Nisida e le carceri minorili
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Tante volte è un “Se lo è meritato”, spesso invece è un “Cosa si aspettavano da uno col suo cognome?”, ma raramente ci si immedesima nelle vite di chi è nato in un’Italia diversa, opposta a quella che conosciamo, quasi un Sottosopra nel quale però ad attenderci non ci sono mostri o strane creature, ma per uno scherzo del destino degli esseri umani, anzi dei ragazzini.

Per chi non conosce Napoli geograficamente, Nisida rappresenta soltanto un piccolo isolotto che dista 15,5 km dalla città; vicina appunto, ma che non potrebbe esserne più distante per certi versi. Quella della bella Partenope è infatti una realtà diversa, seppur complicata a modo suo. Spesso ci si dimentica che la legge non è uguale per tutti, e quando a volte sembra esserlo, quella scorretta nei riguardi dei più deboli è proprio la nostra società. Una società che nel 2023 non ha ancora accettato di interfacciarsi con imperfezioni e difetti che implicano verità. Molto spesso si tende anche a puntare il dito verso ciò che non si conosce, che ci spaventa.

Non è certo una novità che il Sud sia stato sempre lasciato indietro – e continuerà a esserlo – ma certo si può dire che non sia tutta colpa del Meridione se questo, negli anni, ha assunto il ruolo di grembo materno per ragazzi difficili poi diventati criminali. È anche vero che molti di questi sono stati destinati dalla nascita alla gabbia galleggiante, e che col cognome abbiano automaticamente ereditato anche il rispettivo destino a essere, e non a poter scegliere di essere.

Negli ultimi anni una serie tv di produzione Rai Fiction (Picomedia), Mare Fuori, è riuscita a portare sotto i riflettori uno spicchio di vite vissute, crude sì, eppure autentiche. Se si pone infatti attenzione, quelli sullo schermo sono poco più che ragazzi. Particolare anche lo spunto di riflessione lanciato da Francesca Fagnani, che grazie al suo monologo sul palco dell’Ariston ha saputo dare voce a chi non ne ha, e in particolare a questi ragazzi, con un monologo semplice eppure brillante a suo modo.

Non tutte le parole sono uguali, e non tutte arrivano a noi con facilità. Ci sono parole che per arrivare sul palco di Sanremo devono abbattere muri, pareti, grate e cancelli chiusi a tripla mandata. Parole scritte insieme ai ragazzi che stanno scontando la loro pena, ma senza cercare la nostra pena, perché della nostra pena non se ne fanno niente“.

Così esordisce la conduttrice di Belve, con un discorso apparentemente sopra le righe per un pubblico che forse da sempre ha cercato in qualche modo di evitare un lato che però esiste, che è realtà.

Riguardo alle condizioni di vita nelle carceri, senza aspettarsi rose e fiori, è lecito pretendere ambienti salubri che permettano di vivere una vita lineare nella difficoltà. Non si parla di Nisida, che negli ultimi anni è stata presa a modello come struttura carceraria per l’organizzazione di laboratori ricreativi e spazi in cui svolgere numerose attività; ma in mancanza di questo sorge l’interrogativo: come si può anche solo pensare che dei ragazzini, dei minori, possano essere reinseriti correttamente nella società se le strutture che li ospitano il più delle volte sono in condizioni precarie, con muri ammuffiti, spazi ridotti all’osso, materassi sporchi e pieni di acari, attività e laboratori tagliati per far spazio alle spese strutturali? Viene poi da chiedersi se questi fondi siano davvero stati investiti o meno per lo scopo in questione. I dati parlano chiaramente anche riguardo all’affollamento delle carceri: ormai superiore al 110% (senza menzionare l’incremento dovuto alla pandemia; e la scarsità di spazi per l’isolamento delle persone detenute e positive è cresciuta a dismisura, in un contesto caratterizzato anche dalla scarsità di servizi sanitari e assistenza medica). In ogni caso rimane quel muro che nemmeno una serie televisiva ormai di successo è riuscita a buttare giù completamente.

La colpa la si può dare al pregiudizio che in noi è vivo grazie alla paura, a sua volta alimentata da uno Stato che il più delle volte pensa a punire invece che a rieducare, e alla mancanza di una rete di comunicazione con questi giovani che perderanno gli anni più belli delle loro vite, e che una volta nel “mare fuori” saranno in pericolo di annegamento. Dunque è lecito pensare che Nisida sia sempre incinta, se l’umanità viene sempre meno nei riguardi di chi ha sbagliato – come tutti – e più di altri, e che tutti abbiano diritto a una seconda possibilità: come introdotto da Fagnani, alla domanda “Perché lo hai fatto?”, questi ragazzi non possono dare una risposta, perché non ce l’hanno.

Bisogna andare al giorno prima, alla settimana prima, al mese prima… alla vita prima“.

E allora rimane lecito chiedersi cosa concretamente si potrebbe fare per aiutare questi giovani in difficoltà. come si potrebbe rimediare a uno Stato che ignora la dispersione scolastica e la povertà educativa, e che sembra aver abbandonato l’idea delle pari opportunità per ogni giovane, a prescindere dalla classe sociale.

Le soluzioni purtroppo sono ancora poche, eppure esistono: c’è addirittura un gruppo facebook (inattivo, ma che volendo può essere riattivato) per fornire aiuti concreti ai ragazzi di Nisida, e sono attivi anche servizi di volontariato all’interno della struttura. Non si può pretendere, costruendo sul nulla, che questi minori costretti a vivere in condizioni spesso disumane possano essere visti, una volta fuori dalle sbarre, come persone nuove e senza peccato. Se è vero che a ogni azione corrisponde una reazione, la loro sicuramente è quella della sopravvivenza, che implica modi infiniti, anche i più aggressivi. Il carcere minorile di Nisida è solo un esempio, ma non è l’unico in Italia di grande placenta d’isolamento. Eppure un mutamento c’è stato, esiste; le nuove generazioni e la loro apertura al diverso hanno preso a cuore queste verità difficili, ponendole una volta per tutte davanti alle evidenze di chi negli anni, un pezzo dopo l’altro, ha aiutato a costruire quel muro, dando nuova speranza a chi non ha avuto scelta, e allungando un braccio per prendere la mano di chi in fondo ci è proprio davanti agli occhi.

Giulia Costantini

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