
Settembre 2015.
Era l’inizio della stagione calcistica 2015-2016.
La Juventus, reduce da tre titoli consecutivi, mirava alla conquista del suo quarto scudetto di fila ed a consolidare un dominio fino a quel momento incontrastato, senza immaginare che sarebbe durato per diversi anni ancora. In Champions, il Real Madrid, reduce dall’eliminazione in semifinale con i bianconeri, si preparava a scalzare i rivali del Barcellona campioni in carica e (ri)mettere le mani sulla Coppa dalle grandi orecchie, puntando a inaugurare un ciclo di vittorie in Europa senza precedenti. Sulla panchina della nazionale italiana sedeva Antonio Conte, chiamato a risollevare le sorti degli azzurri dopo il disastro del Mondiale sudafricano.
Il CONI era presieduto dal solito Giovanni Malagò, che forse già si aspettava di rimanerci incollato per i successivi 10 anni.
Le polemiche arbitrali erano all’ordine del giorno e diverse teorie del complotto popolavano le più disparate trasmissioni televisive e radiofoniche, mentre un grido unanime invocava l’intervento della tecnologia in supporto degli arbitri.
Settembre 2025.
Siamo all’inizio della stagione 2025-2026.
La notizia è che, dopo il noto ciclo di nove anni consecutivi di vittorie, la Juventus non vince uno scudetto da ormai cinque anni, mentre il Real qualche altra Champions l’ha vinta ed è tuttora sempre uno dei principali protagonisti della competizione. Dopo un Europeo decente nel 2016, e due Mondiali consecutivi “cannati”, l’Italia è oggi guidata da Gennaro Gattuso e spera di partecipare – senza troppe illusioni – alla prossima edizione dei campionati del mondo in programma la prossima estate. Oggi il Presidente del CONI è Luciano Buonfiglio, neoeletto di 74 anni, una figura nuova, fresca, che ha la missione di dare il via ad un nuovo corso per lo sport italiano, eletto su indicazione e benedizione dell’uscente Malagò, semplicemente perché quest’ultimo non poteva più ricandidarsi.
Infine, le polemiche sono sempre lì, a fomentare gli scontri tra tifoserie, e non si sono per nulla placate, nonostante l’avvento della tecnologia che prometteva di risolvere tutti i problemi arbitrali e di farci diventare tutti pacifisti.
Insomma, eccoci qua. Dieci anni dopo. A raccontare quello che nel mondo del calcio è veramente cambiato, quello che è rimasto lo stesso, e quello che sembra diverso ma in realtà non lo è.
Il Calcio come industria e la sua crescente globalizzazione
È nato come lo sport popolare per eccellenza, quello a cui si poteva giocare sempre e dovunque, in presenza di una qualsiasi cosa che somigliasse ad una palla. Eppure, sebbene fosse già chiaro nel 2015, oggi abbiamo la definitiva conferma che il calcio rappresenta sempre di più un’industria globale capace di generare enormi profitti. Sempre più partite, sempre più competizioni, sempre più merchandising, sempre più speculazione. Partendo dalla guerra dei diritti tv, passando per le piattaforme streaming, fino ad arrivare alla moltiplicazione sfrenata delle partite ed alla mercificazione del tifoso, gli ultimi dieci anni hanno forse rappresentato la massima espressione della speculazione calcistica. E l’impressione è che sarà sempre peggio.
Oggi assistere ad una partita è diventato un lusso: gli abbonamenti alle pay tv sono ormai insostenibili per la maggior parte dei tifosi, e ciò ha inevitabilmente determinato un aumento significativo della pirateria, ormai diffusa a macchia d’olio su tutto il continente. Andare allo stadio, invece, è diventato pressoché impossibile, sia a causa dei già citati costi elevati sia per la psicosi da corsa al biglietto che si verifica in occasione soprattutto dei match clou.
In un contesto del genere, il tifoso è diventato semplicemente una merce, uno strumento speculativo, che però è allo stesso tempo un elemento essenziale per il club, e che proprio per questo viene periodicamente accontentato con simpatici gadget e con foto e video pubblicati sui social, con il fine di offuscare gli esosi prezzi di abbonamenti e biglietti.
A ciò si aggiunge l’esponenziale crescita del numero delle partite e, in generale, delle competizioni. Rispetto a 10 anni fa, oggi abbiamo una nuova competizione tra nazionali, la UEFA Nations League, che ha fatto il suo debutto nel 2018, come se i Mondiali e gli Europei non fossero abbastanza. Mentre il 2021 è stato l’anno di introduzione di una nuova competizione internazionale tra club, la UEFA Conference League, arrivata a riempire i vuoti dei palinsesti settimanali.
