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L’impronta ecologica di Internet: quanto inquiniamo mentre siamo online?

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Impronta ecologica di Internet
Fonte immagine: ilsuperuovo.it

Didattica a distanza e aperichat, e-commerce e smart working, lezioni di fitness online e webinar per la presentazione di eventi culturali. La pandemia da Covid-19 ha cambiato le nostre vite, le ha smaterializzate più del dovuto e anche chi era poco avvezzo alla tecnologia ha dovuto convertirsi alle meraviglie del web per superare noia e isolamento forzato, lavorare, studiare e, talvolta, reinventare la propria attività. Il web ci ha salvato, verrebbe da dire, se non fosse che ogni singola attività svolta online genera una (non proprio piccola) impronta ecologica. Dispositivi elettronici e infrastrutture digitali consumano, infatti, crescenti quantità di elettricità. E quando l’energia elettrica non proviene da fonti rinnovabili produce emissioni di gas serra. In una società sempre più smaterializzata, dunque, anche l’inquinamento sembra smaterializzarsi. Ma qual è esattamente l’impronta ecologica prodotta da Internet?

Secondo il report LEAN ICT – TOWARDS DIGITAL SOBRIETY condotto da un think tank con sede a Parigi, nel 2020 le ICT – ossia le tecnologie digitali utilizzate per trasmettere, ricevere ed elaborare dati e informazioni – hanno contribuito per il 3,7% alle emissioni globali di CO2. Una percentuale, questa, destinata inevitabilmente a salire: già nel 2025, infatti, si stima che essa avrà raggiunto quota 8,5. Nulla di cui meravigliarsi, allora, se confrontando l’impronta ecologica emessa da tutti i paesi nell’anno appena trascorso emerge che se Internet fosse uno Stato sarebbe tra quelli più inquinanti al mondo.

L’impronta ecologica di Internet si riconduce alla domanda di energia proveniente da quattro grandi settori del sistema: data center, reti di comunicazione, dispositivi degli utenti finali ed energia necessaria per produrre le apparecchiature dei settori precedenti. Mentre in passato l’energia necessaria ad alimentare i nostri dispositivi richiedeva il maggior consumo elettrico, oggi computer, smartphone, tablet e via dicendo sono diventati più piccoli e efficienti dal punto di vista energetico e tra le infrastrutture digitali che consumano più energia ci sono invece i data center, cioè i grandi centri di archiviazione ed elaborazione dati.

Nel 2010 Greenpeace ha avviato la sua prima attività di monitoraggio e valutazione dei principali operatori di data center riscontrando che, all’epoca, le aziende prestavano poca o nessuna attenzione all’efficienza energetica. Di lì ad un anno, un insospettabile Mark Zuckerberg contribuì a realizzare una decisiva inversione di tendenza. Motivato non certamente da una spiccata sensibilità ambientale, ma influenzato piuttosto dai milioni di utenti che aderirono alla campagna Unfriend Coal (rimuovi il carbone dagli amici) di Greenpeace, il padre fondatore di Facebook si impegnò a utilizzare il 100% di energia pulita così da ridurre l’impronta ecologica del suo social media.

A distanza di dieci anni la strada da percorrere è ancora molto lunga – nel 2017 Facebook utilizzava ancora solo il 67% di energia proveniente da fonti rinnovabili – e gravi problemi di trasparenza si aggiungono a quelli già esistenti. Ad esempio, del colosso dell’e-commerce (Amazon, se fosse necessario specificarlo) si conosce molto poco relativamente alle strategie adottate per raggiungere l’efficientamento energetico. L’estensione delle sue attività a quelle aree del mondo in cui vengono impiegate prevalentemente energie sporche, tuttavia, non lascia ben pensare. E lo stesso, purtroppo, fa Netflix, che si appoggia proprio su Cloud Amazon.

Secondo The Shift Project, il centro di ricerca con sede a Parigi, guardare 10 minuti di video su Netflix consuma 1500 volte più elettricità che ricaricare la batteria di uno smartphone. La cifra scende invece a 150 secondo la International Energy Agency (IEA). Stime così diverse si spiegano perché non esistono ancora né dati globali del consumo energetico indotto dagli usi digitali né standard definiti per tracciarli. Il solo dato certo, insomma, è che per guardare un video in streaming ad alta definizione il consumo di energia è enorme. Ma non tutte le attività svolte online producono la stessa impronta ecologica. Scrivendo mail, per esempio, occorrerebbero ben 5 ore per pareggiare il consumo di elettricità generato dalla visione di un filmato di 10 minuti. E se inviare meno mail o smettere di guardare film in streaming non rappresenta certo la soluzione del problema, anche a livello individuale si può e si deve fare qualcosa.

Eliminare app inutilizzate, svuotare la cartella di posta elettronica dai messaggi pubblicitari, chiudere tutte le finestre web già consultate, evitare l’invio compulsivo di video, gif e immagini: la lotta alla crisi climatica passa anche per il web.

Virgilia De Cicco

Greenpeace

Virgilia De Cicco
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

1 commento

  1. I cambiamenti climatici che prima dell’uomo avvenivano in milioni di anni, oggi avvengono nell’arco di quaranta/cinquant’anni, e questo è molto pericoloso; le attività umane continuano a modificare l’ambiente in maniera più che proporzionale rispetto ai tempi di evoluzione necessari per produrre nuovi adattamenti negli organismi, ragion per cui la nostra stessa specie, oltre a causare l’estinzione di altri esseri viventi, può seriamente compromettere le proprie possibilità di vita futura, provocando la sua stessa estinzione, e un colpo di acceleratore lo sta dando anche il web, come si può leggere da questo interessante articolo che stimola la riflessione.

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