
Il prossimo 15 agosto l’Alaska diventerà teatro di un vertice che potrebbe ridefinire — ancora una volta — le linee di frattura del sistema internazionale: Donald Trump e Vladimir Putin si incontreranno per discutere di una possibile soluzione alla guerra in Ucraina. Un incontro che, per la prima volta dopo anni, riporterà il presidente russo su suolo statunitense e che avrà come grande assente Volodymyr Zelensky.
Nelle intenzioni dichiarate, l’obiettivo è la pace. Nella realtà delle dinamiche diplomatiche, però, questo incontro sembra ricalcare lo schema delle grandi conferenze del passato, come Yalta nel 1945, in cui le grandi potenze ridisegnavano il mondo a tavolino, spesso ignorando la voce dei Paesi direttamente coinvolti.
Le parole di Trump, secondo cui «ci saranno scambi di territori a vantaggio di entrambi», prefigurano una soluzione territorialmente e politicamente dolorosa per Kiev: concessioni sul Donbass, il riconoscimento della Crimea, forse un compromesso su Zaporizhzhia e Kherson. In cambio, Mosca potrebbe impegnarsi a interrompere l’offensiva, rivedendo parte delle sue richieste massimaliste.
Ma la vera chiave di lettura va oltre i confini della geopolitica classica: Trump agisce secondo una diplomazia performativa, inserendosi nel conflitto come protagonista mediatico più che come mediatore diplomatico, mirando a costruire un racconto in cui lui è il risolutore a tutti i costi. In questo schema, il piccolo (Kiev) viene sacrificato al grande (Mosca) pur di garantire un accordo che possa essere “venduto” all’opinione pubblica come un successo epocale.
La logica imperiale: quando i grandi decidono per i piccoli
L’incontro in Alaska non è solo un evento diplomatico, ma un messaggio politico e simbolico. La scelta della sede è significativa: territorio statunitense a ridosso della Russia, ceduto da Mosca a Washington nel XIX secolo, luogo dal forte valore storico e strategico. Qui, due leader con una visione marcatamente imperiale si confronteranno sul destino dell’Ucraina.
Questa impostazione richiama alla memoria la logica di Yalta: le grandi potenze che, sulla base dei propri interessi, ridisegnano confini e sfere d’influenza, marginalizzando gli attori più deboli. Zelensky, infatti, non sarà presente al tavolo del 15 agosto. E non per una scelta tattica sua, ma per una decisione di chi organizza: Trump e Putin.
Le richieste russe sono note: Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia, Kherson e il riconoscimento della Crimea. Inoltre, Mosca pretende la fine delle forniture di armi occidentali a Kiev e la rinuncia a ogni prospettiva di ingresso nella NATO. In sostanza, un ridisegno strutturale della sovranità ucraina.
Dal canto suo, Zelensky ribadisce che nessuna concessione territoriale è possibile, in linea con la Costituzione ucraina e con il principio dell’integrità territoriale sancito dal diritto internazionale. Ma il peso di queste dichiarazioni rischia di scontrarsi con la realtà: se le due superpotenze trovano un’intesa, per l’Ucraina sarà complicato rifiutare senza apparire come l’ostacolo alla pace.
In questo contesto, Putin ottiene già una vittoria diplomatica: rompe l’isolamento internazionale, legittima la propria posizione di interlocutore imprescindibile e mostra ai propri cittadini e al mondo che la Russia siede ancora al tavolo dei grandi, alla pari con Washington.
Per l’Ucraina, l’eventuale esclusione dal tavolo dell’Alaska non è soltanto un affronto simbolico: è una perdita concreta di legittimità internazionale. La guerra ha cementato attorno a Kiev e a Zelensky un sostegno politico e militare senza precedenti, ma quel sostegno si fonda anche sul presupposto che l’Ucraina sia soggetto attivo della propria autodeterminazione. Ritrovarsi di fronte a un accordo già confezionato significherebbe, agli occhi dell’opinione pubblica interna, essere stati commissariati da Washington; e agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, diventare un caso diplomatico “gestito” dalle grandi potenze.
Sul piano interno, Zelensky dovrebbe gestire la reazione di una popolazione stremata, che ha sacrificato vite e risorse per oltre tre anni e che potrebbe percepire ogni concessione territoriale come un tradimento. Sul piano esterno, Kiev rischierebbe di vedere eroso il fronte della solidarietà occidentale: alcuni alleati potrebbero allinearsi a Washington e Mosca per “chiudere il capitolo”, altri resterebbero formalmente solidali ma con minore convinzione, aprendo crepe nella compattezza euro-atlantica.
Per il Cremlino, essere seduto con Trump in Alaska, senza Kiev né Unione Europea al tavolo, rappresenta già di per sé un riconoscimento di status. È la certificazione, sul piano simbolico, che la Russia resta un attore di prima grandezza, capace di negoziare direttamente con Washington come ai tempi della Guerra Fredda. La logica imperiale di Putin si muove su binari diversi ma perfettamente compatibili con quelli di Trump: mentre il Tycoon mira a capitalizzare mediaticamente la pace, trasformando l’immagine di risolutore in un dividendo politico interno, Putin punta alla legittimazione geopolitica delle conquiste militari, nella prospettiva di fissarle come realtà irreversibili sul terreno.
