Copertina de La Resistenza delle donne di Benedetta Tobagi, edito da Einaudi
Copertina de La Resistenza delle donne di Benedetta Tobagi, edito da Einaudi

A Milano, nel 1977, nasce la scrittrice e radiofonica italiana Benedetta Tobagi. Laureata in filosofia, focalizza i suoi studi sulla storia dello stragismo. Collabora dal 1999 con «la Repubblica». Il lavoro di inchiesta giornalistica relativo agli “anni di piombo” presso il Corriere della Sera costò al padre della scrittrice, Walter Tobagi, una morte violenta per mano di un attentato della Brigata XXVII Settembre, il 28 maggio 1980. Benedetta Tobagi scrive “La Resistenza delle donne”, un volume pubblicato da Einaudi nel 2020, partendo dalla ricca documentazione fotografica che testimonia l’impegno delle donne contro il fascismo a partire dal 1943.

Alle donne che partecipavano alla resistenza veniva ordinato di tenere un atteggiamento decoroso e di non indossare pantaloni “per decenza”, per evitare pettegolezzi e insinuazioni. «L’unica volta che ho messo il rossetto in vita mia è stato per mettere una bomba»: questa una testimonianza di Teresa Mattei, nome di battaglia Chicchi, che sarebbe poi stata la deputata più giovane eletta all’Assemblea Costituente il 2 giugno del 1946.

Laila è furibonda: State bei caldi voi! E noi, solo perché donne, dovremmo congelarci per quelle stupide idee? Tanto fece che da quel momento ciascuna potè scegliere liberamente tra gonna e pantaloni, a seconda delle necessità e delle preferenze.

“La resistenza delle donne” è un libro che raccoglie storie e testimonianze di donne di ogni estrazione sociale che hanno contribuito alla lotta per la liberazione dal nazifascismo. Storie avvincenti, con una fitta trama, di donne coraggiose che vedevano la resistenza non solo come una liberazione dal fascismo, ma anche come una ritrovata consapevolezza di sé e del proprio valore. Per queste donne la resistenza era una delle tante strade per liberarsi dal dominio maschile e patriarcale, per abbandonare gli stereotipi e rimettere al mondo sé stesse consapevoli della propria libertà.

Nel libro è presente anche un apporto iconografico molto importante, con foto storiche che ritraggono la determinazione della resistenza tutta al femminile.C’è una foto che ritrae tre donne sorridenti in mezzo a un campo, due armate di mitra e, quella in mezzo, “armata” di mattarello e pasta sfoglia.

Foto provocatoria che contiene un messaggio importante, e cioè che queste donne erano capaci di andare oltre gli stereotipi, libere di imbracciare le armi e cucinare al tempo stesso. Una storia per immagini che Benedetta Tobagi utilizza sapientemente per costruire una narrazione appassionata e ragionata. Per queste donne fu straniante il ritorno alla normalità:

E così, pur avendo preso parte alla Resistenza al pari dei loro compagni uomini, migliaia di donne, tornate al loro ruolo di figlie, mogli e madri, per parecchio tempo non avrebbero più parlato di quei mesi trascorsi nelle formazioni partigiane, a combattere nelle città e sulle montagne, sparando o consegnando importanti dispacci e armi, soffrendo il freddo, la fame, le violenze quotidiane, nascondendo i partigiani, curandoli quando ne avevano bisogno. Poi, finalmente, le storiche cominciarono a chiedere alle donne di raccontare ciò che avevano vissuto.

Le fotografie che seguirono il 25 aprile sono prive di volti femminili: la partecipazione delle donne alla resistenza è stata per decenni oscurata e non riconosciuta, Tobagi propone dunque un libro importantissimo che racconta di speranze realizzate ma anche tradite, di grandi illusioni e altrettante grandi disillusioni.

La presenza di figure femminili nella storia è relegata ai margini: la storia è fatta per lo più da imponenti personaggi maschili che detengono il potere, ma la Resistenza è un fenomeno al cui capo si trovano donne coraggiose e guerriere; la scrittrice scava nel rimosso della memoria collettiva e del non detto al fine di liberare una volta e per tutte l’importante funzione che queste ultime hanno svolto da stereotipi maschili e patriarcali di cui è già fin troppo colma la storia. Si è avvalsa, per questo, della competenza di studiosi che lavorano da anni negli archivi degli istituti storici della Rete Ferruccio Parri, in particolare dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza.

Nell’emergenza, mentre la guerra arriva alla soglia di casa, le donne aprono la porta. L’istinto protettivo e l’abitudine alla cura travalica i legami di sangue, deborda dall’ambito domestico e si allarga ad abbracciare, accogliere e assistere chiunque abbia bisogno.