Anche la storica Champions League ha cambiato formato, e dall’anno scorso vede 36 squadre protagoniste e molti più match settimanali.
Va detto che, sebbene l’introduzione di questi nuovi tornei e formati può essere vista come un impegno della UEFA a rendere le competizioni europee più inclusive, permettendo a club e a diverse nazioni di partecipare e competere su palcoscenici internazionali, va anche detto che questa chiave di lettura contrasta con la sempre maggiore inclusione nell’organizzazione di eventi calcistici di grande scala di paesi storicamente privi di una tradizione calcistica, come l’Arabia Saudita e gli USA, in un disegno volto ad aumentare il bacino d’utenza del calcio e a generare, quindi, maggiori profitti.
Peraltro, questa inclusione sembra non tenere conto della situazione politica e democratica nella quale versano alcuni di questi paesi, sfruttati solo per la loro facilità di accesso al capitale e agli investimenti.
In questo senso, l’assegnazione del Mondiale 2022 al Qatar ha forse rappresentato una delle più clamorose contraddizioni della FIFA, che si è girata dall’altra parte di fronte alle palesi violazioni dei diritti umani riguardanti lavoratori impiegati nella costruzione di stadi ed altri stabilimenti sportivi in occasione dell’evento.
Un’oligarchia sempre maggiore e i tentativi di consolidarla
Non c’è da sorprendersi se da 10 anni a questa parte i cinque maggiori campionati vedono vittoriosi quasi sempre gli stessi club. Analogamente, la Champions League vede ormai protagoniste le stesse compagini da anni.
Tutto ciò è il riflesso della concentrazione del potere economico nelle mani di una cerchia ristretta di club e dello strapotere economico di alcuni di essi. La Premier League rappresenta l’indiscussa regina dei campionati, capace di sostenere ingaggi e prezzi di acquisto impensabili per una squadra militante in Serie A. Mentre club come PSG, Real Madrid, Barcellona, Liverpool o Man City – solo per citarne alcuni – possono contare su una capacità di investimento obiettivamente superiore a quella delle rivali e che infatti gli permette di acquistare i migliori talenti in circolazione.
E pensare che qualche anno fa, nel 2021, furono questi stessi club a lanciare l’idea della SuperLega, lo scellerato progetto di creazione di una ulteriore competizione internazionale che avrebbe portato solo al consolidamento di tale oligarchia calcistica e che avrebbe portato a nient’altro che ad un allargamento della forbice che separa i club ricchi da praticamente tutto il resto, ma che, per fortuna, è stato abbandonato – per il momento – a seguito di una rivolta che ha visto protagonisti tifo organizzato, club minori, ma soprattutto la stessa UEFA (che ha visto per la prima volta nella storia traballare il suo trono di organi di governo sportivo supremo).
Eppure, è innegabile come il peso finanziario sempre maggiore dei più importanti club europei ed in particolar modo di quelli inglesi sembri comunque destinato a condurre alla formazione di una sorta di Superlega. Pertanto, non ci sarà da meravigliarsi se in futuro assisteremo sempre di meno a favole di piccole realtà che vincono un campionato o una coppa europea.
Né gli strumenti di contenimento attualmente in vigore sembrano sufficienti per ribaltare una tale situazione. Il Fair Play Finanziario è insufficiente nella misura in cui si fonda sul contenimento dell’indebitamento, offrendo quindi un vantaggio ai club più ricchi e con entrate già elevate, i quali posseggono di conseguenza più margine di investimento.
Alla luce di tutto ciò, non bisogna quindi sorprendersi di fronte al progressivo tramonto del calcio “popolare”, quello fatto di partecipazione collettiva da parte delle tifoserie, dei tifosi innamorati, e delle bandiere calcistiche, dei miracoli sportivi. Non bisogna scandalizzarsi se assistiamo sempre di meno a scene di calcio per così dire “romantico”.
Il ruolo crescente della tecnologia nel Calcio
La tecnologia ha ormai assunto un ruolo centrale nel mondo del calcio, mettendo a disposizione di allenatori e staff tecnico strumenti notevoli di supporto. Oggi i club hanno accesso a strumenti che forniscono una grande quantità di informazioni sul gioco, sulle squadre avversarie e sulle performance individuali, oltre a software che analizzano le immagini delle partite per tracciare il posizionamento dei giocatori e identificare schemi di gioco. Insomma, la gestione di una squadra è sicuramente più agevole oggi rispetto a 10 anni fa.
