
In Occidente, sentendo parlare di estremismo islamico, si pensa immediatamente ad organizzazioni come ISIS, Al-Qaeda, Hamas. Queste, seppur con le loro rispettive differenze, sono accomunate da una caratteristica: la matrice sunnita. Appare dunque di notevole interesse lo studio dei fenomeni che in Iran, nel 1963, portarono un teologo e giurista sciita a scuotere così violentemente l’ordine pubblico e sociale, da instaurare nel 1979 un regime tutt’oggi vivente (seppur più in crisi che mai) che è da molti definito “Stato sponsor del terrorismo”.
Il percorso secolare di Persia e Iran
La cronologia degli eventi che si susseguirono in Persia dal 1501 d.C., anno dell’autoproclamazione di Ismāīl Safawī come primo Scià dell’Impero Safavide, rappresenta un corpus di tasselli fondamentali per comprendere quella che sarebbe stata l’ascesa al potere degli Ayatollah secoli dopo. Innanzitutto, Ismāīl impose l’islam sciita duodecimano come religione di Stato, circondandosi di ulama, saggi religiosi che presero il controllo della giustizia, dell’educazione e dei pilastri della società persiana. Il potere degli ulama rimase intatto anche con la fine della dinastia Safavide e risultò addirittura rinforzato rispetto a quello dei nuovi sovrani (dinastia Qajar, 1794 – 1925) ritenuti dal popolo pedine nella partita a scacchi che, in quella regione, si accese tra l’impero russo e quello britannico. Lo Scià, che in quegli anni sarebbe stato costretto a concedere un parlamento e una costituzione, non oppose resistenza quando la Gran Bretagna prese possesso, ad esempio, dei giacimenti di petrolio persiani, con la nascita dell’Anglo Persian Oil Company (1909). Debole fu anche il tentativo di restare sul trono quando Londra e le potenze vincitrici del primo conflitto mondiale lo sostituirono con il comandante Reza Khan, incoraggiando la sua marcia su Tehran nel 1921, la sua nomina a primo ministro e, infine, la sua incoronazione nel 1925.
È in questo periodo che ha inizio il processo di occidentalizzazione della Persia. Lo Scià, divenuto con un’aggiunta al proprio nome Reza Pahlavi, tentò al contempo un ritorno al periodo pre-islamico e un avvicinamento ai nuovi amici europei. Si pensi al cambiamento più simbolicamente forte apportato al Paese: il passaggio al nome Iran dal 1935.
Nel 1941, l’allontanamento forzato di Reza Khan, che negli ultimi anni di reggenza aveva tentato di mantenere forti i rapporti sia con il Regno Unito che con la Germania, permise alle forze alleate di ottenere un appoggio fondamentale dal nuovo sovrano, il figlio poco più che ventenne del deposto re, Mohammad Reza Pahlavi. Questi, dopo aver reso il Paese una monarchia costituzionale, si dimostrò ancora più incline del padre riguardo all’idea di un Iran baluardo dell’Occidente in territorio orientale.
Il Primo Ministro democraticamente eletto all’inizio degli anni Cinquanta fu Mohammad Mosaddegh, leader avverso ai vertici iraniani e agli alleati poiché fermamente nazionalista e pronto a limitare le ingerenze estere in Iran. La soluzione fu quella di rimuoverlo prontamente con un vero e proprio golpe orchestrato da Washington, quando la cortina di ferro calò sul mondo, con l’accusa di essere un ebreo comunista, sovversivo agitatore dell’ordine pubblico.
L’instabilità si era insinuata nella nazione. Mohammad Pahlavi, anni prima, non aveva tenuto conto del fatto che, mentre lui imponeva jeans e minigonne con l’aiuto della polizia segreta, non tutte le componenti del popolo iraniano erano pronte e disposte ad abbandonare la propria religione, la propria società, le proprie origini. Di ciò, qualche anno dopo, approfittarono definitivamente proprio gli ulama, estromessi dalla vita politica, ma sempre forti in società e guardiani della cultura persiana islamica.

