Willie Peyote, la perfezione dell'incompiutezza
Foto di Chiara Mirelli

La bramosia umana di essere migliori, in quanto tale, non può mai arrestarsi ad un compiacimento determinato ed oggettivato. A seguito di un’attenta riflessione che lo ha portato verso la consapevolezza della strutturale insoddisfazione del cuore dell’uomo, Willie Peyote si è cimentato, dopo aver strappato lo scorso anno il Premio della Critica alla settantunesima edizione del Festival di Sanremo, nel tentativo di racchiudere in “Fare Schifo”, folgorante inedito che ne segna l’attesissimo ritorno in scena, l’affermazione della volizione che emerge prepotentemente.

Tutto insieme non lo riesco a elaborare
Fammi scendere, mi vien da vomitare
Questa giostra vuole il sangue per girare
Quindi fare schifo è quasi un dovere morale

Adoperarsi per la grandezza è diventato un’urgenza, un tentativo da parte del nostro spirito di risolvere alla radice carenze che adombrano l’esistenza. Ogni volere ha alla sua base un senso di inadeguatezza che porta ad una continua ed estenuante ricerca: si vuole un qualcosa per sopperire ad una necessità e, di conseguenza, per giungere alla piena soddisfazione di un bisogno profondo e viscerale.

Se da una parte il raggiungimento di uno status di appagamento è il motore del nostro agire, dall’altra, rimandando costantemente a nuove occorrenze in un circolo infinito, i bisogni sono il comburente che alimenta un focolaio interiore che brucia perpetuamente, facendoci ardere con sé medesimo.

Per saperne di più sul singolo “Fare Schifo”, pubblicato da Willie Peyote lo scorso 8 aprile, abbiamo posto qualche quesito direttamente al rapper e cantautore nato, cresciuto e formatosi artisticamente ai piedi della Mole. Di seguito la nostra intervista all’artista piemontese:

Ciao Guglielmo, benvenuto sulle pagine di Libero Pensiero. “Fare Schifo”, è il completamento di un ciclo, una gestazione ponderata per un atto finale che ha potuto concretizzarsi anche per mezzo del supporto di Michela Giraud. Ce ne racconteresti la genesi?

«Pensato già da tempo e rimasto nel cassetto per diversi motivi, ha trovato ora il momento giusto per venire alla luce – come giustamente hai sottolineato – grazie alla musa ispiratrice Michela Giraud. Conduttrice d’eccezione per una sera, insieme a Nicola Savino e la Gialappa’s Band, de Le Iene, la stand up comedian romana, lo scorso novembre, è stata protagonista di un monologo su un tema sempre più diffuso, quello degli attacchi via tastiera sul fisico e sui commenti d’odio, che, per la sua incisività, mi ha colpito alquanto. Poco dopo averlo ascoltato in diretta televisiva, decisi di contattarla per chiedere di collaborare alla messa a punto del brano; fortunatamente accettò. “Fare Schifo” è un inno al diritto di non essere sempre perfetti per piacere agli altri, essere sé stessi all’interno di una collettività omologata.»

Il desiderio di crescere personalmente è certamente positivo, ma se portato all’esasperazione, diventa perfezionismo. In considerazione di questo, il tuo inedito “Fare Schifo” può essere inteso come una critica in note alla tendenza a considerare inaccettabile qualsiasi imperfezione che, volente o nolente, ci caratterizza? Quale significato si cela dietro il singolo di Willie Peyote?

«Viviamo una vera e propria tragedia dell’insufficienza: non abbiamo mai abbastanza, non ci sentiamo mai belli e tonici quanto basta, ci sentiamo sempre carenti, distanti da quell’ideale che ci viene mentalmente introiettato dai media. Qualsiasi espressione umana, fisica o emozionale che sia, deve essere secondo i dettami del modello; se abbiamo una minuscola sbavatura che fuoriesce dai canoni si sentiamo braccati, difettosi. Bisognerebbe accettarsi per ciò che si è, rendersi conto che la perfezione non fa parte della natura umana: se fossimo nati senza macchia, non vivremmo alcun ciclo evolutivo.»

Il contrasto tra l’utopistica possibilità di avere tutto ed una realtà che, malgrado ciò, appare ancora anonima ed insoddisfacente può generare un profondo senso di frustrazione. Guglielmo, ritieni sia possibile, nella società della performance, “essere sempre in forma eppure in pace con noi stessi”?

«Ad essere sincero, penso proprio di no. Personalmente appoggio la teoria filosofica kantiana del male radicale secondo la quale l’essere umano è antropologicamente incline al male, radicato nella sua esistenza e parte della sua stessa natura. Se secoli fa l’efferatezza insita nell’uomo bellico, usurpatore e via dicendo era la più grande tra tutte le immoralità, oggigiorno l’ambizione lo è. La smania di grandiosità porta a desiderare sempre di più e, quindi, all’insoddisfazione cronica che si ripercuote, in primis, su noi stessi e, in secondo luogo, su chi ci circonda.»

L’ossessione di non essere mai all’altezza delle aspettative altrui comporta una scissione tra l’ideale che si ha di sé e la persona che si è realmente o che si percepisce di essere: se entrambe le immagini non coincidono, la strada per raggiungere il massimo grado di soddisfacimento appare in salita. In tal senso, darsi la possibilità di “fare schifo è per Willie Peyote un dovere morale?

«Può essere una risoluzione ai dilemmi che ci affliggono, come non può esserlo: è tutta una questione interiore. Sentimenti quali paura e senso di inadeguatezza spingono l’individuo a chiudersi a riccio, a venir meno alla meravigliosa, seppur ardua, ricerca delle proprie infinite capacità e potenzialità. Qualora riuscissimo ad abbracciare le nostre manchevolezze, ci renderemmo conto che non c’è bisogno di seguire un disegno imposto, ma semplicemente di essere noi stessi, nella nostra unicità.»

Vincenzo Nicoletti

Vincenzo Nicoletti, classe '94. Cilentano d'origine, bresciano d'adozione. Oltre che per la scrittura, coltivo una smodata passione per i viaggi e per lo stare all'aria aperta. Divoratore onnivoro di libri e assiduo ascoltatore di musica sin dalla più tenera età.

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