Veganismo: parliamo di etica e di ecosostenibilità con Aliceful
Immagine: instagram.com/aliceful

Veganismo o, più raramente, veganesimo, non più una semplice dieta, ma uno stile di vita, una cultura, una scelta consapevole che coinvolge sempre più persone. Henry David Thoreau scriveva «Sono fermamente convinto che cessare di nutrirsi di animali rappresenta un momento imprescindibile nella graduale evoluzione della razza umana». Numeri alla mano in Italia l’8,2% della popolazione dichiara di essere vegetariana o vegana. Un trend in costante crescita soprattutto per quel che riguarda i vegani che nel 2021 sono aumentati del 9% rispetto all’anno precedente. Perché sempre più persone scelgono uno stile di vita veg? Quali vantaggi ambientali comporta una dieta vegana? Ha senso parlare di “etica vegana” di fronte a prodotti vegetali provenienti da monocolture intensive? Lo abbiamo chiesto ad Alice Pomiato, creatrice di contenuti digitali nell’ambito della sostenibilità ambientale e responsabile della pagina Instagram “Parlo di Eco Sostenibilità”.

Buongiorno Alice. Innanzitutto ti ringraziamo per aver accettato di rispondere alla nostre domande. Partiamo subito con la prima: da quanti anni e perché hai deciso di diventare vegana?

«Il tutto è cominciato nel 2019, mentre viaggiavo tra Oceania ed Asia e venivo a contatto con tantissimi viaggiatori con i quali mi capitava di condividere un pasto. Io sono sempre stata una persona che mangia e prova tutto, e non sono cresciuta con intorno a me persone vegetariane o vegane. Quindi conoscere molte persone che lo erano e mi spiegavano perché, è stata una nuova consapevolezza. Specialmente per il fatto che credevo si trattasse solo di una scelta alimentare, ma ho scoperto esserci molto di più. In Asia, ma anche in Australia e Nuova Zelanda c’è moltissima scelta e ogni volta che ne avevo l’occasione provavo qualcosa di nuovo; così ho iniziato a step: smettendo di comprare quel poco pesce che compravo e consumando carne e pesce solo quando fuori con amici e in occasioni sociali speciali. Poi gradualmente ho eliminato anche latticini e uova dalla mia spesa, concedendomeli solo quando ospite a casa altrui. La svolta è arrivata con Veganuary 2021, dove mi sono impegnata a mangiare vegetale per un mese e lì ogni mia barriera è caduta. Ho continuato a farlo. Non nego che in alcune occasioni ho dovuto adattarmi a quel che c’era, ma succede sempre più di rado. Con un po’ di organizzazione si fa tutto, e i ristoranti sono sempre più preparati. Quindi è un percorso che dal suo inizio ha richiesto tre anni per assestarsi.»

Secondo il Rapporto Italia 2021 di Eurispes, sempre più italiani scelgono uno stile di vita veg. Secondo la tua opinione, quali sono le motivazioni che spingono queste persone ad abbandonare l’utilizzo di carne nella loro alimentazione?

«Io credo che la prima motivazione sia quella ambientale. La carne rossa è oggi l’alimento con il maggiore impatto sull’ambiente, nonché la prima causa di deforestazione al mondo, e il nostro Pianeta non è più in grado di sostenerne la produzione intensiva. Il latte e i suoi derivati sono solo al secondo posto. Certo, poi si parla sempre di più dell’abuso sugli animali e la verità sugli allevamenti intensivi, e questo non lascia indifferenti molte persone. C’è poi anche una ragione salutistica. Nel 2015 lo Iarc (l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Oms che si occupa di classificare le sostanze in base alla cancerogenicità) ha inserito le carni rosse (manzo, vitello, maiale, agnello, montone, cavallo e capra)  nel gruppo 2A di “probabili cancerogeni” e la carni processate (insaccati, quindi salumi, salsicce, prosciutti, pancetta, wurstel, hot dog, carni secche, carni in scatola e preparazioni a base di carne) nel gruppo 1 dei “cancerogeni”, in particolare per il rischio di sviluppare il tumore del colon-retto.  Ovviamente il tutto dipende dalla quantità e frequenza di consumo di questi alimenti, ma sono dati che non lasciano indifferenti.»