L’incontro in Alaska tra Trump e Putin rappresenta, di fatto, una vittoria strategica per la Russia. Putin ottiene l’incontro senza concedere nulla, intensificando persino i bombardamenti e consolidando i suoi guadagni militari, mentre le minacce americane si rivelano vuote e l’industria bellica USA incapace di garantire un sostegno decisivo a Kiev. L’agenda russa – riconoscimento delle annessioni, esclusione dell’Ucraina dalla NATO e trattativa alla pari con gli Stati Uniti – diventa il punto di partenza, sancendo implicitamente l’ammissione americana di non poter (o voler) vincere questa guerra.
Dal punto di vista interno, Putin potrebbe presentare il vertice come la conferma che la strategia di resistenza e logoramento ha pagato: l’Occidente ha ceduto al dialogo alle condizioni di Mosca. Sul piano globale, la Russia manderebbe un messaggio chiaro a potenze emergenti e attori revisionisti: la forza militare, se sostenuta nel tempo, può ribaltare i vincoli del diritto internazionale.
Trump il deal-maker: la forma prima della sostanza
Donald Trump non ha mai nascosto la sua propensione a concepire la politica estera come una messa in scena in cui l’obiettivo non è solo la soluzione dei problemi, ma la costruzione di una narrazione vincente. In questo caso, la guerra in Ucraina diventa un set perfetto: un conflitto complesso, polarizzante, in cui presentarsi come l’uomo della svolta garantisce visibilità e ritorno politico immediato.
L’elemento cruciale è la sequenza degli incontri. Fonti vicine alla Casa Bianca lasciano intendere che solo dopo il faccia a faccia con Putin, Trump valuterà se e quando vedere Zelensky. In alternativa, il presidente ucraino potrebbe essere convocato per ricevere un accordo già definito con Mosca, magari con un margine di trattativa minimo e su aspetti secondari.
Questo approccio rientra nella logica del “deal-making” trumpiano: mettere sul tavolo una proposta prendere o lasciare, costruita non tanto per essere perfettamente equilibrata, ma per essere vendibile come “grande accordo di pace” all’opinione pubblica statunitense e internazionale.
Ma questo schema rischia di normalizzare l’idea che la sovranità di un Paese possa essere trattata come una merce negoziabile tra potenze, senza il consenso del diretto interessato. Ed è qui che la diplomazia performativa si scontra con la diplomazia sostanziale: la prima vive di immagini e annunci, la seconda di risultati concreti e sostenibili nel tempo.
La diplomazia performativa di Trump – costruita per dominare la scena mediatica, imporre narrazioni di vittoria e trasformare ogni incontro in uno spettacolo globale – si infrange nel momento in cui l’altro attore rifiuta di “stare al gioco”. Putin non ha concesso nulla a nessuno, nemmeno al Tycoon, e arriva all’incontro di Alaska come vincitore tattico, forte dei progressi militari e della tenuta interna. Si siede al tavolo come pari degli Stati Uniti, elevando la Russia al rango di superpotenza negoziale e relegando Ucraina e UE a spettatori impotenti. In questo scenario, il copione di Trump – basato sul “deal” rapido e sulla pace da prima pagina – perde mordente, perché l’interlocutore non recita la parte dello sfidante sconfitto ma di un attore strategico che detta l’agenda.
Sul versante europeo, la questione è doppiamente critica. Kiev, esclusa dal tavolo dell’Alaska, cerca con urgenza di consolidare il sostegno dell’Unione Europea non solo in termini di aiuti militari e finanziari, ma anche di copertura politica e legittimazione internazionale. Secondo il Wall Street Journal, durante un vertice nel Regno Unito gli Stati europei e l’Ucraina hanno definito un contro-piano che vanifica le richieste del Cremlino: cessate il fuoco immediato, nessuna concessione unilaterale ma solo scambi reciproci di territori, e garanzie di sicurezza fino all’adesione alla NATO. Tuttavia, l’Europa resta in una posizione ambigua: formalmente compatta nel ribadire l’integrità territoriale ucraina, ma ancora frammentata sulle modalità e sull’intensità dell’impegno diplomatico, rischiando di restare ai margini di un negoziato deciso altrove.
Il rischio per Bruxelles è di essere ridotta a spettatrice, mentre le decisioni strategiche sul futuro dell’Ucraina vengono prese in un contesto bilaterale Washington–Mosca, che rievoca dinamiche da Yalta. Questa esclusione, se confermata, minerebbe il ruolo dell’UE come garante della sicurezza continentale e ridurrebbe la sua capacità di incidere sui negoziati post-bellici. Per Kiev e Zelensky, mantenere saldo il vincolo europeo diventa dunque vitale: senza un fronte unito a Bruxelles, il peso politico ucraino nei futuri colloqui rischia di essere marginale, lasciandola dipendente dalle priorità di due potenze che, per ragioni diverse, non condividono appieno la visione di una pace dignitosa.
Donatello D’Andrea















































