Consumismo: la Cop26 non basta. Occorre una rivoluzione culturale
Foto di MART PRODUCTION da Pexels

La crisi climatica sta, giorno dopo giorno, diventando sempre più grave. Anche i telegiornali e giornali meno sensibili alle tematiche ambientali stanno iniziando a trattare in maniera approfondita il tema del cambiamento climatico. Una problematica inasprita dall’ormai insostenibile fenomeno economico-sociale del consumismo. L’elevata produttività ha indubbiamente reso possibile un maggior acquisto di beni e servizi. Un atteggiamento che però si riflette negativamente sull’ambiente e che mina pericolosamente quel futuro sostenibile che abbiamo il dovere di garantire alla nuove generazioni. Una problematica che non sembra interessare ai leader politici che hanno preso parte alla COP26 di Glasgow.

COP26: ennesimo fallimento?

Non è più un segreto: secondo l’opinione di molti esperti e di tantissime persone, tra cui gli attivisti di Fridays For Future, la COP26 sarà l’ennesimo fallimento. Un evento che terminerà con un nulla di fatto in quanto non c’è realmente la volontà di affrontare l’emergenza climatica. La Cina, ad esempio, ha annunciato in questi giorni un aumento dell’uso del carbone utile a soddisfare i propri fabbisogni energetici. Anche l’India e altri Paesi non hanno finora dimostrato una reale intenzione di attuare politiche di contenimento delle emissioni climalteranti, provenienti dalle fonti fossili.

Lo dimostrano anche gli scarsi risultati ottenuti dagli accordi di Parigi del 2015, ampiamente non rispettati. Fatti, non parole qualcuno potrebbe dire. Per l’Onu, la COP26 è l’ultima chiamata per tenere in vita quegli accordi ma servono impegni concreti entro e non oltre il 2030.

Una risposta concreta contro la crisi climatica e ambientale in atto non può provenire solo da una riduzione dell’utilizzo del carbone, ma anche attraverso piccoli sacrifici quotidiani che tutti noi possiamo compiere: utilizzare il più possibile prodotti sfusi, per evitare enormi o inutili imballaggi, ridurre laddove possibile il consumo di prodotti di cui potremmo farne a meno. In poche parole: combattere il consumismo.

Secondo lo studio Climate Council, se oggigiorno intervenissimo con un taglio drastico delle emissioni, sfioreremmo comunque il famoso 1.5°C, salvo rientrare al di sotto della soglia nel giro di qualche anno ma solo a patto di accelerare la transizione e anticipare il tutto entro il 2040 e non più al 2050, come inizialmente previsto.

Tutto ciò appare quindi sempre più come un’utopia. Ne è la prova il recente fallimento del G20 tenutosi a Roma, proprio qualche settimana fa. Come denunciato anche da Greta Thunberg, la COP26 di Glasgow sembra essere l’ennesima passerella politica fatta di “bla bla bla” più che di azioni concrete.

Consumismo sfrenato, collasso assicurato

Tutti i giorni consumiamo prodotti di ogni genere: pannolini, spazzolini, deodoranti, detersivi, trucchi, prodotti alimentari di ogni genere. Quanti di questi sono impattanti sull’ambiente? Qual è l’impronta ecologica del consumismo? In che modo ridurre l’impatto ambientale delle nostre vite? Le decisioni prese negli incontri internazionali come la COP26 possono bastare a contrastare tale problema? Serve una rivoluzione culturale da parte dei cittadini dei Paesi maggiormente industrializzati? Sono davvero tante le domande a cui dare una risposta immediata.

Eppure la politica e la società civile sembrano andare in una direzione totalmente diversa. I dati scientifici sulla crisi ecologica e i nefasti effetti dei cambiamenti climatici non sembrano scalfire la smisurata voglia di consumismo. È chiaro che la nostra società non vede di buon occhio un cambio radicale di quelle abitudini che danneggiano gli ecosistemi naturali in cui viviamo. Viene da chiedersi: è possibile pretendere riforme green da parte dei decisori politici in una società in cui i cittadini in primis non hanno alcuna voglia di cambiamento? Può la sola politica, oggi riunita alla COP26 di Glasgow, scalfire la voglia di consumismo senza una rivoluzione culturale proveniente dal popolo?

Inutile negare che una fetta consistente di popolazione difficilmente si renderà conto dei danni incalcolabili che il consumismo, frutto dell’insostenibile economia capitalista, ha creato e creerà ancora. Tale consapevolezza rappresenta il primo fondamentale passo verso una vera ed efficace transizione ecologica. Il modello di economia lineare sulla quale è stata fondata la società odierna ci sta portando verso il collasso sociale e il crollo climatico. La rivoluzione green a cui tutti mirano ma per la quale pochi agiscono, passa dal superamento di atteggiamenti quali lo sfrenato consumismo che ad oggi rappresenta la principale caratteristica delle nostre vite. Parafrasando Cartesio «Consumo, dunque sono». Siffatta condotta potrebbe mandare avanti un’economia già oggi zoppicante. Un condizionale d’obbligo che contrasta una certezza assoluta: il consumismo sta portando e porterà sempre più velocemente il mondo verso l’autodistruzione.

Ottavio Currà

Quotidiano indipendente online di ispirazione ambientalista, femminista, non-violenta, antirazzista e antifascista.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui