
John Steinbeck pubblicò Furore il 14 aprile del 1939 a New York e il romanzo si rivelò essere un capolavoro che gli valse il premio Nobel per la letteratura nel 1962. Bestseller numero uno nel 1939 e nel 1940 negli Stati Uniti d’America, ha venduto complessivamente 4 milioni e mezzo di copie in edizione rilegata, fruttò all’autore 75.000 dollari dell’epoca. La critica ritiene Furore il romanzo simbolo della Grande depressione statunitense degli anni trenta.
Mel 1936 Steinbeck era impegnato in una serie di articoli per il San Francisco News: doveva documentare le condizioni di vita di una popolazione che, attratta da offerte di lavoro, aveva abbandonato il Midwest per raggiungere la California. Si trattava dei nuovi poveri, bianchi e protestanti, espropriati dalle banche delle loro fattorie, non più redditizie dopo che il cataclisma delle tempeste di polvere (Dust Bowl) aveva distrutto le terre coltivabili e quindi la loro unica fonte di guadagno. Impelagato nello studio di tali documentazioni, Steinbeck comprese l’importanza di tale momento storico e, con una penna tagliente e uno sguardo cinematografico, trasforma in materiale narrativo il momento storico in cui l’avanzata del capitalismo spazza via le piccole imprese e, con loro, la forma mentis che aveva plasmato generazioni.
La banca: il monstrum del nuovo secolo
Leggendo le prime pagine di Furore, ci si addentra in una tragedia già consumata: famiglie di fattori vengono cacciati dalle loro dimore dai proprietari dei fondi o da delegati dei loro proprietari. I fattori, che hanno da sempre vissuto in quelle terre, le hanno lavorate e le conoscono come se esse fossero parte integrante (e non solo guadagno) della famiglia, si vedono strappati via il loro luogo e ragione di vita e di morte da persone che burocraticamente ne hanno la proprietà ma che, nel concreto, quei campi non li hanno mai neanche visti.
- Ma cosa ne sarà di noi? Come faremo per mangiare? [..] quest’aia l’ho costruita colle mie mani. È mia. Tu prova a buttarla giù e vedi come piglio il fucile. Ti stendo come un coniglio.
- Non sono io, io non ci posso fare niente. Se non lo faccio mi licenziano. Ma mettiamo pure che mi ammazzi, lo sai che succede? Succede che t’impiccano, e molto prima arriva un altro trattorista e ti butta giù la casa.
- Capisco, e a te chi te li dà gli ordini? Andrò da lui, è lui da ammazzare.
- Ti sbagli, lui piglia gli ordini dalla banca. La banca gli ha detto: ‘ O fai sloggiare quella gente o perdi il lavoro’. [..]
- Ma dove finisce questa catena? A chi posso sparare? Non mi va di morire di fame senza ammazzare l’umo che mi fa morire di fame.
- Non lo so, forse non c’è nessuno da ammazzare, forse non c’entrano gli uomini.
Il trattorista, un delegato addetto a far sgomberare le famiglie, è uno di loro, un figlio di un fattore che vorrebbe solo sposarsi e vivere tranquillo. Ha ricevuto un compenso di tre dollari al giorno e sta così svolgendo il lavoro di routine che gli è stato assegnato. In tutta la sua gioventù riesce a carpire e a decodificare i cambiamenti sociali che, con loro, si trascinano quelli economici: la comunità deve aprire gli occhi e adattarsi.
“Non c’è nessuno da ammazzare” è un’epifania fondamentale: a gestire il mondo ora è il capitalismo che ha reso l’astrattismo della burocrazia sovrano delle concrete vite degli uomini. La banca è delineata nella sua forma più sfumata e confusa: è un’entità, un mostro (e così Steinbeck cita Zola) che, seppur fatta di uomini, è un qualcosa di diverso dagli uomini poiché anche chi ci lavora all’interno odia profondamento ciò che la banca fa e tuttavia la banca lo fa ugualmente. Monstrum in latino significa sia “mostro” che “prodigio” o “evento straordinario”. L’etimologia deriva da moneo (“ammonire”, “segnalare”) o monstrare (“mostrare”), poiché un monstrum è un segno da interpretare. Steinbeck vuole quindi porre l’accento sul fatto che la banca è stata una creazione dell’uomo, è una macchina che nessuno riesce più a controllare.
