“La terza estate dell'amore”, il grido di Cosmo contro il digiuno sociale
Fonte: 42 Records

Correva l’estate del 1967: la metropoli californiana di San Francisco catalizza una miriade di artisti, poeti, letterati appartenenti alla corrente Beat Generation, musicisti e giovani figli dei fiori, fortemente intolleranti nei confronti delle istituzioni, delle armi nucleari e della Guerra del Vietnam e infiammati dal comune sogno di abbattere il modello sociale imperante, al fine di stabilire un nuovo equilibrio basato su valori quali rispetto delle libertà personali, pacifismo e ambientalismo.

Gli affollati concerti, tra i quali possiamo annoverare il Monterey Pop Festival e l’Isle of Wight Festival, nella seconda metà degli anni Sessanta all’insegna della Summer of Love sono d’habituè: nella cultura dell’epoca, il raduno musicale viene visto come uno dei luoghi principe della socializzazione, l’epicentro di molteplici reti aggregative in cui l’individuo è sicuro di poter incontrare l’altro.

In un momento storico come il nostro in cui sono stati ridefiniti e riclassificati gli assetti comunitari della popolazione per far fronte ad una pandemia mondiale che duramente ci ha colpiti, è venuta a determinarsi una forte rottura dei legami affettivi, dello spirito di condivisione e dello scambio reciproco che tanto hanno significato per gli adolescenti reduci dell’estate di amore e rivolta.

Riconoscendo e rivalutando il giusto significato e l’importanza del contatto sociale, Cosmo ha recentemente pubblicato un nuovo album dall’emblematico titolo “La terza estate dell’amore”, un chiaro richiamo alla rivoluzione colorata dell’avanguardia ribelle sessantottina che mandò in fumo il vecchio ordine. Scopriamo in questa intervista al cantante, disc jockey e produttore discografico eporediese cosa si cela dietro la sua ultima fatica in studio:

La musica è illegale, suonare è quasi un gesto da criminale” recita il ritornello del singolo apripista del tuo album fresco d’uscita per 42 Records “La terza estate dell’amore”. Ci spieghi cosa intendi comunicare in “La musica illegale”?

«La crisi generata dal coronavirus ha comportato il blocco dei concerti e la chiusura di negozi e catene dell’intrattenimento in seguito alle restrizioni per il dilagare della pandemia, travolgendo così l’intero comparto musicale; è in tal senso che la musica è diventata illegale. Se in molti hanno optato per il chiudersi nel silenzio assoluto, altri non ce l’hanno fatta a reprimere i propri impulsi creativi ed emotivi: basti pensare a quanti si sono prodigati sui balconi di casa in performance musicale e canore all’unisono, in segno di resilienza. In momenti bui come quelli che noi tutti abbiamo vissuto, la musica è diventata un formidabile antidoto, un atto liberatorio contro l’isolamento sociale cui milioni di persone in tutto il mondo sono state costrette. In virtù del fatto che sono viscerali, perché reprimere esigenze che accomunano ogni essere umano?»

Sin da un primo ascolto de “La terza estate dell’amore”, ciò che colpisce sono il progressivo smantellamento della forma canzone per come oggi viene concepita e ritmiche maggiormente blande rispetto a quelle alle quali normalmente siamo abituati. Per quale motivo hai voluto rompere del tutto gli schemi?

«Non me ne vogliate, ma il pop canonico odierno proprio non riesco a soffrirlo: è per questo che la durata dei pezzi contenuti in “La terza estate dell’amore” va ben oltre le logiche tradizionali ed è proprio per questo che ho voluto creare un melting pot di stili non del tutto convenzionali. Ritengo che la musica sia un’esperienza immersiva a tutti gli effetti; pertanto, non vedo perché si debba seguire binari ben precisi reprimendo l’originalità del singolo. Recepisco ogni forma d’arte come un punto di incontro di quella che il filosofo Victor Egger definiva umanità dispersa e gettata nell’esistenza. Se decidessi di attenermi al mercato musicale odierno, probabilmente non avrei più la possibilità di esprimermi artisticamente, di fare in modo che le mie canzoni siano uno specchio della società e del mondo che stiamo vivendo.»

Come tu stesso sottolinei nelle dodici tracce che vanno a comporre l’album, una delle fondamentali componenti della psiche umana è, indubbiamente, la socializzazione. A tuo parere, in quale misura se fosse compressa o se, addirittura, restasse bloccata l’individuo svilupperebbe una personalità incompleta?

«Anche se, viste le circostanze, parrebbe ce ne fossimo dimenticati, siamo esseri sociali. L’interazione con gli altri apporta numerosi benefici: oltre ad incidere sull’umore e sul comportamento, eventuali carenze relazionali andrebbero ad intaccare la salute cognitiva. Vorrei, inoltre, aggiungere che l’egoismo, l’arrivismo, le disuguaglianze e i conflitti che attanagliano la società, altro non sono che l’acerbo frutto di un sistema che ripudia la vita comunitaria nella sua accezione più ampia, non facendoci appieno approfittare dei vantaggi che essa comporta. Quest’estate, confidando nel rispetto da parte vostra delle regole, ritrovatevi e fate festa : insomma, non lasciatevi portare via gli attimi migliori!»

Come giustamente sottolineavi ad inizio intervista, pur dispensando di forme d’arte e cultura, in questi tempi ci siamo ritrovati a fare a meno del settore della musica e dello spettacolo, tra i più colpiti dalle misure per contenere il Covid-19. Quali sono le tue considerazioni in merito?

«Sono sempre stato dell’opinione che la cultura dovrebbe includere, tra le altre cose, tutte le forme d’arte senza fare distinzione, ma a quanto pare nel nostro paese la musica viene vista come non fondamentale: non discuto del fatto che sia stato corretto o meno dal punto di vista sanitario, ma in un determinato periodo ci siamo ritrovati le librerie aperte e i negozi di dischi chiusi, come se ci fossero espressioni artistiche di Serie A e di Serie B. Vista le inconfutabili capacità di una canzone di dilettare e far riflettere l’ascoltatore, forse le priorità andrebbero riviste.»

Vincenzo Nicoletti

Greenpeace

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