Museo Ghibli: perché il tour virtuale è un'ottima idea
Fonte: DK Eyewitness Travel

Modernità e classicismo. Fisico e virtuale. Tele e display a cristalli liquidi. Nel 2020, e, più precisamente, all’epoca dell’emergenza sanitaria Covid-19, ossimori che diventano binomi. Se è vero che “l’arte spazza l’anima dalla polvere della quotidianità” (Pablo Picasso), in questo periodo di quarantena delle anime i musei di tutto il mondo sono stati chiamati alla delicata missione di ripulire l’umanità da uno strato di polvere mai così denso e pruriginoso, sedimentatosi nel corso di mesi sembrati anni nell’intimità abbandonati dagli affetti. Tra i tanti, il museo Ghibli ha risposto all’appello, concedendo per la prima volta ad appassionati e curiosi di tutto il mondo di affacciarsi a dare una metaforica occhiata ai suoi caleidoscopici interni.

Immerso nel suggestivo scenario del bosco di Mitaka, nei pressi di Tokyo, il museo Ghibli nasce nel 2001 per celebrare l’arte e la fantasia di Hayao Miyazaki, pluripremiato fumettista, sceneggiatore e regista d’animazione giapponese che, grazie ad una copiosa produzione, è riuscito a riguadagnare l’apprezzamento internazionale al cinema d’animazione del Sol Levante, riscattandolo dall’infelice quanto diffuso binomio giapponese = nerd. Con titoli evocativi come La città incantata, Principessa Mononoke, Il mio vicino Totoro, La storia della Principessa Splendente, Miyazaki è riuscito nella difficile impresa di raccontare con linguaggio attuale e con sapienza sottile i valori della cultura – giapponese, ma in un certo senso universale – che ci stiamo progressivamente lasciando alle spalle come un’anticaglia arrugginita, complici ed attori di un processo di rimodellamento del passato che poco spesso prevede il lascito di un’eredità.

E se i colori e le atmosfere dei film d’animazione sono già espressioni potentissime di questo messaggio, il museo d’arte Ghibli sorge come a testimonianza vivida e visitabile del fatto che quel mondo di valori esiste non solo nella mente del narratore o nelle sue pellicole, ma soprattutto nella realtà fisica che abitiamo e che forse non siamo più in grado di immaginare diversa da com’è. Non c’è da stupirsi, allora, che il Ghibli rientri a pieno titolo nella lista delle “Top things to do in Japan” di Lonely Planet. E seppure non sarà possibile programmare un viaggio nel Paese del Sol Levante per l’estate ormai alle porte, non c’è da scoraggiarsi: auricolari alle orecchie e modalità full screen attivata, possiamo concederci un suggestivo tour virtuale del museo semplicemente visitando il suo canale YouTube.

Tra riproduzioni a grandezza naturale di alcuni dei personaggi più amati, stanze che nell’arredo e nei colori ricreano con precisione ossequiosa le ambientazioni dei film, disegni e schizzi preparatori, il tour, composto da una serie di brevi video girati dallo staff del museo Ghibli, ammalia chi vi si è imbattuto per caso e convince chi lo ha programmato, lasciando a tutti la piacevole sensazione di un viaggio in mondi ben più lontani dello stesso Giappone.

Il tour virtuale non è la prima iniziativa cura-lockdown lanciata dal Ghibli: ad Aprile, infatti, il museo aveva già reso disponibile il download gratuito di 8 sfondi per app di videochiamate, tratti da alcuni dei più amati film d’animazione di Miyazaki. Così, è adesso possibile fare un meeting di lavoro tra i vicoli e le caratteristiche case de La città incantata, seguire una lezione dall’interno del negozio di cappelli di Sophie (protagonista de Il castello errante di Howl) oppure chiacchierare con un amico all’ombra dei ciliegi de La storia della principessa splendente. A primo acchito, oltre che una interessante iniziativa di marketing, sembrerebbe un escamotage per rendere più vivaci le lunghe giornate di smart working. Chi conosce Miyazaki potrebbe però riconoscervi il tentativo sottile e discreto di contaminare con i valori del passato e del buono il minaccioso terreno del digitale inteso come un’alienante dimensione dell’irreale.

Insomma, ai tempi della pandemia abbiamo scoperto l’arte a chilometro zero e abbiamo capito che l’immaginazione è il biglietto aereo in business class che tutti noi ci possiamo permettere. I piedi si fermano, ma gli occhi esplorano e la mente crea.

Non mi resta, allora, che augurarvi buon viaggio.

Roberta Cammarota

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