Silvia Romano riscatto
Foto: Reuters

Parto con una premessa: decidere o meno di pagare il riscatto a un gruppo di rapitori è una scelta molto più complessa rispetto alla superficialità con la quale è stata affrontata dal dibattito pubblico degli ultimi giorni. Il senso di questo scritto è cercare di restituire a questo tema una prospettiva di più ampio respiro. E di dare una mia personale visione delle cose: Silvia Romano andava salvata a tutti i costi.

Come è stata salvata Silvia Romano

Nello show della liberazione, come l’ha definito ieri Il Foglio, diversi dettagli sull’operazione che ha portato al rientro in Italia della 24enne sono stati rivelati: forse troppi. Sappiamo, in ogni caso, che la ragazza rapita in Kenya è stata consegnata ad Al-Shabaab e condotta in Somalia già nelle prime ore successive al rapimento; che, stando alle sue stesse parole, ha cambiato non meno di quattro covi diversi; e infine che, grazie alla collaborazione dei servizi segreti turchi, la trattativa per la sua liberazione è stata avviata a gennaio, in seguito all’arrivo di un video che testimoniava che Silvia Romano era ancora in vita.

L’unico dettaglio che rimane invece segreto è quello legato al riscatto. Che un pagamento ci sia stato appare evidente: un blitz riuscito sarebbe stato motivo di propaganda troppo ghiotto per passare così sotto traccia. Il mistero quindi aleggia intorno alla cifra. Nelle prime ore, fonti somale dell’AdnKronos parlavano di 1,5 milioni di euro. La prima fonte a parlare di 4 milioni è stata invece Il Giornale: e il fatto che quella versione sia diventata la più dibattuta dall’opinione pubblica dovrebbe essere motivo di mille riflessioni sulla facilità con cui le ipotesi più sensazionalistiche rubano lo spazio ai dubbi legittimi sulla realtà dei fatti.

Quanto vale il riscatto?

Che siano 1,5 o 4 milioni, la notizia del pagamento del riscatto ha suscitato un moto di polemiche ben più rilevante rispetto ai semplici soliti “indignatori seriali”. Complici anche i ritardi nell’affrontare l’emergenza coronavirus da parte del Governo, è stato semplice mettere in parallelo la diversa disponibilità di pagamenti nelle due situazioni. Ma quando si maneggiano questi numeri, bisogna riportare tutto alle giuste grandezze.

Gli 1,5 milioni di euro spesi per il riscatto di Silvia Romano sono una spesa assolutamente irrisoria per lo Stato italiano: rappresentano circa lo 0,00008% del PIL, e la situazione non cambia di molto con l’ipotesi dei 4 milioni. Dividendo per il numero dei cittadini italiani otteniamo una spesa di 2,5 centesimi a testa (6 centesimi se si trattasse di 4 milioni). Per capirci, il Decreto Rilancio ora in discussione alla Camera dovrebbe essere quantificato in circa 55 miliardi di aiuti. Un paragone improponibile.

Il rischio di finanziare il terrorismo

Di gran lunga più sensata è invece l’obiezione secondo la quale pagare il riscatto vorrebbe dire finanziare organizzazioni criminali, e contribuire così al loro prosperare. È indubbio, infatti, che la linea disponibile al pagamento sia alla lunga più insidiosa, perché diffonde tra queste organizzazioni l’opinione che l’Italia e gli italiani siano un “boccone privilegiato” dai quali ottenere soldi attraverso rapimenti e riscatti. Ma la linea dello Stato fermo e non disposto a trattare presenta a sua volta delle contraddizioni insostenibili.

L’ultima Relazione governativa sull’export italiano di armamenti, risalente all’aprile 2019, indica come l’Italia nell’ultimo anno abbia venduto armi in giro per il mondo per una cifra complessiva di 5,2 miliardi di euro. Numeri imparagonabili con il riscatto pagato per salvare Silvia Romano. Soprattutto, i primi quattro paesi per acquisto di armi dall’Italia sono, in ordine, Qatar (1,9 mld), Pakistan (680 mln), Turchia (360 mln) ed Emirati Arabi Uniti (220 mln).

La distribuzione per paese delle armi vendute dall’Italia nel 2019

Non certo zone tranquille e pacifiche, soprattutto se pensiamo che ovviamente questi numeri si riferiscono solo alle vendite legali: la legge 185/1990 vieta infatti il commercio di armi verso Paesi impegnati in un conflitto (la Turchia, impegnata nella lotta con i curdi, è teoricamente borderline sui limiti imposti dalla legge). E ai limiti dell’illegale (se non platealmente tale) è anche il rifornimento di armi all’Arabia Saudita, impegnata nel conflitto in Yemen. Invece, solo poche settimane fa, la nave Bahri Abha (della flotta saudita Bahri) che trasportava carri armati ha attraccato nel porto di Genova, per fare scalo nel viaggio tra gli USA e il Medio Oriente.

Perché scegliere la via umanitaria e salvare Silvia Romano

In questo scenario, uno Stato che con una mano sceglie la via della fermezza con un suo cittadino in difficoltà, mentre con l’altra mano foraggia senza alcuno scrupolo (e con cifre di gran lunga più rilevanti di 1,5 milioni) Paesi che utilizzeranno quelle armi per uccidere altri cittadini innocenti, appare quantomeno ipocrita. Per lavare via il sangue delle armi made in Italy non sarebbe servito a nulla il sangue di Silvia Romano, o di qualsiasi altro nostro concittadino prigioniero all’estero. Perché è di questo che stiamo parlando, ed è giusto tracciare correttamente le coordinate del discorso: chiunque sostenga il rifiuto alla trattativa, pur con le proprie buone ragioni come abbiamo visto, sta implicitamente dicendo che la vita di Silvia Romano poteva essere sacrificata. E questo, invece, nessuno ha ancora avuto il coraggio di ammetterlo.

Per questo sì, il riscatto andava pagato e andrà pagato in qualsiasi situazione analoga si presenti in futuro. L’unica azione da prendere è assicurarsi che le spedizioni di italiani in quei Paesi siano sempre più sicure, gestite da associazioni affidabili, e avere la certezza che la loro incolumità non sia mandata allo sbaraglio. Chi vuole assicurarsi di combattere il terrorismo, scenda in piazza (quando si potrà) a protestare contro il commercio di armi, un tema spesso ignorato dal dibattito pubblico ma che rappresenta l’unica vera strada per una distensione dei conflitti globali. Ma non può esistere in alcun modo un interesse dello Stato che sia superiore alla salvaguardia della vita di un suo cittadino.

La notizia della liberazione di Silvia Romano è arrivata il 9 maggio, in un anniversario nefasto ma denso di significati. E poco prima dell’epilogo di quel 9 maggio di 42 anni fa così si esprimeva il protagonista di quella vicenda, con parole che potrebbero benissimo appartenere alla stretta attualità: «Ricordate, e lo ricordino tutte le forze politiche, che la Costituzione repubblicana, come primo segno di novità, ha cancellato la pena di morte. Così, cari amici, si verrebbe a reintrodurre, non facendo nulla per impedirla, facendo con la propria energia, insensibilità e rispetto cieco della ragion di Stato, che essa sia di nuovo, di fatto, nel nostro ordinamento».

Simone Martuscelli

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