World Vegan Day: oggi si celebra una rivoluzione linguistica
Fonte: Wikipedia

Il 1° novembre di ogni anno viene celebrata la Giornata Mondiale dei Vegani (World Vegan Day), istituita nel 1994 da Louise Wallis, allora presidente della Vegan Society nel Regno Unito, per commemorare il cinquantesimo anniversario della fondazione della medesima associazione (1944) e della nascita del termine “vegan”.

La scelta del 1° novembre non fu casuale: Wallis spiegò che quel giorno, un ponte tra Halloween e il Dia de Los Muertos messicano, era un momento simbolicamente adatto per riflessione, rinascita e festa collettiva. Sul piano motivazionale, la celebrazione ha lo scopo di promuovere l’etica vegana, che si pone come obiettivo di evitare lo sfruttamento animale, e dare visibilità a un movimento che, seppur con radici antiche e non solo occidentali, cerca ancora di affermarsi nel presente.

La Vegan Society, fondata nel novembre 1944 da Donald Watson e altri non-consumatori di prodotti di origine animale, ha svolto un ruolo decisivo nell’articolazione del veganismo come parola e come pratica. Prima della sua fondazione, non esisteva infatti un unico termine per indicare gli individui che sceglievano consapevolmente di astenersi da tutti i prodotti derivati dallo sfruttamento animale. Venivano usate perifrasi come “strict vegetarians” o “pure vegetarians”, spesso eteronimi con accezione negativa per i vegetariani stessi. Diverse fonti testimoniano che la nascita della Vegan Society fu infatti dovuta a una spaccatura interna allo stesso movimento vegetariano.

Nell’analisi storica di Julia Twigg, The Vegetarian Movement in England 1847-1981, si legge: “I vegani si erano separati dalla Vegetarian Society a causa del suo rifiuto di pubblicizzare le loro idee.” E ammette: “La posizione vegana risultava sgradita e poco attraente per il grande pubblico.

Watson, dopo l’ennesimo rifiuto da parte della Vegeterian Society di creare una sezione dedicata ai “non-dairy vegetarians”, ruppe con la tradizione vegetariana e per la prima volta introdusse il neologismo, con una definizione precisa:

“Il veganismo è una filosofia e un modo di vivere che cerca di escludere, per quanto possibile e praticabile, ogni forma di sfruttamento e crudeltà verso gli animali per il cibo, l’abbigliamento o qualsiasi altro scopo. Per estensione, promuove l’uso di alternative non animali per il benessere di esseri umani, animali e ambiente. In ambito alimentare, ciò si traduce nell’eliminazione di tutti i prodotti di origine animale, come carne, pesce, latticini, uova e miele.”

La parola “vegan”, e da essa “veganismo”, ha funzionato come marcatore linguistico e simbolico. Da una parte questo ha permesso di recidere il cordone con la tradizione vegetariana: definendosi come organismo autonomo, il veganismo si è configurato come movimento sociale con un obiettivo più ampio rispetto alla semplice espiazione del senso di colpa dato dal mangiare corpi altrui. Si sceglie di evitare latte, uova, miele, alimenti generalmente considerati neutri o al contrario legati a tradizioni storiche e collettive cariche di valore identitario, familiare e affettivo, perché si riconosce la filiera violenta da cui hanno origine. Questo è il punto di rottura per cui lo stesso Watson definì la Vegan Society “il principio e la fine del vegetarismo”.

Dall’altra parte la diffusione del termine ha permesso a tante persone di riscattare la propria identità e l’eterogeneità di un movimento già appesantito da stereotipi e diffidenza prima ancora di essersi dato un nome. Ha favorito una comunicazione chiara e scientifica, ha strutturato l’organizzazione e dato visibilità del fenomeno. Il veganismo, oggi, esiste: sulle etichette dei prodotti al supermercato,  tra le pagine di libri e riviste, nelle linee guida di nutrizione e sanità internazionali e nelle sedi istituzionali.

Seppur ancora lontano dall’avere un impatto sulle vite animali, dall’emanciparsi dalla sua vocazione consumistica, frammentato in prassi e ideologie divergenti, il veganismo da ottantun’anni ha un nome, e questo è un ottimo motivo per cui festeggiare.

Michela Murgia, che mai si è occupata di veganismo prima della sua prematura scomparsa, lo spiega bene parlando di femminismo, queer e schwa: le parole non solo sono potere, perché hanno la capacità di plasmare il punto di vista collettivo, ma mettono in relazione le persone, costruiscono connessioni e possibilità mai esplorate, forse anche quella che un mondo senza dominio umano sia possibile.

di Marina Chiarizia

Fonti:

https://vegan-day.org

https://www.vegansociety.com/go-vegan/definition-veganism

https://www.vegansociety.com/about-us/history

https://ivu.org/history/thesis/veganism.html

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