Veganismo, etica ed ecosostenibilità: la discussione tra onnivori, vegetariani e vegani sulle motivazioni che spingono molte persone verso uno stile di vita veg, coinvolge un sempre più ampio pubblico. Il più delle volte tale discussione si trasforma però in una diatriba tra “tifosi”, un alterco fine a se stesso che comporta nient’altro che dissidi e da cui non si trae alcun insegnamento o informazione utile. Come riuscire a trasformare tutto ciò in uno scambio di idee costruttivo? Bisognerebbe a tuo avviso migliorare la comunicazione del mondo veg per renderla maggiormente efficace?

«Gran bella domanda. Sicuramente c’è bisogno di fare informazione, tanta informazione. Io stessa da onnivora avevo dei pregiudizi che venivano da chissà dove. Pensavo che i vegani fossero una specie di setta estremista, mi chiedevo da dove prendessero le proteine, che cosa mangiassero e molte altre cose. Non so nemmeno ben spiegare da dove arrivassero queste convinzioni, non frequentando vegani. Semplici luoghi comuni e stereotipi, immagino. Gli stessi che vedo negli onnivori con cui parlo quasi ogni giorno; la convinzione che si sta disboscando l’Amazzonia per la soia ad uso umano e non animale, quella che la dieta vegana sia piena di carenze alimentari, la convinzione che la soia sia interferente endocrino e molto altro. C’è estremo bisogno di fare una buona comunicazione. Confrontarsi, dialogare, riportare le fonti attendibili, e mantenere sempre toni pacati. Io faccio del mio meglio, ma quando vedo che dall’altro lato non c’è nessun interesse a dialogare ma solo a litigare, non insisto. Non credo abbia nessun senso insistere con chi non vuole capire e non vuole cambiare le sue convinzioni. Noto invece che le persone si avvicinano molto quando si è comprensivi, aperti e si da un esempio positivo. Il segreto secondo me è parlare di tutti i benefici e discutere apertamente delle difficoltà che si sentono.»

Una drastica riduzione del consumo di carne è tra le principali soluzioni verso la sostenibilità ambientale del settore alimentare mondiale. Secondo molteplici studi, tra cui “Carrying capacity of U.S. agricultural land: Ten diet scenarios” pubblicato su Elementa, una dieta a base di vegetali può però, in determinati casi, essere meno ecosostenibile di una dieta che prevede un basso o modesto utilizzo di carne poiché non tutte le diete utilizzano i terreni in egual maniera. Come già raccontato nell’articolo “La dieta vegana è davvero la miglior scelta per l’ambiente?“, «Una dieta vegana su scala globale necessiterebbe dell’uso esclusivo di tutti i terreni per la produzione vegetali e frutta, ma bisogna tener conto del fatto che i terreni da pascolo, ad esempio, non sono adatti alle colture suddette». Cosa ne pensi a riguardo?

«Mi chiedo com’è possibile riuscire a trovare le risorse necessarie per alimentare e abbeverare per mesi, miliardi di animali da reddito che pesano centinaia di kili, e non sia possibile riconvertire le colture esistenti ed idonee, ad uso umano. Una persona non consuma la quantità di foraggi e acqua necessaria per tenere in vita e far ingrassare un ruminante.

L’analisi dei processi produttivi utilizza come principali parametri di impronta ambientale: le emissioni di gas serra, il consumo delle risorse idriche e la capacità di un territorio di rigenerare le risorse utilizzate. Carbon, water and ecological footprint. Queste variano in base a cosa, dove e come si produce, il tipo di lavorazioni, gli imballaggi, i trasporti. Sono tutte variabili, ma c’è una cosa che è comune: l’indice di conversione alimentare, ovvero, il rapporto tra la quantità di cibo necessaria per alimentare un animale da reddito e la sua crescita, che rimane, nel suo complesso, svantaggioso, e che determina l’inadeguatezza ecologica di una dieta ricca di proteine animali. Tra i pochi allevamenti che si possono definire sostenibili a livello ambientale, troviamo quelli estensivi, diffusi in zone collinari o montuose dove non è possibile avere aziende intensive. Gli animali si abbeverano nei fiumi e pascolano liberi. Ma quante ce ne sono di aziende così? Sono mosche bianche, non la regola. Non fanno statistica, non sono accessibili alla collettività, né per la quantità e tantomeno per il costo. Non saranno mai capaci di sfamare un grande numero di persone così.

