Movida, giovani irresponsabili
Fonte: Il Sole 24 ore

Tutti a parlare di movida, ma non si è ancora capito se l’argomento è in relazione a un fattore meramente sanitario o se, invece, debba essere sviscerato come fenomeno o problema sociale inerente i giovani.

L’opinione pubblica sembra non avere dubbi: i giovani sono irresponsabili e stanno mettendo a repentaglio la vita di tutti, rischiando una seconda ondata di contagio. Anche il professore Massimo Galli non è “dolce di sale”, lo dimostrano le sue ultime dichiarazioni: «I giovani si considerano immortali». Poi ci sono i titoli in prima pagina, quelli che ci hanno accompagnato e tormentato prima e dopo la quarantena alterando numeri e stati d’animo, nemmeno loro fanno sconti ai giovani: «La movida se ne infischia del coronavirus». Insomma, l’opinione pubblica non ha dubbi: dopo i cinesi, dopo i runners, i nuovi untori sono i giovani. Ma è realmente così?

Rinunciando alla suspense, il problema movida non nasce oggi. Da una parte c’è chi vede assembramenti ovunque essendosi fermato probabilmente agli inizi di marzo quando venne ufficializzata la quarantena, dall’altra c’è una parte di cittadinanza che soffre, e non per intolleranza, la movida indisciplinata. Queste due forze si sono unite non sapendo di partire da motivazioni diverse e hanno dato vita a un dibattito che coinvolge la nazione da Nord a Sud: i giovani sono disinteressati al problema di un nuovo contagio. In Lombardia si leggono commenti del tipo “chiudiamo i Navigli“, in Campania c’è chi invita a ridurre le aperture dei locali oppure a chiudere il lungomare di Napoli o il bosco di Capodimonte. Ma allora il problema è sociale o sanitario?

Se il problema è sociale non chiamiamo i nostri giovani disinteressati, non li mettiamo alla gogna e non li sbattiamo in prima pagina come i responsabili di una ulteriore ondata di contagio; ma se il problema è sanitario allora bisogna chiarire alcune cose. Si chiede ai giovani di essere responsabili, di evitare assembramenti e di non occupare piazze, lungomari o parchi, ma siamo gli stessi che al primo DPCM hanno preso d’assalto i supermercati. Si chiede ai giovani di mantenere distanze di sicurezza che non si comprendono: nelle spiagge tre metri, nei ristoranti uno. Per mesi virologi e tuttologi (ormai si fa confusione) richiedevano cautela soprattutto agli anziani, in quanto il virus sembrava colpire esclusivamente persone di una certa età, ma nessuno diceva ai giovani che rischiavano di infettarsi molto facilmente e di contagiare a tappeto.

Il messaggio più ambiguo purtroppo ha riguardato le mascherine; ancora oggi c’è poca coerenza, trasparenza: inizialmente servivano quelle certificate, poi si è detto che non era importante; le Regioni hanno iniziato a produrre mascherine che in alcuni casi, come in Veneto, non erano considerate nemmeno un presidio medico-chirurgico e lo stesso presidente Zaia dichiarò «Meglio di niente». Si obbligò all’utilizzo della mascherina quando non c’erano mascherine, a quel punto i cittadini iniziarono a produrre mascherine fai-da-te; è passato e passa tutt’ora il messaggio che non è importante la qualità della mascherina, è importante che non ti si vedano il naso, la bocca, il mento. Perché ciò che non si vede non si teme. La verità è forse nel mezzo. La movida indisciplinata è certamente un problema, anche per una questione di salute pubblica; ma è anche vero che ai giovani sono stati trasmessi messaggi confusi e contraddittori, poco lineari e razionali.

Una Fase 2 che ha posto al centro il problema della movida e non dell’organizzazione. Bisogna ammetterlo, alla Fase 2 si è giunti impreparati. Il panico ha attecchito un po’ ovunque, dai balconi alle tastiere dei pc, dinanzi alle fotografie e alle notizie dei giornali con giovani riversati nelle piazze e strade bloccate, ma la colpa sembra essere soltanto loro. Certo, se si chiudono i locali alle 23 di sabato sera, in pieno centro a Napoli, è comprensibile che si rimanga bloccati in auto per tutta la notte. Se si comunica ai giovani (o a chiunque altro) che si può uscire considerando le distanze di sicurezza è evidente che le persone lo facciano, ma se in una Città Metropolitana in cui i mezzi pubblici sono precari e l’utilizzo di bici o di una qualsiasi mobilità sostenibile è ancora un miraggio è normale che si crei una viabilità a singhiozzo.

Ha detto bene il virologo Crisanti durante l’intervista a La Repubblica: «Siamo in mano a mascherine, guanti e bel tempo», in Italia, infatti, «Non siamo in grado di prevedere nulla». E ancora: «Bisognava cercare di capire esattamente quanti sono i casi reali, facendo emergere tutto il sommerso». I giovani saranno anche per certi versi irresponsabili, ma gli errori dei giovani sono lo specchio della confusione delle nostre istituzioni, oltre a un problema educativo. Ma torniamo sempre agli errori delle nostre istituzioni: siamo il Paese del Jobs Act, della riforma Fornero, dei tagli alla Sanità pubblica, dei tagli alla Cultura e all’Istruzione.

La verità è che nonostante tutto il nostro Paese è bello perché in un momento di difficoltà ha retto sulla schiena di tanti precari, dei lavoratori deboli, dei sottopagati, ricordandoci che c’è una parte d’Italia che ha qualità umane e professionali che da troppo tempo la politica italiana scredita e umilia.

Bruna Di Dio

Bruna Di Dio
Intraprendente, ostinata, curiosa professionale e fin troppo sensibile e attenta ad ogni particolare, motivo per cui cade spesso in paranoia. Raramente il suo terzo occhio commette errori. In continua crescita e trasformazione attraverso gli altri, ma con pochi ed essenziali punti fermi.

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