Fabrizio De André
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Venticinque anni fa ci lasciava Fabrizio De André e in questo lasso di tempo è mancato tanto; è mancata la sua visione, una forte guida, sono mancate persone come lui. Fabrizio De André, come direbbe lui stesso, era un artigiano della musica. L’abbiamo classificato come poeta e lui odiava questo appellativo, odiava che le sue canzoni fossero messe nelle antologie scolastiche, odiava questa inevitabile divinizzazione del personaggio; artigiano della musica, componeva e parlava degli ultimi e ne faceva musica, scriveva perché non poteva farne a meno. Prima di diventare il cantautore degli emarginati era un ragazzo che andava nei bar e nelle osterie a cantare con Paolo villaggio e Luigi Tenco, faceva cabaret nelle navi da crociera. Cantava per vera e propria necessità e si è affermato semplicemente perché i suoi testi e la sua canzone stavano diventando parole sempre più rappresentative di una società che aveva bisogno di una figura come la sua; non si è affermato, come lo stesso De André disse, in quanto artista, ma perché vi era la necessità di una persona che riuscisse a sintetizzare in una canzone, in un testo, le cose di cui le persone avevano bisogno. 

Il successo del cantautore arriva con La canzone di Marinella che fu incisa quando De André non faceva il cantautore, ma lavorava in una scuola di cui il padre, appartenente all’alta borghesia genovese, era il preside. Mentre svolgeva questo lavoro d’ufficio lesse su di un giornale la notizia del suicidio di una prostituta, che lui chiamò Marinella. Scrisse questo testo e proprio Mina interpretò le sue parole e grazie a questa voce straordinaria definita da Fabrizio stesso “un dono di dio”, il cantautore ebbe successo e deve molto, se non tutto, come egli stesso affermò, alla voce di Mina. Sicuramente la forza di quel testo fece brillare gli occhi di tanti ascoltatori che cercarono il nome di questo Fabrizio De André, che da lì prese coraggio e consapevolezza sui propri testi, che piacevano e soprattutto servivano alla società.

Nelle sue opere erano molti i temi toccati: sicuramente l’amore, la solitudine e la voglia di raccontare le miserie umane, le storie degli umili, di coloro che vanno “in direzione ostinata e contraria”, proprio come il cantautore li definì nel suo ultimo album: Anime Salve. Queste sono le persone che hanno la dignità ed il coraggio, come spiegò nel testo di Smisurata Preghiera, di andare controcorrente, subendo l’emarginazione e trovando la propria dignità nella solitudine. De André è stato in grado di spiegare quanto sia fondamentale andare contro tutto, anche e soprattutto essendo da soli. 

De André era inevitabilmente anche politica e l’album più marcatamente politico è Storia di un Impiegato, in cui lui mostra tutta l’ideologia e la società sessantottina dell’epoca. Fabrizio De André politicamente si considerava un anarchico. È stato sicuramente un simbolo per la sinistra radicale italiana, aveva contatti con il partito comunista, ma non si raffigurava nel comunismo, era più un anarchico individualista. De André è sempre stato ai margini della scena politica italiana, ma per la politica italiana ha sempre rappresentato un punto di riferimento. Ha portato l’ideale dell’anarchismo nelle canzoni che hanno poi accomunato e bruciato negli animi tanti giovani che si rifacevano e seguivano le sue parole. De André è politica, ma non era un politico. 

Altro tema fondamentale nella scrittura del cantautore è la solitudine, come ne Il canto del servo pastore, una canzone che fa parte dell’album denominato dalla critica, e non da De André, L’Indiano. Racconta la storia di un pastore che vive la propria solitudine, ed essendo solo, è libero. Solo non vuol dire che non riesce a esprimere ciò che le persone nella società civile vivono. Il cantautore scrive che l’amore, che gli altri vivono nelle relazioni con le altre persone, il pastore lo ha comunque vissuto in solitudine, ma senza lo spettro del capitalismo e del consumismo di una società civile corrotta. La solitudine è l’unico modo per essere liberi dalla corruzione della vita civile, della vita di tutti i giorni. È un brano incentrato sulla figura del pastore che viene visto come l’eremita assoluto, vivendo nella propria solitudine una vita fatta di emozioni, crisi, domande, amori. Spiega quanto i sentimenti facciano parte dell’uomo indistintamente dalla vita che si sceglie di vivere. 

De André durante la sua carriera, come un po’ tutti i grandi cantautori italiani, non è stato capito. Quando uscì l’album La buona novella è stato criticato da tutti i suoi contemporanei di sinistra, della sinistra radicale, di quelli che avevano combattuto nel ’68, perché un compagno, un membro della rivoluzione sessantottina, parlava di Gesù Cristo (mentre si stava combattendo contro ogni forma di autoritarismo), mettendo tutto in discussione. Non è stato capito dai suoi contemporanei, non rendendosi conto che il cantautore genovese cercava di spiegare- con mezzi mai utilizzati prima, come la rilettura dei Vangeli apocrifi- quanto il potere sia solamente nelle mani di chi lo esercita e da sempre, via via con mezzi più imperscrutabili, vessa e controlla le menti e le azioni di chi quel potere non lo ha. Sceglie di parlarne tramite la religiosità, trovando appunto nella figura di Gesù Cristo non Dio, ma l’uomo. In particolare nel brano Il testamento di Tito parla di quanto le leggi siano scritte e controllate da chi non le rispetta.

De André è stato l’unico cantautore che è riuscito a toccare le persone nell’animo, ma che ha dato molto più fastidio a chi forse non era ancora pronto. D’altronde Faber da sempre voleva dare fastidio. È stato probabilmente unico nel suo genere, non ci sarà un nuovo De André. Tuttavia, si sta riscoprendo l’idea della musica di De André, nella scena rap genovese, per esempio, con cantanti come Tedua e Izi. Insomma esistono oggi dei cantanti, dei cantautori anzi, che si rifanno al suo esempio e vogliono raccontare ciò che non veniva e non viene raccontato oggi dai mass media o dalle maggiori testate giornalistiche. La scena rap genovese, milanese, napoletana, e non solo, rendono viva la società e soprattutto permettono di dare visibilità a quelle frange meno abbienti che vengono scartate e messe ai margini della cronaca quotidiana. La scena rap italiana può essere adesso la portatrice di nuovi ideali, delle necessità di una generazione che ha bisogno di voci e rappresentazioni. In particolare, la scena rap genovese ha avuto il privilegio di avere nella propria storia musicale colossi del cantautorato italiano come De André, Luigi Tenco, Gino Paoli, Bruno Lauzi e così via.

Quando si pensa al cantautorato italiano il primo nome a saltare in mente è quello di Fabrizio De André…non è un caso. Fabrizio è stato l’unico cantautore italiano in grado a unire lo sperimentalismo musicale e linguistico, la scrittura di testi magistrali e ideologie che hanno infiammato gli animi di migliaia di giovani. De André è stato un grandissimo uomo, prima di tutto, che esprimeva le proprie idee e combatteva a favore di un ceto che in quel momento non poteva raccontarsi. De André è stato il cantautore per eccellenza, un uomo che è riuscito a rappresentare noi tutti nei suoi testi pregni di vita e rispetto delle libertà.

Claudio Napolitano

Laureato in Lingue, Letterature e Culture dell’Europa e delle Americhe, con focus sulla Penisola Iberica e laureando in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. I suoi principali argomenti di interesse vertono su storia delle relazioni internazionali, politica nazionale ed estera e il mondo dello sport.

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