
Dal nuovo millennio fare letteratura non significa più conformarsi a uno specifico canone letterario che ha il fine di modellare la lingua a una prosa quanto più agile e adeguata alla norma e che sia capace di veicolare tematiche di stampo universale. Il dibattito pubblico è sempre meno pretenzioso: il linguaggio non deve più essere pomposo e altisonante ma, seguendo la scuola di Calvino, deve smussarsi, alleggerirsi, farsi rapido e vivace. Come accade in ogni periodo storico, il romanzo si fa specchio della sua società e, nel mondo liquido (per dirla alla Bauman) e digitale, l’urgenza della semplificazione è sempre più evidente.
La testata Libero pensiero esiste da 10 anni e dal 2015 noi redattori vi propiniamo analisi e approfondimenti sulle più svariate opere narrative. Giunti a questo traguardo abbiamo tutti gli strumenti per una retrospettiva.
Dal 2015 il nostro modo di comunicare, di lavorare e di trascorrere il tempo libero è gradualmente cambiato e questo perché, figli del secolo breve, abbiamo reso i social media e il digitale parte integrante della nostra quotidianità. Dal punto di vista letterario ciò è ravvisabile già nelle scelte editoriali: la massificazione e l’accessibilità del prodotto ha spinto le case editrici più grosse, nelle loro collane di prestigio, ad accostare i più famosi romanzi classici agli autori emergenti e, conformandosi alla globalizzazione, ad impegnarsi nella traduzione di opere culturalmente lontane dal monopolio europeo.
L’incontro/scontro tra culture nei romanzi
Nel 2024 Han Kang ha vinto il premio Nobel per la letteratura, portando alla Corea, stato culturalmente emergente, un riconoscimento che non sia nuovamente cinematografico. L’autrice ottiene il primo posto con la raccolta di racconti Non dico addio, un filo invisibile che unisce tre donne che con determinazione si rifiutano di dimenticare e di troncare il legame con chi non c’è più. In Italia Han Kang è stata resa famosa dal 2017 con La vegetariana (2007), la su scrittura è espressione dello sperimentalismo stilistico: la delicatezza della lirica gioca con la fredda brevità dell’inesorabile, dando vita a una trama psicologicamente complessa nella sua cruda realizzazione. Immediata ma sfumata, palpabile ma inafferrabile, la scrittrice dà vita alle ossessioni più torbide della mente umana.
Nel 2022 Mohamed Mbougar Sarr ha vinto il premio Goncourt con La più recondita memoria degli uomini. Il romanzo è ambientato nel 2018 e narra di come un giovane scrittore senegalese Diégane Latyr Faye, scopre a Parigi un libro mitico uscito nel 1938. Tale pubblicazione dà vita a uno scandalo e del suo autore (un certo T.C. Elimane definito “il Rimbaud negro”) si perdono le tracce. Sarr, appellandosi allo sperimentalismo stilistico, fa un arduo gioco di sovrapposizioni spacciando la storia di Faye per la sua autobiografia. Ciò rende il romanzo una finta autobiografia e, di conseguenza, per il lettore i temi trattati (dalle conseguenze tragiche del colonialismo a quelle della Shoah) sembrano più forti e difficili da digerire.
La narrazione è portata avanti con uno stile elegante ma torrenziale: Sarr inonda il lettore con una trama straripante e lo conduce in Senegal, in Francia e infine in Argentina. Da questo viaggio fa emergere uno dei temi più sentiti nel panorama politico internazionale: l’impossibilità e/o le difficoltà dell’integrazione e la perdita dell’identità culturale degli immigrati che ne sono i protagonisti. L’innovazione sta nel fatto che a urlare al mondo di come il sistema non funzioni, è proprio un senegalese. Il suo occhio e la sua forma mentis sono slegati dal pensiero eurocentrico che invece ha storicamente ammorbidito ciò che gli conveniva, e incattivito ciò che non ha mai compreso.
