Voto a 16 anni, l'inclusione giovanile passa prima dall'istruzione
Fonte: meteoweb.eu

Già nel 2015 Matteo Salvini, allora segretario della Lega Nord, annunciò di aver presentato una proposta di legge per concedere il diritto di voto a 16 anni, poiché i giovani sono considerati al giorno d’oggi più informati e coinvolti rispetto al passato. L’esempio fornito dal leghista era quello dell’Austria, in cui l’abbassamento dell’età per il diritto di voto ha permesso ai sedicenni di votare in tutte le elezioni, pur rimanendo il limite dei 18 anni per poter essere eletti. 

L’argomento è tornato alla ribalta in questi ultimi giorni, in occasione delle marce pacifiche per il clima avvenute nelle ultime giornate di settembre, che hanno visto centinaia di migliaia di giovani italiani mobilitati in moltissime città, con la dichiarata intenzione della Lega di ripresentare la proposta.

A tornare sul tema è anche Enrico Letta che nel chiedere al governo giallorosso una riforma costituzionale per rendere possibile il voto a 16 anni ha incontrato un ampio consenso del premier Conte e del M5S. Di Maio, difatti, rivendica la proposta, più volte sostenuta nel Blog da Beppe Grillo nel 2016, e ribadisce l’importanza di dare ai giovani il diritto di decidere per il loro futuro. Anche il PD si mostra a favore, con il segretario Zingaretti che mette in evidenza la passione civile che anima tanti giovani nel nostro Paese. 

I Paesi con il voto a 16 anni

La proposta di abbassamento della soglia che porta il voto a 16 anni ha scatenato la reazione dei social, ma non rappresenta una novità neanche fuori dall’Italia. In Scozia i sedicenni hanno potuto esprimere la loro preferenza al referendum per l’indipendenza nel 2014, mentre dal 2015 godono del pieno diritto di voto. Rimanendo in Europa, alcuni Stati consentono ai sedicenni di votare solo in alcune consultazioni, come l’elezione dei Parlamenti di alcuni Länder in Germania e le elezioni locali in Norvegia. Molti esempi di Paesi che aprono le urne ai giovani provengono dal Latino America, ma anche da contesti non democratici, come la Corea del Nord in cui la soglia è di 17 anni. 

Giovani al voto in Europa
Fonte: debatingeurope.eu

L’importanza di istruire i giovani alla politica

Sui social la questione ha diviso gli animi. Tra gli utenti, a esclusione dei soliti benaltristi e dei detrattori del suffragio universale, le maggiori preoccupazioni riguardano la mancanza di preparazione data dai tagli alla scuola e di maturità da parte dei giovani. Non a torto: in Italia solo dal prossimo anno entrerà in vigore l’obbligatorietà dell’insegnamento dell’educazione civica per ogni ordine e grado, mentre lo studio del diritto rimane limitato ad alcuni istituti superiori. La conoscenza della Costituzione, in questo senso, dovrebbe costituire il requisito minimo indispensabile per concedere il voto ai sedicenni e l’istruzione pubblica dovrebbe muoversi in questa direzione fornendo ai giovani gli strumenti e le conoscenze adeguate.

Sicuramente i dubbi legati alle competenze dei giovani del nostro Paese appaiono fondati, se si considera il rendimento scolastico dei quindicenni italiani che, secondo il report triennale OCSE-PISA 2015, mostra lacune nelle scienze e nella lettura con punteggi inferiori rispetto alla media dei Paesi OCSE, pur presentando dei miglioramenti in matematica. La lettura, in particolare, desta preoccupazioni circa il voto ai sedicenni in quanto le difficoltà nella comprensione del testo in madrelingua potrebbero costituire un limite per la percezione della realtà e lo sviluppo della capacità critica necessaria ad esprimere un parere di carattere politico. Tuttavia, i questionari somministrati al campione di giovani studenti italiani, così come le famigerate prove INVALSI, rientrano in un modello di valutazione dell’apprendimento molto criticato e non sono rari i boicottaggi di questi test.

La logica che li permea rispecchia un determinato modo di vedere il mondo, la scuola e soprattutto gli adulti di domani, in quanto la caldeggiata costruzione di “capitale umano” rivela in controluce la volontà di preparare i lavoratori, la futura forza produttiva, attraverso una scuola-azienda che sforna manodopera, piuttosto che cittadini dotati di diritti e capaci di pensiero critico. Non a caso, il focus tematico dell’ultimo report PISA riguardava la financial literacy, letteralmente l’alfabetizzazione finanziaria. Non esiste, dunque, un modo univoco e oggettivo per quantificare e verificare il grado non soltanto della reale preparazione, ma anche della partecipazione e dell’interesse dei giovani nei confronti della politica, prima di concedere il voto ai sedicenni.

D’altra parte, la scelta di abbassare la soglia d’età per il voto a 16 anni dovrebbe essere accompagnata dall’aumento della spesa pubblica per finanziare l’istruzione, finora vittima dei tagli più efferati dal 2007 ad oggi, al punto da far figurare l’Italia fra i Paesi che spendono meno in Europa per la scuola. I tagli all’edilizia scolastica, alla formazione degli insegnanti e il blocco delle assunzioni hanno reso la scuola un luogo meno sicuro e sempre più incapace di fornire gli strumenti necessari alla crescita dei giovani.

Inoltre, come spiega Christian Raimo sulle pagine di Internazionale, alcuni episodi avvenuti negli ultimi mesi, tra cui la sospensione dell’insegnante Rosa Maria Dell’Aria, segnalano l’intensificarsi di quella retorica che vuole “la politica fuori dalle aule scolastiche”. Lo spauracchio antipolitico degli insegnanti politicizzati e della propaganda dei libri di testo sembra aver svuotato la scuola della sua funzione civica, negandole il ruolo di laboratorio politico. 

L’esclusione socioeconomica e politica dei giovani

Un altro fattore da considerare in ambito di voto a 16 anni consiste nella sotto-rappresentazione politica dei giovani in una società soggetta ad invecchiamento, tenendo in conto le grandi e crescenti sfide che riservano il futuro, come l’aumento delle diseguaglianze e il cambiamento climatico. Sempre l’OCSE nel 2018 ha pubblicato un report al fine di indicare ai governi delle misure atte a colmare il governance gap, ovvero sia l’esclusione dei giovani a livello socioeconomico, dati i crescenti tassi di diseguaglianza di reddito e di povertà fra le nuove generazioni, sia nell’ambito pubblico, come segnala lo scontento nei confronti delle tradizionali forme di partecipazione politica e la frustrazione legata alla mancata possibilità di far sentire la propria voce. 

Il Global Strike per il clima e il movimento Fridays for Future hanno dimostrato, con la loro ampia mobilitazione di giovani e studenti, che esiste la volontà di farsi sentire e di lottare per un futuro sempre più precario. Solo col tempo avremo modo di constatare l’impatto di questi scioperi e l’effettiva capacità di modificare l’agenda politica degli Stati, o ancor più di mettere in discussione un modello di crescita economica insostenibile per l’ambiente, ma per ora abbiamo potuto confutare quella tesi paternalista che descrive i giovani d’oggi come disinteressati, immaturi e lontani dalla politica. 

Rebecca Graziosi

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