La rivoluzione dell’Ayatollah e la percezione occidentale
Nel mese di giugno del 1963, il sessantenne Ruhollah Khomeini rompeva la tradizione degli ultimi tempi e pur essendo un religioso, decideva ugualmente di esporsi e dare inizio alla sua metamorfosi in capo politico. Il soggetto attaccato dai suoi comizi era lo Scià, reo d’essere schiavo dell’Occidente e complice di chi cercava, secondo Khomeini e i suoi sostenitori, di trasportare l’Iran in un vortice di corruzione, peccato e allontanamento dalla propria storia. La reazione del sovrano fu brutale, con centinaia di morti tra gli oppositori e l’arresto di Khomeini che fu inevitabile, così come l’esilio che lo avrebbe atteso una volta rilasciato e che lo portò prima in Turchia, poi in Iraq e Francia.
Nel frattempo, in Iran il malcontento aumentava, con Mohammad Reza Pahlavi che era ritenuto dall’opinione pubblica troppo sfarzoso, troppo eclettico, troppo lontano dal popolo e troppo vicino agli Stati Uniti d’America oltre che un despota, portatore di una democrazia e una civiltà conveniente per una piccola parte della popolazione, soprattutto per le classi agiate, ma lontana dalla volontà della maggioranza. L’odio politico per lo Scià divenne, dunque, il catalizzatore di una reazione inevitabile: la rivoluzione del 1979.
Il primo febbraio del 1979, Khomeini tornò in patria, pronto a liberare gli iraniani dall’oppressore, acquisendo sempre più consensi e appoggi, da parte di chi chiedeva autonomia e libertà dal corrotto e lontano Ovest. È bene evidenziare una contraddizione che all’epoca accomunò gran parte della politica, soprattutto di sinistra, fosse essa europea o americana: l’Ayatollah fu considerato un uomo in grado di liberare una nazione dal subdolo sistema capitalistico, infiltratosi tra le maglie della politica e dell’economia iraniane a causa di un ceto nobile snaturato, come un nuovo Lenin. Mai paragone fu più sbagliato e incauto.
Una sorta di giustificazione a tale sciagurata visione può essere ravvisata in tre principali motivazioni: in primo luogo, era eccitante negli ambienti intellettuali occidentali l’idea che nel nuovo Iran potesse concretizzarsi quel mix tra islam, marxismo ed esistenzialismo, ipotizzato da Ali Shariati, figura fondamentale per l’apposizione delle fondamenta del movimento rivoluzionario; in secondo luogo, lo sciismo convenzionalmente più simile, almeno nelle sue gerarchie, alla Chiesa cristiana, intimoriva meno l’uomo straniero e non islamico rispetto al sunnismo, più letteralista e dunque pericoloso; infine, con la caduta dello Scià, la prospettiva di una nuova potenza terzomondista in grado di dare del filo da torcere a Washington e al contempo di tener testa all’Unione Sovietica suonava come la più esaltante delle sinfonie per le orecchie di migliaia di critici, analisti e studiosi dell’epoca.
Con la cacciata di Reza Pahlavi, dunque, la tradizione religiosa sciita veniva nuovamente posta quale baluardo invalicabile, incontrastabile e insostituibile della neonata Repubblica islamica. Infatti, alle elezioni del mese di marzo 1979 fu ottenuto il 98% dei consensi.

L’inganno
La scelta di una repubblica come forma di Stato apparve agli occhi di chi osservava il fenomeno iraniano da una prospettiva esterna e a molti degli occhi degli iraniani stessi come un primo passo fondamentale verso un futuro indipendente e pacifico. Tuttavia, decisioni interne, come la creazione dell’istituzione paramilitare dei Pasdaran, ed esterne, come la gestione del caso diplomatico dell’attacco all’ambasciata statunitense a Tehran, resero evidente fin dall’inizio che l’amministrazione dello Stato iraniano non avrebbe avuto nulla a che fare con parole come pace e volontà popolare.
Il regime degli Ayatollah ha seguito una parabola discendente in fatto di progresso politico e sociale. La rivoluzione nacque per contrapporsi ad un’occidentalizzazione forzata, ma attuò di fatto una semplice sostituzione, imponendo la totale islamizzazione in un Paese ormai troppo grande e segmentato per essere legato a una sola fede e una sola cultura. In tal senso, è emblematico il percorso dell’hijab, indumento prima ferocemente bandito e perseguitato dai vecchi re, reso poi obbligatorio da chi li sostituì. Altro esempio è dato dal diritto: mentre il diritto civile, estremamente burocratizzato all’epoca degli Scià, ha subito riforme che lo hanno reso più snello, veloce e chiaro, quello penale è stato via via quasi del tutto inglobato in un sistema contorto, lontano dallo Stato di diritto, prevalentemente influenzato dalla politica e dalla tradizione islamica.
