Dino Buzzati e i suoi racconti onirici e perturbanti
Dino Buzzati - Piazza del Duomo Milano (Tutt'Art)

Dino Buzzati Traverso nacque il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno, secondogenito d’una famiglia benestante: il padre Giulio Cesare insegnava diritto internazionale all’Università di Pavia e alla Bocconi di Milano, mentre la madre Alba – di origini veneziane come il marito – era la sorella dello scrittore Dino Mantovani, un noto studioso di Goldoni e Nievo. Infine il fratello maggiore Adriano Buzzati Traverso era genetista e professore all’Università di Pavia.

Dino Buzzati viveva prevalentemente a Milano e nel 1916 iniziò a frequentare il liceo Parini: già in giovane età si appassionò a Dostoevskij, alle illustrazioni di Arthur Rackham e all’egittologia. Nel 1920 il padre morì a causa d’un tumore al pancreas e il terrore d’esser colpito dal medesimo male lo tormentò per tutta la vita. Nel 1928 si laureò in giurisprudenza e nello stesso periodo, dopo aver svolto il servizio militare, venne assunto al Corriere della Sera come addetto al servizio di cronaca. Di lì in poi coniugò egregiamente l’attività di giornalista con l’attività di letterato.

Nel 1933 uscì il suo primo romanzo Bàrnabo delle montagne, due anni dopo pubblicò Il segreto del Bosco Vecchio. Nel 1939 partì per Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, come cronista e fotoreporter per il Corriere della Sera. L’anno successivo venne pubblicato il suo capolavoro narrativo: Il deserto dei Tartari.

Fu nel 1942 che Dino Buzzati diede alla luce la sua prima raccolta di racconti: I sette messaggeri, comprensiva del racconto Sette piani, ossia un viaggio angosciante nelle profondità del disfacimento fisico e della morte. Nel 1945 pubblicò sia La famosa invasione degli orsi in Sicilia, sia l’operetta didascalica in chiave umoristica illustrata da lui stesso: Il libro delle pipe. Infatti lo scrittore a fianco dell’attività giornalistica e poetico-letteraria diede un certo rilievo anche a quella pittorica, essendo egli autore di bozzetti e di dipinti vari visse la pittura come un vera e propria vocazione.

Nel 1949 pubblicò il volume di racconti Paura alla Scala, mentre con l’altro volume di racconti Il crollo della Baliverna vinse il Premio Napoli. Ma fu solo nel 1958 che vinse il Premio Strega con la sua magna opera: I sessanta racconti, in cui confluirono i racconti già presenti nei precedenti volumi con l’aggiunta di alcuni elzeviri figli delle sue sperimentazioni giornalistiche.

Dino Buzzati nel 1952 (Accattone)

Dino Buzzati e I sessanta racconti: il tòpos dell’esistenza

Ne I sessanta racconti i primi nove appartengono al volume I sette messaggeri, i successivi fino al diciottesimo appartengono al volume Paura alla Scala, mentre dal diciannovesimo al trentaseiesimo appartengono al volume Crollo in Baliverna. Invece i restanti sono sia inediti che antecedenti pubblicazioni poi rimaneggiate.

I sessanta racconti rappresentano la summa del pensiero di Dino Buzzati e difatti ne esprimono i punti focali che si estendono mediante una narrazione composita per molti versi frammentaria e perturbante, per altri versi onirica e rivelatrice.

La morfologia stessa del racconto e l’utilizzo d’un linguaggio molto espressivo, lineare e al contempo ambivalente concedono a Buzzati la possibilità di estrinsecare icasticamente la propria visione – per molti tratti kafkiana e borgesiana – dell’esistenza umana. Pertanto nei suoi racconti è quasi impossibile distinguere l’irreale dall’ordinario e attraverso la penetrante angoscia che trapela dagli incroci delle trame narrative si palesa sommessamente una dimensione inintelligibile e vertiginosa dell’esistenza. Una volta permeati da tale dimensione è possibile scrutare il nulla che si cela tra gli interstizi della realtà quotidiana e non.

Un luogo, una contingenza, un’impressione, un individuo, un oggetto, d’un tratto divengono familiari ed estranei al contempo scatenando così un viscerale senso d’indeterminatezza e d’inquietudine. In tal modo Dino Buzzati dis-vela il vuoto ch’è il fondamento, il tòpos dell’esistenza. I racconti dell’autore bellunese esautorano le rassicuranti e placide illusioni cosicché rivelano il recondito e descrivono gli aspetti liminali d’una realtà che implica solitudine e spaesamento. La realtà percepita risulta mutevole e indecifrabile ragion per cui si rivela ineffabile, può essere dunque solo vissuta nel suo complesso articolarsi.