Non tutti i terreni agricoli sono utilizzati alla stessa maniera, questo è vero; inoltre, ogni luogo è diverso ed è quindi difficile avere una soluzione uguale che riguardano luoghi diversi. Ogni soluzione va studiata ad hoc, un po’ come insegna la Permacoltura. A mio avviso, dovremmo puntare a soluzioni diversificate e a lavorare su diversi fronti. Innanzitutto avviare una transizione a un tipo di agricoltura che non sia più un problema, ma una delle soluzioni alla crisi climatica. L’agroecologia rappresenta un’alternativa che già oggi è in grado di offrire risultati. Cosa fare allora se non pensare di cambiare metodi di lavoro, ma anche ripensare a metodi più sostenibili e più attenti alla tutela degli ecosistemi e della biodiversità?»

Molti dei prodotti vegetali per uso umano provengono da monocolture intensive, tecnica agricola che comporta distruzione di habitat e perdita di biodiversità. Per Isabella Tree, giornalista e autrice del libro “Wilding: The Return of Nature to a British Farm”, «Chi acquista prodotti vegani industriali, che non derivano da colture controllate e sostenibili contribuisce in modo significativo a fomentare i cambiamenti climatici, partecipa alla distruzione delle comunità biotiche che vivono in un determinato ambiente e mantiene sistemi che privano altre specie delle condizioni necessarie per la vita». Secondo la tua opinione, per essere realmente sostenibile ed etica, una dieta vegetariana o vegana dovrebbe prevedere l’acquisto di prodotti alimentari provenienti da coltivazioni naturali e, soprattutto, locali?

«Bella domanda, che richiede una risposta lunga e articolata. Essere vegani non significa essere perfetti, e spesso il movimento viene attaccato da chi dice: “Tu non mangerai derivati animali ma acquistando cibo dalle multinazionali, stai facendo forse ancora più danni ad ecosistemi e persone. Non solo non sei coerente, ma pure controproducente”.

Nel sistema capitalista nella quale le nostre vite sono immerse, è difficile non fare parte o non appoggiare un qualcosa che sfrutta qualcos’altro per sostentarsi; come, d’altronde, qualsiasi attività umana porta a dare vita a una certa quantità di inquinamento, ed è piuttosto difficile non farlo. Questo stesso sistema che uccide circa 80 miliardi di animali ogni anno, è lo stesso che sfrutta e distrugge ecosistemi e biodiversità a ritmi devastanti. Predilige monocolture intensive per produrre vegetali su larga scala da distribuire ovunque, in ogni momento dell’anno, senza preoccuparsi delle economie locali, dei territori, delle persone e della stagionalità. L’importante è abbattere i costi di produzione e trarne il più alto profitto. Per questo, promuovere politiche che contrastino la grande distribuzione organizzata e le colture intensive, preferendo e promuovendo un tipo di agricoltura rispettosa (biologica, rigenerativa) è un obiettivo da perseguire per contrastare l’aggressività produttiva delle multinazionali che vedono la terra e gli animali solo come mere risorse da cui trarre profitto. Il settore zootecnico è il più grande utilizzatore di suolo del mondo. La stragrande maggioranza di cereali e foraggi sono coltivati per nutrire animali allevati intensivamente, di cui noi a nostra volta ci nutriremo.

È ormai assodato che la carne rossa è oggi l’alimento con il maggiore impatto sull’ambiente, e al secondo posto abbiamo il latte e i suoi derivati. Quindi, chi continua a mangiare animali e derivati provenienti da industrie intensive, non causa solo la morte degli animali che consuma, ma anche di quelli uccisi per sfamare i primi; ovvero di tutta la biodiversità decimata a causa di deforestazione ed uso improprio di sostanze chimiche di sintesi per coltivare foraggi e mangimi. Inoltre, è da tenere a mente che un passaggio globale ad un’alimentazione più vegetale, permetterebbe di riconvertire gran parte dei terreni agricoli, dandogli così la possibilità di ripopolarsi e tornare ad essere la casa di tutte quelle specie che sono state allontanate in precedenza.