Sottile è dunque la linea che separa il liberatore e l’oppressore, con il primo che spesso, dopo aver preso il potere, si trasforma nel secondo.

Un’opposizione presente, ma non troppo
Va notato che dalla rivoluzione periodicamente centinaia di migliaia di iraniani, soprattutto giovani, scendono in piazza contro un governo che è sempre più accentratore, sempre più repressivo, sempre più pericoloso per l’incolumità degli stessi civili che, nel 1979, giurava di proteggere e tutelare. Gli attacchi all’Università di Teheran, gli scioperi dopo le elezioni del 2009, le mobilitazioni per l’uccisione di Mahsa Amini nel 2022 sono solo alcuni dei momenti in cui la tensione tra governanti e governati ha raggiunto l’apice. Le proteste di questi giorni, ancora una volta inumanamente represse dal regime, non sono dunque un incendio divampato senza ragione, ma un’ennesima manifestazione di un malcontento popolare quanto mai evidente e pressante. Ed è questo il punto da tenere maggiormente in considerazione: in Iran si protesta, si muore facendolo, ma il regime resta lì.
Per quanto i numeri dei manifestanti sembrino gargantueschi, infatti, bisogna considerare la grandezza demografica della nazione, che conta oltre 90 milioni di abitanti, oltre che la suddivisione estremamente frastagliata, etnicamente e socialmente, di questi milioni. Come detto, a manifestare sono perlopiù giovani, siano essi donne, lavoratori, appartenenti alle minoranze etniche e religiose, e questo costituisce un ulteriore punto debole per le proteste, considerando che l’Iran non è un Paese giovanissimo. Infatti, la maggior parte della popolazione ha un’età compresa tra i 25 e i 54 anni. Ancora, la politica non è coesa. Semplificando, si può ammettere che ci siano due sinistre e due destre: conservatori, ultraconservatori, riformisti e moderati. Il centro è molto più conservatore delle periferie, dove infatti avvengono maggiori atti di brutale repressione delle proteste, prima che queste riescano a propagarsi nei centri principali della Repubblica. Inoltre, l’astensionismo alle urne, ma anche in ottica di contestazione, è un fattore fondamentale per la sopravvivenza del regime. Gli abitanti delle grandi città sono scoraggiati e preferiscono non esporsi politicamente. Si pensi alle elezioni del 2024 quando a Tehran, che conta tra i 13 e i 15 milioni di abitanti, ha votato appena un cittadino su quattro.
Infine, le figure di spicco identificate dai media occidentali come possibili e concreti avversari politici dell’Ayatollah Khamenei, su tutti l’erede al trono dello Scià Pahlavi, almeno per il momento hanno un seguito in Iran che, sebbene crescente, non è ancora tale da giustificare una loro ascesa al potere e una sconfitta dell’attuale classe governante, a meno di interventi esterni.

Cosa fare da non iraniani?
In un contesto come quello iraniano, per l’occidentale che trascina con sé il fardello dell’uomo bianco, quello che gli impone di esportare democrazia, di liberare i popoli prigionieri a suon di bombe sui prigionieri stessi, non chiedendo niente in cambio, se non qualche materia prima e una transizione verso un democratico governo amico, sarebbe scontato dover intervenire. Non per piacere, ma per dovere. Poco importa se, ad esempio, quell’uomo bianco pretende di sottomettere minoranze, stranieri, omosessuali e donne, proprio come fa già il regime che si propone di distruggere, lo ha detto chiaramente il Presidente Donald Trump: lui segue solo la sua morale. Non c’è giusto o sbagliato in base a un diritto, in base a un vivere civile e comune, c’è un giusto e uno sbagliato in base alla morale di Trump e a quella di Khamenei, con quest’ultimo che, però, si dice guidato da un Dio e non si crede il Dio stesso.
L’Iran va aiutato, ma non certo con minacce, bombe, sanzioni che colpiscono principalmente i civili e fantomatici paragoni con questioni genocidarie. Tramite aiuti umanitari, mobilitazioni, donazioni, sostegno, solidarietà, l’Occidente potrà tenere la mano del popolo iraniano, non ergendosi a superiore paladino della pace, ma mostrandosi come forse non ha mai fatto: come un suo pari.
Anna Farina
















