Dino Buzzati sacrifica sull’altare di tale cruenta e indicibile verità qualsivoglia mendace e confortante narrazione.

Hieronymus Bosch – Tondal’s Vision (Spike Art Magazine)

Citando Samuel Beckett: «Niente è più reale del niente».

Il viaggio e il perturbante: das Unheimliche

Nel breve e famoso racconto I sette messaggeri, che dà inizio alla raccolta, il figlio anonimo d’un re anonimo di un regno sconosciuto intraprende un viaggio per raggiungere il confine del proprio sterminato reame, nonostante per questo suo intento fosse stato deriso dai suoi stessi amici e familiari. Per compiere ciò incarica sette fedeli e valorosi messaggeri di fare da spola tra lui e la capitale del reame in modo da mantenere vivi i contatti. Durante il viaggio il confine, forse inesistente, si rivela più distante del previsto e malgrado il rapporto epistolare tenuto con la famiglia, il giovane viene assalito da dubbi angosciosi generati dalla sua peregrinazione verso l’ignoto materiale e spirituale. È logorato dal tempo e dalla brama di ricerca d’una completezza inafferrabile.

«Un’ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto è l’impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo».

Il principe s’accorge che le siderali distanze non consentono ad alcuni dei suoi messaggeri di ritornare e in virtù della tirannia del tempo è consapevole che alla ricomparsa dell’ultimo messaggero sarà già morto. Non raggiungerà mai la propria mèta.

Dino Buzzati esplica il nulla d’una realtà che si dipana sia attraverso dei perturbanti concatenamenti spaziali, sia attraverso l’impossibilità di esperire l’eternità.

Nel racconto Qualcosa era successo, il protagonista è come imprigionato in un treno tremendamente veloce diretto verso il Nord d’Italia senza soste intermedie. Egli è un fugace spettatore di alcuni episodi che lasciano presagire il verificarsi d’un avvenimento misterioso e orrorifico, a tal punto da scuotergli di riflesso l’animo. Esperisce l’irruzione del rimosso: le fantasie dell’inconscio confluiscono nel conscio. Dunque il protagonista si ritrova in un frangente d’atroce indeterminatezza, ciò rappresenta l’infinità delle possibilità che possono verificarsi: quel che non è ma potrebbe essere getta l’uomo in una condizione di paralizzante angoscia.

«[…] il maledetto treno marciava con la regolarità di un orologio, al modo del soldato onesto che risale le turbe dell’esercito in disfatta per raggiungere la sua trincea dove il nemico già sta bivaccando. E per decenza, per un rispetto umano miserabile, nessuno di noi aveva il coraggio di reagire. Oh i treni come assomigliano alla vita!»

Tutti i passeggeri si dirigono inesorabilmente verso un pericolo informe e innominabile. Appena giunti a destinazione in una stazione deserta, il silenzio assordante viene squarciato da un urlo agghiacciante: ciò è l’unica manifestazione della minaccia incombente.

Dino Buzzati mostra con maestria quel perturbante che spesso assume le forme d’un pericolo che non trova reale consistenza.

Dino Buzzati – Il Babau 1969 (Athenae Noctua blogger)

I racconti di Buzzati si strutturano su contingenze che semplicemente accadono, senza pretesa alcuna di trasmettere un senso: riportano il verificarsi anti-logico e naturale della vita. L’angoscia che viene trasmessa attraverso i suoi racconti ci conduce a un’amara consapevolezza della fine.

La caducità è la dimensione esistenziale dell’uomo e ne evidenzia la sua inconsistenza e la sua abissale disperazione. Difatti la morte si rivela come la realizzazione stessa dell’impossibilità che inghiotte e annulla tutte le altre possibilità d’essere, ma è sotto la minaccia di questa impossibilità che una vita umana diventa possibile. Solo all’ombra della morte, infatti, la breve luce della vita è in grado di ridestarci e d’irradiare la realtà che ci circonda, così da aprirci allo stupore per il fatto che qualcosa esista.

Dino Buzzati
R. Magritte ”Il donatore felice” (Pinterest)

Citando de Montaigne: «Non sappiamo dove la morte ci aspetta, aspettiamola ovunque. La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Saper morire ci libera di ogni soggezione e da ogni costrizione».

Gianmario Sabini
Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro Marx, Nietzsche, Beethoven, Stravinskij, John Bonham, i Black Sabbath, i Pantera e i Tool. Detesto i moderati, i fanatici, gli spocchiosi self-made man, i tuttologi, Calcutta e i Thegiornalisti. Studio, scrivo articoli per LP e per Intersezionale, bevo sovente per godere dell'oblio, suono la batteria. Morirò.

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