera; sinceramente, la spinta più forte la sento sempre verso avanti. La musica di Kento può piacere o non piacere, ma una cosa mi sento di affermarla con certezza: non sarò mai una cover band di me stesso, cosa che purtroppo a volte ai rapper e cantanti veterani capita dopo tanti anni di palchi e di dischi. Finché scriverò, sarà perché ho ancora voglia di cercare nuovi stimoli, nuovi confronti, nuove sfide. Non mi chiuderò nell’autocelebrazione e nell’autocitazione. Gli episodi bellissimi sono stati tanti, se ne dovessi scegliere qualcuno ti direi sicuramente la collaborazione con il compianto Paolo Pietrangeli, una leggenda della musica e della cultura italiana. Me la porterò dietro per sempre.»

Per mostrare il futuro che non vogliamo, è necessario attuare una forma di attivismo culturale: il singolo più recente di Kento “Non siete fascisti ma” è un brano politico e, nel mentre, contemporaneo, che affonda le mani nelle questioni di questo tempo. Ritieni che questa canzone possa, in qualche modo, contribuire ad aumentare l’impatto delle battaglie sociali per le quali combatti?

«Ovviamente mi auguro che qualsiasi pezzo di Kento abbia un impatto, sia che sia di lotta e protesta, sia che sia d’amore. D’altro canto, non sono un illuso: so bene che un brano da solo non può cambiare le cose. Però una canzone può raccontare, può ispirare, può fare riflettere: il poeta dice che l’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, bensì un martello per scolpirlo. Personalmente, cerco di seguire sempre questa filosofia creativa. In ultima analisi, non mi faccio troppi calcoli e problemi: quando c’è qualcosa che mi appassiona, mi fa incazzare, mi diverte o mi rende triste, la affronto sempre mettendo una penna sul foglio, seguendo il sentiero che essa traccia.»

Dietro la maschera del nazionalpopolare, vengono riproposte, in una nuova veste storica, valori e pratiche politiche escludenti, truculente e prevaricatrici. Francesco, quanto è importante, al fine di costruire una coscienza critica del nostro recente passato, avere consapevolezza di quel che è il nostro presente?

«La consapevolezza è sempre importante, tuttavia essa non si acquisisce soltanto ascoltando il rap (o qualsiasi altro genere musicale). Bisogna dare fiducia alle generazioni più giovani e, allo stesso tempo, aiutarli a costruirsi una coscienza critica ed indipendente. E invece viviamo in un’epoca in cui prima diciamo ai ragazzi che devono essere protagonisti e poi li denunciamo ai carabinieri quando occupano la scuola. Se invece guardiamo con una prospettiva più ampia, c’è una riflessione che mi fa molta paura: la mancanza assoluta di un’alternativa sociale al capitalismo globale così sfrenato che sembra aver preso piede più o meno ovunque. Tutti i movimenti ambientalisti sono straordinariamente importanti e vanno supportati, ma come può esistere un futuro vicino all’ambiente e all’essere umano se si continua a mettere il profitto e il plusvalore al primo posto? Dobbiamo riportare la questione sociale, per quanto possiamo, al centro del dibattito.»

Con il suo linguaggio sfacciato, canzonatorio, diretto e scevro da condizionamenti che potessero aggiogarlo, il rap avrebbe potuto ergersi a cassa di risonanza delle disillusioni di una generazione e dell’apatia nei confronti delle istituzioni sempre più assenti in contesti di disagio. A tuo parere Francesco, quali sono le motivazioni che hanno portato questa connotazione, ad un livello mainstream, via via a perdersi?

«Beh, negli Stati Uniti c’è Kendrick Lamar in cima alle classifiche che, con un linguaggio sicuramente moderno e attuale, ha dei contenuti non meno forti di quelli dei Public Enemy di trent’anni fa. In Italia probabilmente il mainstream è tendenzialmente disimpegnato; ciononostante ritengo ci sia un underground molto interessante, ricco di idee. La questione è che il rap è un genere molto sfaccettato, che tende a riflettere su quanto accade nella nostra società, nel bene e nel male. Se nella nostra società c’è superficialità, edonismo, sessismo, troverai le stesse cose nel rap. Per fortuna, però, c’è anche qualcosa di più profondo, e nel rap troverai anche quello. La nostra musica è lo specchio più spietato, ma anche più realistico di quello che succede nelle nostre città. Da parte mia, penso che il meglio debba ancora venire: guardo con fiducia ai ragazzi più giovani che hanno iniziato adesso. Il consiglio di Kento è di prendersi il futuro, di portare la nostra arte ancora più avanti, ancora più in profondità.»

Vincenzo Nicoletti

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