In questo discorso manca poi sempre il fattore “intenzionalità”. Quando io compro delle verdure provenienti da un’agricoltura tradizionale, non so quanti animali sono stati uccisi per produrla, ma quando acquisto animali e derivati so esattamente che cosa sto facendo. Ho pagato qualcuno per sfruttare e uccidere intenzionalmente un animale, ho supportato attivamente quell’industria.

L’obiettivo è sicuramente garantire e rendere accessibile a tutti, un’alimentazione vegetale che provenga da un’agricoltura responsabile, dove tutte le persone lavorano e vivono dignitosamente. La strada è lunga, e le contraddizioni e i compromessi sono ovunque, ma si fa del proprio meglio. Ognuno di noi dovrebbe prediligere filiere corte, controllate e certificate, ma come dicevo, già il fatto di scegliere di non sfruttare più animali è un grande, grandissimo passo in avanti da non sottovalutare.»

Cos’è il Meatposting? Perché, secondo te, le persone continuano ad ostentare e a glorificare il consumo di carne nonostante gli innumerevoli studi che sottolineano la necessità di rivoluzionare la nostra dieta a favore di una società più equa ed ecosostenibile?

«Il meatposting si riferisce alla pratica di pubblicare immagini di carne sui social con didascalie che ne esaltano il consumo. Griglie roventi, taglieri strabordanti di salumi, piatti di carbonara (che tra guanciale, pecorino e uova è l’anticristo della sostenibilità) e così via. Spesso a seguire non mancano mai i goliardici hashtag #GRIGLIATAVEG #GRIGLIATAVEGANA #NONPERVEGANI #VEGANOSTAMMILONTANO et simili. Forse queste persone pensano di fare un dispetto a chi ha smesso di mangiare animali, senza rendersi conto che lo stanno facendo a loro stessi; infatti possiamo continuare a chiamarla “scelta personale” ma la situazione ambientale è oggettiva e riguarda tutti, nessuno escluso. Non so perché lo fanno, ma potrei ipotizzare per abitudine, o per arroganza. Le persone che glorificano il consumo di carne, stanno promuovendo gratuitamente l’industria alimentare più inquinante del mondo, che lavora instancabilmente per continuare a inquinare. La carne rossa è oggi l’alimento con il maggiore impatto sull’ambiente, nonché la prima causa di deforestazione al mondo; è, quindi, fondamentalmente, un combustibile fossile, tranne che si mangia e piace parecchio, ma soprattutto non disturba particolarmente la maggior parte delle fazioni politiche. L’industria dei combustibili fossili deve fare affidamento su interi team di pubbliche relazioni per distrarre il pubblico dai propri misfatti climatici e per dare loro la licenza sociale per operare. L’industria della carne, grazie a queste persone che postano e glorificano il consumo di prodotti di derivazione animale, ha chi fa pubblicità gratuita per loro ogni volta che pubblicano una foto del loro piatto. Si metterebbero mai a promuovere entusiasti, combustibili fossili? Chissà.»

In che modo veganismo e antispecismo sono interconnesse? Credi che occorrerà ancora molto tempo affinché la cultura della normalizzazione dei massacri negli allevamenti intensivi venga superata?

«Essere vegani è la naturale conseguenza di un pensiero antispecista. Le persone che si definiscono veganə e antispecistə ci tengono molto a questa dicitura. L’identità di un gruppo è molto importante e avere chiari i valori politici che questo gruppo fa propri e permeano l’intero pensiero e conseguente stile di vita, che va oltre la cucina vegetale.

Per specismo si intende la “convinzione secondo cui gli esseri umani sono superiori a tutte le altre specie e quindi naturalmente legittimati a sfruttarle e ucciderle, per disporre nel modo in cui credono, dei loro corpi, delle loro vite e della loro libertà”. L’antispecismo, di contro, si oppone a questa convinzione, e sostiene che l’essere umano non ha sempre e comunque il diritto di sfruttare, far soffrire e uccidere altri esseri senzienti per ottenere da queste tutto quello che desidera: sia carne, latte, pelle, forza lavoro etc. è un orientamento filosofico, politico e culturale.

