
Esiste una forma di resistenza silenziosa che non passa per il grido, ma per la dissonanza. Alessandro Pagani, sotto l’egida del progetto elettronico PUAH, torna a mappare i vuoti a perdere della nostra quotidianità con il nuovo album “Sabato, Domenica e una Studentessa”, in uscita il 6 febbraio per Audioglobe. Non ci troviamo di fronte a una semplice raccolta di tracce, quanto a una planimetria sonora del disagio, il diario di bordo di un fine settimana vissuto “in diagonale” rispetto al ritmo frenetico omologato della società della performance. Al centro di questo mosaico sintetico si muove lei, la giovane dissonante, una figura che non possiede una voce diretta ma che agisce come una lente di ingrandimento sulle nostre nevrosi urbane. La sua presenza attraversa ogni brano come un’ombra che scivola tra i neon delle vetrine senza mai lasciarsi assorbire, diventando il filo conduttore di un’indagine spietata sulla solitudine contemporanea.

Il viaggio ha inizio nel limbo sospeso di “Sogno”, un preludio che introduce il weekend non come spazio di libertà, bensì come perimetro di smarrimento, dove la luce di “Aurora” anziché portar chiarezza porta una fragilità quasi vitrea. È in episodi come “Pool over” e “Shopping” che la narrazione di PUAH si fa più densa e stratificata: qui l’alienazione del consumo diventa un vagabondaggio fisico tra non-luoghi impersonali, un’osservazione distaccata della realtà che prosegue fino alla notte di “Nel club”. In questo contesto, il battito elettronico non celebra l’edonismo, sottolinea, invece, l’incapacità della protagonista di aderire alla festa, restando ostinatamente fuori sincrono rispetto al rito collettivo.
Nella seconda parte del disco, il progetto di Pagani abbandona la superficie per scavare nell’introspezione pura, mutando la noia esistenziale di “Taedium” in un atto di analisi antropologica. L’ironia tagliente di “Imperial Sushi” trasforma un cliché della modernità urbana in un teatro dell’assurdo, prima che l’evasione cinematografica di “Cinepanema (Dal Brasile con furore)” conceda un breve miraggio di fuga dalla linearità del tempo. Eppure, la resa dei conti è inevitabile: arriva con la claustrofobia di “24”, preludio a una chiusura affidata alla title track “Sabato, Domenica e una Studentessa” che restituisce il senso di un ciclo eterno e irrisolto. PUAH non cerca il consenso immediato, persegue la lucidità della visione: attraverso un linguaggio elettronico sempre più riconoscibile, ci consegna il ritratto di chi ha scelto di abitare la propria disarmonia per non soccombere al rumore bianco del mondo.
Abbiamo intervistato Alessandro Pagani per addentrarci meglio nel suo universo sonoro.
Il nuovo album “Sabato, Domenica e una Studentessa” mette al centro una discente fuori dal coro. Come nasce questa protagonista? Quale ruolo ha nel percorso artistico di PUAH?
«Osservando la maggioranza dei ragazzi di oggi, purtroppo ormai quasi completamente assuefatti dalla tecnologia, ho pensato: “Esisterà qualcuno tra loro che si interroga su ciò che esiste al di fuori, sul momento che viviamo, che si rende conto delle nefandezze a cui stiamo assistendo, che percepisce la precarietà in cui si trova il genere umano, senza delegare la difficile incombenza della realtà a finti apparecchi elettronici se non a genitori frustrati?”. Nasce così una “mosca bianca”, una giovane ragazza ribelle e diversa dai propri coetanei, mossa dall’urgenza di gridare al mondo l’irrequietezza del momento. Nei propositi di questa studentessa Puah si rivede perché, come il suono onomatopeico suggerisce, il mio progetto non solo rifugge dalla tecnologia più spietata a favore del recupero di certi valori artigianali, ma esprime disgusto nei confronti di un’umanità che di umano, oggi, ha ben poco.»
I dieci brani – da “Sogno” a “Sabato, Domenica e una Studentessa” – costruiscono un racconto unitario. In che modo hai lavorato sulla struttura narrativa del disco per definire l’individualità di PUAH?
«Questo lavoro è una sorta di concept album, un disco che racconta dieci momenti “sonori” vissuti dalla studentessa durante uno dei suoi fine settimana, quando le luci del tran tran quotidiano si abbassano e il silenzio le accarezza l’anima. Ho voluto immaginare questi due giorni come in un film, nel quale le atmosfere cinematiche di PUAH sfiorano le forme grazie ai suoni. In ogni caso, nel mio personale pensiero di musica che cerco di portare avanti, non è mai esistito un fine specifico ma piuttosto un mezzo, poiché continuo a credere che la musica sia, al di là di tutto, un viaggio straordinario senza mai fine.»
Nel progetto PUAH convivono atmosfere oniriche, ironia e riferimenti cinematografici. Quali influenze hanno contribuito alla creazione di questo nuovo lavoro?
«Le attitudini che citi fanno sicuramente parte del mio bagaglio culturale; sognare divertendosi è una strategia che mi ha sempre aiutato durante la creazione sia dei suoni che della scrittura. Oltre a ciò, indubbiamente devo dire grazie alla musica elettronica che ho sempre amato e grazie alla quale iniziai, ormai mezzo secolo fa, ad approcciarmi al mondo della musica. Trovo l’elettronica tuttora splendidamente malleabile e, soprattutto, ancora a disposizione di tutti per nuove e libere sperimentazioni.»
Molti brani evocano luoghi simbolici della contemporaneità, dal club al centro commerciale fino al sushi bar. Quanto pesa la critica sociale nella tua visione sonora?
«Vi era la necessità di descrivere determinati luoghi per far interagire la studentessa, ma come la ragazza in cuor suo pensa — e come piace credere a me — ovunque la massa si concentri l’arte e la creatività restano fuori. Non è per una sorta di snobismo o pretenziosità, quanto per rimanere distaccati dalle cose, valutarle dall’esterno e rielaborarne il concetto, sia in musica che in parole. Per quanto riguarda poi denunciarne gli eccessi, lascerei che le mie prospettive sonore curino le mancanze e non gli abusi.»
Questo secondo capitolo amplia ulteriormente l’identità di PUAH. Quali direzioni future immagini per il progetto? Quali nuove forme narrative vorresti esplorare?
«Essendo una Piccola Unità Anti Hi-fi, non posso allontanarmi troppo dall’estetica LO-FI; tuttavia sarei curioso di esplorare la maniera di fare musica in modo minimale, cercando di trovare un punto d’incontro fra avanguardia e memoria, tra antologia e dinamismo, attraverso nuove sonorità che esulino dal déjà-vu e dall’indie, senza dover snaturare troppo le proprie inclinazioni. Altro non posso svelare, altrimenti che sorpresa sarebbe?»
Vincenzo Nicoletti
















