Focus sull’Italia: la psicologia e la politica
Se dal panorama internazionale si sono diffusi romanzi che vogliono divulgare la diversità e le difficoltà che essa si trascina con sé, nel 2019 con il premio Strega si attenziona lo scrittore e giornalista Antonio Scurati, con il suo M. Il figlio del secolo. A vincere è quindi un romanzo-documentario, che vuole raccontare in forma letteraria l’ascesa al potere di Benito Mussolini nell’arco storico che procede dal 23 marzo 1919 al 3 gennaio 1925. Scurati porta avanti un lavoro certosino di ricostruzione storica poiché ogni capitolo romanzato termina con la citazione delle fonti prese in studio (articoli di giornali, pagine di diario, lettere, trascrizioni di leggi …), e il suo metodo di analisi svela la sua formazione in filosofia: i protagonisti del nostro passato si muovono in costumi grotteschi, sono psicologicamente complessi, e dalle pagine esce fuori tutta l’esaltazione, il terrore, il fanatismo e la speranza che restano sopite nelle comuni pagine dei manuali o dei saggi di scuola. In M. c’è tutta la rabbia di un popolo che ha scritto le pagine più oscure della sua storia; c’è la volontà di analizzare la massa e le sue scelte irrazionali; c’è tutta la ricchezza e la grandiosità che può dare l’ascesa politica e la distruzione che ne deriva se, questa ascesa, non è frutto di reali abilità ma di fortuite decisioni prese da un dittatore inetto e megalomane. Il romanzo, primo di cinque, sarà ispirazione di una miniserie televisiva italo-francese diretta da Joe Wright e scritta da Stefano Bises e Davide Serino.
L’inquinamento, il clima e il capitalismo
Se i romanzi storici, familiari e generazionali hanno attraversato e scandito secoli di storia letteraria, col tempo sempre più romanzi distopici si stanno facendo spazio con l’obiettivo di far riflettere sui conflitti generazionali nella cornice di un mondo alle prese con il cambiamento climatico. Nel 2021 I figli del diluvio è stato finalista al National Book Award 2020, ed è stato selezionato tra i migliori libri dell’anno da Time, Washington Post, NPR, Chicago Tribune, Esquire. L’autrice Lydia Millet (Boston, 1968) è una scrittrice, saggista e attivista americana, che per la sua opera ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui la Guggenheim Fellowship e l’American Award of Arts and Letters. Sulla scia del Signore delle Mosche, ne I figli del diluvio il nostro pianeta è paragonato a una casa di villeggiatura che viene gradualmente distrutta dagli adulti, mentre i bambini si ritrovano a dover riparare ai loro danni, ricostruendo la società e le sue regole. Da questa potentissima immagine si interpreta tutto l’odio che le nuove generazioni provano nei confronti di chi li ha preceduti e ha distrutto il loro pianeta.
In questi ultimi anni anche la produzione distopica d’oriente ci ha offerto spunti interessanti sulla deriva della nostra società capitalistica. Un esempio è Parti e omicidi, nel quale romanzo Murata Sayaka immagina un mondo in cui la percentuale di natalità è ai minimi storici a causa della graduale pressione e alienazione sociale, tali da addurre apatia e disinteresse nei confronti della riproduzione.
Nel 2022 invece Ta-Wei Chi scrive Membrana, un romanzo shi fi che immagina un’umanità migrata in fondo al mare per sfuggire ai devastanti cambiamenti climatici e il mondo, dominato da potenti conglomerati mediatici, avanza grazie allo sfruttamento del lavoro degli androidi. Momo, estetista della pelle, ha una ferita con cui fare i conti: la madre, dopo vent’anni di silenzio, si ripresenta nella sua vita innescando un percorso di esplorazione di sé che metterà in dubbio il suo essere, la natura del proprio corpo e la sua identità di genere.
Immigrazione, storie familiari, surriscaldamento globale, incomunicabilità, inquinamento, sono le tematiche sempre più presenti nella letteratura scritta dal 2015 in poi. Non a caso, tutte le opere prese in analisi offrono prospettive diverse e delineano il quadro storico-sociale che abitiamo: guardano il passato ma ci raccontano il presente, mettendo in luce gli errori e i problemi più profondi della nostra società capitalista e massificata, psicologicamente debole, socialmente divisa e politicamente inetta.
Alessia Sicuro

















































