Ilicic

Doverosa premessa: far giocare l’Atalanta a Valencia è stato un atto di deliberata irresponsabilità, conseguenza diretta di una logica prettamente orientata all’accumulazione di profitto piuttosto che alla tutela di cittadini disinteressati, tifosi e giocatori. Il prodotto dell’incoscienza degli uomini che governano all’interno delle stanze della UEFA è chiaramente fotografato dallo scellerato (ma inevitabile) assembramento che si è creato all’esterno del Mestalla. Agibile sì, ma a porte chiuse: scelta inutile, deleteria e stupida, qualora fosse ancora necessario specificarlo.

Se dobbiamo cercare con il lanternino un briciolo di positività in tutto questo disastro organizzativo, c’è che poi la magia del campo ci fa dimenticare per almeno novanta minuti tutto ciò che succede là fuori. Ci sono solo i giocatori, il pallone e il prato, e paradossalmente c’è anche tanto calore, nonostante l’assenza del pubblico. E ovviamente ci sono anche i verdetti e le nuove storie che vengono scritte: quella dell’Atalanta, nello specifico, la più romantica dai tempi del Leicester, ancor di più se prendiamo in considerazione il possibile (e quantomeno auspicabile) stop alle competizioni europee.

Ma con un organico del genere ed un allenatore come Gasperini, non ricavarne una squadra come la Dea è aspettativa decisamente fuori luogo. Ognuno di loro è partito dal basso: “Started from the bottom now we here“, cantava Drake. Nel mezzo, poi, insuccessi e rifiuti, risalite e poi ancora cadute. La forza di questo team sta tutta in un passato e (evidentemente) anche in un destino comune.

Ma tra questi, forse, c’è un giocatore che – ancor più degli altri – incarna la perfetta sintesi di questi due concetti: sì, perché, oltre ad essere il protagonista del passaggio ai quarti di finale ed elemento tecnicamente più valido della gang nerazzurra, Josip Ilicic è anche l’esempio più compiuto del giocatore esploso tardi esclusivamente per la sua volontà, e proprio per questo estremamente romantico.

La straripante prestazione dello sloveno a Valencia è l’apice di una stagione vissuta perennemente in crescendo, il coronamento di un processo di crescita psicologico che va studiato a partire dalla sapiente opera del suo allenatore. E di chi altri se no. Da settembre 2017, Gasperini ha subito capito che il problema di Ilicic non era sicuramente la mancanza di doti tecniche, che chi lo ha sempre seguito sa che sono un assioma incontestabile.

Ilicic
Ilicic esulta dopo un gol ai tempi del Palermo. Fonte: Calciomercato.com

Piuttosto, l’ex Maribor era quel tipo di giocatore che amava specchiarsi nel suo stesso talento, rimanendo estasiato dalla facilità con cui era in grado di lasciare sul posto i difensori avversari – con un’improvvisa accelerazione o un doppio passo -, di tirare una punizione perfetta o di coordinarsi per calciare al volo. Allo stesso tempo, però, era comunque troppo pigro per capire che a tutto ciò andasse affiancato anche un lavoro quotidiano sotto il profilo atletico. Una sua peculiarità, infatti, è sempre stata il taedium vitae che lo ha accompagnato nel corso della sua esistenza e che gli ha generato una perenne stanchezza di fondo.

Ad un “come stai?” ha sempre fatto seguire un “non bene amico, non bene“. Carattere, sicuramente, ma anche un modo attraverso il quale sottovalutarsi, che è arte difficile e spesso utile, perché aiuta a trarre motivazioni per una crescita costante. Ecco, nel caso di Ilicic, però, è stato solamente un modo per ritardarla quella crescita.

Dal 2010 al 2017 solo due volte in doppia cifra in campionato, a Palermo nella stagione 2012-2013 e a Firenze nella stagione 2015-2016. Poi, a Bergamo, tre su tre. Insomma, dal 2017 ha sempre fatto più di dieci gol nel campionato italiano: undici, dodici e (per ora) quindici, per essere precisi. Un percorso evidentemente positivo, favorito dagli efficacissimi metodi del Gasp, suo mentore e maestro di vita, e – volendo – anche da uno sfortunato evento che gli ha fatto comprendere l’importanza dell’apprezzarsi giorno per giorno.

Nell’estate del 2018 lo sloveno è stato colpito da una brutta infezione batterica ai linfonodi del collo che ha messo seriamente in discussione la sua salute. Forse è stato proprio quello lo spartiacque nella carriera agonistica di Josip, che da allora ha iniziato ad indossare i panni del professionista convinto e non più sfaticato.

Questa stagione, finora, ha certificato l’avvenuta maturazione di un giocatore che, da sempre poliedrico sotto un profilo tattico, si è consacrato definitivamente come prima o seconda punta, posizioni che gli hanno consentito di mettere a segno 21 reti in 29 presenze tra tutte le competizioni. Numeri da pallone d’oro, neanche lontanamente auspicabili vedendo il giocatore svogliato di qualche anno fa.

Eppure, il miracolo è avvenuto, e tutta l’Atalanta ne ha beneficiato, rendendosi a sua volta protagonista di un miracolo. Che poi, non poteva che essere segnato nel destino di uno come Ilicic che la sua miglior stagione di sempre si concludesse anzitempo (ce lo si augura vivamente) per via di una pandemia. Siamo tutti attori e vittime di un meccanismo fatale: drammatico, ma al tempo stesso incredibilmente romantico.

Fonte immagine in evidenza: Sosfanta

Vincenzo Marotta

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