Ma la tecnologia negli ultimi 10 anni è anche, e soprattutto, intervenuta in supporto delle decisioni arbitrali, con strumenti come la Goal line technology e il VAR.
Quest’ultima è stata sicuramente l’innovazione più importante e dirompente dell’ultimo decennio nel settore calcistico. Tuttavia, considerando che il VAR non ha di certo eliminato gli errori e non ha placato le polemiche arbitrali, c’è da chiedersi se esso ha veramente cambiato il calcio in senso positivo.
È innegabile che gli errori arbitrali siano nettamente diminuiti. Ma è anche vero che quando essi si verificano sembrano dar vita a polemiche ancora più aspre. E questo perché introducendo il VAR si è creata una falsa illusione secondo la quale la tecnologia potesse garantire la perfezione nel mondo del calcio. Adesso tutti noi pretendiamo partite scevre da errori arbitrali di qualsiasi tipo, reclamando che se si è introdotto uno strumento per ovviare alla vecchia storiella degli errori arbitrali, questo strumento non può permettersi il lusso di commettere errori. VAR o non VAR, alla fine a decidere è sempre l’arbitro. E l’arbitro, in quanto essere umano, può sempre sbagliare.
L’impressione odierna è che il VAR, a distanza di 8 anni, non abbia totalmente accontentato l’opinione pubblica, tant’è che si negli anni si è fatto ricorso a degli strumenti volti a voler includere sempre di più il tifoso in campo con il fine di renderlo partecipe della decisione arbitrale. Basti pensare all’esperimento verificatosi qualche anno fa, e per fortuna abbandonato, di invitare gli arbitri in tv. O alla più recente novità di far annunciare a tutto lo stadio e ai telespettatori la decisione dell’arbitro a seguito di VAR review, come se l’arbitro fosse un imputato che deve giustificare i suoi misfatti davanti a una corte, in mondovisione. Dunque, se anche le sviste sono di meno e la tecnologia è avanzata, ciò che è rimasto uguale è l’opinione pubblica rappresentata dal tifoso medio brontolone, incazzato, così come è rimasta uguale la tendenza ad accontentarlo.
Insomma, sono stati 10 anni di trasformazioni, di cose immutabili e di cambiamenti apparenti, cose che sono cambiate ma che sono rimaste le stesse, come in una perfetta attuazione della lezione gattopardiana.
Ma cosa ci riserverà invece il prossimo decennio?
E allora, eccoci con la mente proiettati a Settembre 2035.
Sicuramente ci si augura una crescita delle realtà di calcio popolare, di esempi di tifoserie coinvolte nella gestione di una società, che facciano ridiventare il supporto ad una squadra qualcosa di accessibile a tutti, di squadre di calcio anche impegnate dal punto di vista sociale e che usino lo sport anche come strumento politico, se necessario a smuovere le coscienze.
Così come ci si augura che tra 10 anni si potrà raccontare di tante altre imprese calcistiche di club piccoli, locali, popolari, partiti dal basso, in modo tale da poter iniziare a scalfire la purtroppo quasi consolidata oligarchia calcistica.
La speranza è anche quella di veder crescere nuovi talenti, magari con più profili focalizzati sulla tecnica e sulla fantasia che sulla velocità e la corsa. Qualcosa che ricordi i vecchi fantasisti, i tanto amati numeri 10, e che faccia ridiventare le partite di calcio belle da vedere soprattutto per i gesti tecnici che in essa si potranno apprezzare.
Infine, ma non da ultimo, ci si augura che la realtà del calcio femminile possa continuare a crescere come ha fatto negli ultimi anni. Non va dimenticato che il calcio femminile italiano ha compiuto il passo storico verso il professionismo solo il 1° luglio 2022, quando la Serie A femminile è ufficialmente diventata una lega professionistica. Grazie a questo passaggio, le calciatrici di alto livello non sono più considerate dilettanti e possono dunque godere di contratti, tutele e stipendi regolamentati al pari dei colleghi maschi. Questo traguardo deve servire da punto di partenza per un cambiamento culturale più ampio, volto al raggiungimento della parità di genere anche nello sport attraverso la continuità, i maggiori investimenti e, soprattutto, la maggiore attenzione mediatica e reale.
Insomma, la speranza è di ritrovarci qui, a Settembre del 2035, per discorrere soltanto di cambiamenti veri e positivi. Magari anche con un’Italia con una Coppa del Mondo in più in bacheca.
Amedeo Polichetti















