La ricerca dell’Eden californiano
Steinbeck racconta dell’esodo per mezzo di Tom, un ragazzo appena uscito dal carcere che, con la sua famiglia decide di abbandonare l’Oklahoma per tentare la fortuna all’Ovest dopo aver letto un volantino di ricerca lavoro. Intraprendono un viaggio lungo la Route 66 verso la California a bordo di un autocarro che, dallo sfratto, diventa simbolo di un nucleo familiare ricompattato nel clima capitalista: il nuovo focolare arranca a malapena in balìa di un mondo che richiede troppe spese, è itinerante, senza radici, alla ricerca dell’offerta migliore. Ogni personaggio del romanzo è un tassello fondamentale della storia e della società. In tal senso, la madre personifica i legami familiari poiché il suo compito è quello di mantenere viva la memoria, i ricordi e la chiarezza che c’era quando tutto era ancora comprensibile. Il caos del nuovo mondo porta caos anche nell’equilibrio interno che ne è la rappresentazione in scala.

Casy è invece un prete che ha deciso di spogliarsi. La sua fede e la sua prodigalità al giusto lo hanno spinto ad abbandonare la comodità e i privilegi clericali per aiutare la gente, masse di persone che si trascinano nella loro povertà, cercando almeno di boccheggiare tra i problemi che le attanagliano. Ormai la società ha uno spirito avvilito e triste, non sa cosa significa vivere perché vive come se fosse già morta e l’unico aiuto di cui ha davvero bisogno è quello di un umile predicatore pronto a parlarle. In un clima disilluso la ricerca della spiritualità non è più un’esigenza, ma Casy vuole fare la differenza: il sacro si deve riesplorare e rielaborare, va riscoperto a ogni cambiamento generazionale e, non a caso, Casy non ha più intenzione di predicare ma di chiedere, non vuole professare, ma capire e ascoltare. Il personaggio è simbolo delle idee, delle speranze e della ragione più lucida, una fioca luce tra l’oscurità delle paure, delle incertezze e del marciume.
Senza più un riferimento familiare, religioso e politico, giunti in California, i migranti non trovano quell’Eden che immaginavano. Di lavoro ce n’è poco, le terre sono sfruttate fino all’osso e la retribuzione è da fame. I nuovi agricoltori sono trattati come feccia, oggetti da sviscerare e da buttare via, assunti per disperazione poiché spinti dalla miseria. I grandi proprietari pretendono che lavorino in massa (in modo da raccogliere i prodotti quanto prima) e che, man mano, debbano essere pagati con salari sempre più ridicoli: dai 2 dollari al giorno in poco tempo sono passati a pochi centesimi. Simbolicamente, la figura di Casy compare durante l’evento cruciale dello sciopero e infatti Steinbeck ribadisce ai suoi lettori:
«Diffida del tempo in cui gli scioperi cessano mentre i grandi proprietari sono ancora vivi – perché ogni piccolo sciopero soffocato dimostra che il passo è in atto. Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo.»
Apparentemente lo sciopero è inutile, perché inutile è la speranza in un mondo in cui la discriminazione e la morte serpeggiano tra chi vive di stenti.
Rose of Sharon è la giovane sorella di Tom, sposina in dolce attesa che, nell’evoluzione del suo personaggio, ha sognato di costruire una vita perfetta nella paradisiaca California, è stata abbandonata dal marito e ha poi partorito un neonato morto. Strappata via ogni forma di illusione, Rose mantiene comunque il suo scopo donando tutto di sé agli altri: allattando un agricoltore in fin di vita, diventa allegoria di nutrimento e, in una terra in cui non scorrono davvero latte e miele, lei trova in sé quel nettare che non pensava di possedere.
Alessia Sicuro

















