Le partigiane delle formazioni in montagna non vogliono farsi intrappolare nei soliti ruoli ancillari di cuoche, lavandaie, lavapiatti. Vogliono combattere, non servire. Ma il senso della cura è importantissimo, inteso non nella sua accezione stereotipata ma come atto di resistenza; si pensi al ruolo delle infermiere, che svolgono il loro lavoro con impegno, empatia, senso del dovere (“curare non è servire”); e a coloro le quali si prendevano cura dei morti, del gravoso impegno di raccogliere i cadaveri dei compagni e delle compagne gettati per le strade o lasciati appesi agli alberi con la corda con cui erano stati impiccati, resti di corpi spesso smembrati e orrendamente sfigurati dalle torture, il pesante compito di dare la dolorosa comunicazione ai parenti, assicurare – se e per quanto possibile – una dignitosa sepoltura. Essere le conservatrici della memoria significa essere protagoniste della testimonianza storica della Resistenza ai posteri.

Il maschile di ‘staffetta’ non esiste: […] è uno dei rari termini professionali ad avere solo il femminile. […] i maschi impegnati nel ruolo solitamente affidato alle donne venivano definiti piuttosto ‘ufficiali di collegamento’; il termine ‘staffetta’ si usava al massimo per i bambini. Ci fu una vivace discussione sulla faccenda, negli anni Novanta; qualcuno chiese di definire ‘ufficiali di collegamento’ anche le donne, ma l’abitudine psicologica e linguistica era troppo forte per cambiarla a tavolino. ‘Staffetta’ è un termine cosí diffuso, e amato, che si è perso di vista quanto sia – anche senza volerlo – sminuente.

Le donne facevano la staffetta, ma questo ruolo non è adeguatamente descritto rispetto alla realtà: è una figura sottovalutata, poiché si esponevano a moltissimi pericoli; il loro compito principale era in effetti trasportare messaggi, ma spesso venivano affidate loro armi o esplosivo per sabotaggi e attentati. Accompagnavano e facevano da guida a persone importanti: comandanti partigiani o ufficiali alleati che, non conoscendo il territorio, avevano bisogno della loro assistenza per spostarsi da una zona all’altra; il loro lavoro sconfinava molto spesso in attività di controllo.

Anch’io volevo procurarmi un’arma che mi veniva costantemente negata dai compagni dei Gap perché, secondo loro, noi donne dovevamo limitarci a mascherare la loro presenza nei luoghi degli attacchi fingendo di essere le fidanzate: erano convinti che, così, avrebbero corso meno rischi.

Coloro le quali sceglievano la resistenza armata faticavano a trovare le armi, molte hanno dovuto combattere contro gli stessi compagni uomini per ottenerle e acquistare il loro stesso diritto. Benedetta Tobagi ci parla della Resistenza con uno sguardo femminile, non neutro, libera questa narrazione dagli stereotipi secolari e maschili e ci ricorda che “Il fascismo è finito, ma il patriarcato è ancora in gran forma”. Viene inoltre affrontato un tema di cui si è taciuto per lungo tempo, quello della violenza sessuale subita tra le partigiane:

Nulla aveva preparato gli studiosi e il pubblico alle dimensioni reali del fenomeno della violenza carnale impiegata come arma contro le resistenti, armate e non, o presunte tali. Quando finisce la guerra, infatti, delle partigiane violentate non si parla, a parte pochissime eccezioni. 

Molte donne esitarono a parlarne, poche parlarono solo quando, ormai anziane, erano rimaste sole perché tutti i propri familiari erano ormai morti. La stessa Teresa Mattei fornì la sua testimonianza dopo decenni: “Ormai anziana, decide di condividere anche quel pezzo della sua storia in un’intervista televisiva con Gianni Minà nel 1997 (la stessa trasmissione in cui, disarmante, raccontava di mettersi il rossetto solo per fare gli attentati)”.

Sai chi sei?
Sai a cosa sei chiamata?
Per cosa vale la pena vivere e morire?
Che cosa è giusto fare?
Rompere con clamore o resistere in silenzio nel quotidiano. Tuffarsi al centro del campo di battaglia o restare ai margini – parete, pilastro, confine, protezione; grembo e custode del dolore degli altri. O entrambe le cose?

In fondo, solo se sappiamo chi eravamo possiamo sapere chi siamo: la Resistenza è stata un evento storico fondamentale nella storia dell’emancipazione del genere femminile, è dunque necessario raccontarla bene, libera da quegli stereotipi patriarcali di cui è già colma la storia. Queste donne hanno fatto la rivoluzione in gonne e pantaloni, con e senza rossetto, con e senza armi, hanno ucciso l’angelo del focolare e liberato l’Italia dal nazifascismo, si sono sacrificate per la libertà combattendo contro un doppio nemico, quella dicotomia fascismo-patriarcato che deve essere ben chiara a tuttu quelli che vorranno leggere il libro.

Lorenza Franzese

Lorenza Franzese
Passo la maggior parte delle giornate a immaginare un mondo diverso. Coltivo sogni utopici. Il significato etimologico di utopia è “in nessun luogo” ma per me un luogo l’utopia ce l’ha, ed è esattamente la mia mente. Io credo nel cambiamento. Studio Filosofia e non ho ancora capito cosa significa vivere. Femminista, anticapitalista, la frase che ripeto più spesso è: “sembra distopico, è tutto sbagliato”.

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