Lo specismo è la cosa più normale del mondo, ci circonda da sempre, in ogni aspetto della nostra vita ed è forse la forma di oppressione più normalizzata e invasiva nella nostra società, così tanto che non riusciamo neppure a vederla. Le altre specie animali sono ormai asservite all’uomo e alle sue necessità; si attua un controllo totale o parziale del ciclo biologico di un altro essere vivente fino a fargli perdere l’autonomia, riducendolo ad una risorsa, o meglio macchine da carne, latte o uova. Gli altri animali sono su questo pianeta con noi, non per noi e per soddisfare i nostri bisogni.

Lo sfruttamento istituzionalizzato e il massacro industriale degli animali hanno reso la questione animale un’urgenza politica inderogabile. Senza ombra di dubbio ci vorrà ancora molto tempo e bisogna lavorare alla radice del problema. Abbiamo bisogno di cambiare il sistema, e le super persone permeate da una cultura carnista. Il sito Ruminantia.it ci racconta che al 30 Giugno 2019 in Italia erano attivi 269.810 allevamenti di bovini, bufalini, ovini e caprini. Abbiamo senz’altro bisogno di scelte politiche coraggiose, e di abbattere il consumo di prodotti di origine animale.»

Perché secondo te rinunciare alla carne è così difficile?

«Quando si propone di ridurre o eliminare i cibi derivati dagli animali, ci si avventura in un territorio impervio. Consumare carne è un fatto culturale ed è legato a tradizioni, riti, profondamente radicati nelle abitudini individuali e collettive. Sarà anche che siamo italiani, quindi guai a toccarci il cibo. Siamo cresciuti abituando il nostro palato al gusto delle carni, del pesce, del latte la mattina, i mille tipi di formaggi, le uova che sono comode e versatili. Cambiare abitudini e re-imparare a destreggiarsi con la cucina vegetale e i suoi sapori, non è semplice per tutti, specialmente per le persone abitudinarie. Ma il cibo è una scelta, e come ogni tradizione culturale, evolve con noi e il momento storico. Se le opzioni vegetali saranno sempre più presenti nei banchi dei supermercati, nei ristoranti e nella nostra cerchia di conoscenze, sarà sempre più facile fare una transizione collettiva.»

Cosa consigli a chi vorrebbe abbandonare la dieta onnivora a favore di uno stile di vita vegano? Da dove cominciare? Dove trovare informazioni affidabili? È necessario rivolgersi a un nustrizionista?

«Personalmente, ho iniziato con Veganuary, un’iniziativa globale che nasce con il pretesto di dare il via ad un nuovo percorso alimentare, che porti a sostituire le proteine animali con quelle vegetali. Iscrivendosi gratuitamente si ricevono giornalmente informazioni, consigli, ricette etc. io l’ho trovato utilissimo. Il mio consiglio è di fare una transizione graduale. Iniziare decidendo di ridurre la carne, per poi passare a concedersela solo nelle situazioni sociali; via via ridurre ogni tipo di derivato e sostituirlo. Sperimentare in cucina. Ognuno segue i propri tempi, decostruire abitudini e crearne di nuove non è sicuramente semplice all’inizio, ma più si va avanti e più è una strada in discesa. Non forzate le tempistiche, dovete essere convinti e sereni. Non dimenticate di integrare la vitamina B12! Io personalmente mi sono rivolta a una biologa nutrizionista specializzata in alimentazione vegetale e mi è stato molto d’aiuto per essere seguita. Ognuno di noi ha esigenze, storie e problemi diversi con il cibo e quindi avrà un percorso personalizzato.»

Grazie mille per la disponibilità Alice.

Marco Pisano

Sono Marco, un quasi trentenne appassionato di musica, lettura e agricoltura. Da tre e più anni mi occupo di difesa ambientale e, grazie a Libero Pensiero, torno a parlarne nello spazio concessomi. Anch'io come Andy Warhol "Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare". Pace interiore!

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