riforma delle pensioni francia
Fonte: ISPI

In Francia la questione è sempre calda, arrivati al secondo mese di proteste: la riforma delle pensioni voluta dal presidente Macron, infatti, scatena ancora la rabbia di una buona parte del Paese.

La Francia e lo sciopero infinito contro la riforma delle pensioni

La vera e propria rivolta sociale generata da questo provvedimento ha ormai acquisito proporzioni tali da poter essere accostata a ben pochi precedenti. Dopo più di un mese, lo sciopero contro la riforma delle pensioni che dovrebbe unificare una quarantina di diversi regimi previdenziali di altrettante categorie di lavoratori ha ancora una fetta consistente di sostenitori. Secondo recenti indagini, il 62% circa dell’opinione pubblica è favorevole alla protesta; nonostante una perdita di consenso di circa cinque punti percentuali rispetto all’ultimo rilevamento, si tratta di una quota molto significativa.

In effetti, sarebbe ben difficile in qualsiasi altra parte del Primo Mondo trovare un consenso così diffuso e ampiamente maggioritario nei confronti di uno sciopero che, soprattutto nella capitale, sta creando disagi quasi insuperabili. Lo si deve, come sostengono alcuni autorevoli osservatori esteri, alla resilienza specialmente degli stessi abitanti di Parigi che, tra mille difficoltà, appoggiano quasi trasversalmente i motivi delle proteste contro la riforma delle pensioni.

Del resto, l’iniziativa di Macron non piace quasi a nessuno in Francia. Secondo la sua formulazione originale, la riforma unifica, come detto, i regimi pensionistici creando un unico sistema che prevede, attraverso il conseguimento di “punti”, l’agognato ritiro dal mondo del lavoro comunque non prima dei 64 anni. Invece, fino ad oggi, nei settori interessati dalla riforma delle pensioni il regime previdenziale consente una grande flessibilità nella disciplina del pensionamento (gli impiegati del trasporto pubblico, ad esempio, possono smettere di lavorare anche a 52 anni). Inoltre, l’età pensionabile “standard” attualmente è più bassa di due anni, ovvero è fissata a 62 anni, rispetto a quella prevista dalla nuova riforma.

Le innovazioni sostenute da Macron, dal punto di vista dei sindacati nazionali e della marea di manifestanti che hanno invaso da settimane il congestionato centro di Parigi, sono del tutto inaccettabili. Il sistema previdenziale francese è uno dei più costosi, certo, ma anche dei più virtuosi, assicurando le migliori condizioni di vita per la terza età nell’area OCSE. D’altra parte risulta conveniente, almeno in un Paese che economicamente funziona, perché garantisce in linea di principio un buon ricambio della forza lavoro, incentivando il turnover e l’occupazione giovanile.

Segnali di insofferenza e tensioni politiche

Tuttavia, non tutti sono d’accordo con questa visione. I cittadini più insofferenti ai disagi imposti dallo sciopero contro la riforma delle pensioni, infatti, contestano l’arbitrarietà dei cortei e dei blocchi stradali e i risvolti negativi che questi comportano per le altre categorie professionali. Come nota il Financial Times, tuttavia, tale situazione, in particolare con attinenza al trasporto pubblico, sarebbe circoscritta per lo più alla zona di Parigi, visto che nel resto del territorio la maggior parte dei servizi di questo genere è demandata a imprese private convenzionate.

Si sa però che Parigi vale da sola mezza Francia, in termini economici, di servizi e comunicazioni: ecco perché paralizzare la capitale risulta deleterio non solo per chi subisce direttamente le conseguenze degli scioperi, ma anche politicamente per il governo e Macron. Sulle pene dell’elettorato parigino batte forte anche il martello dell’opposizione di destra, che accusa i manifestanti che protestano contro la riforma delle pensioni di incoscienza, non solo nel creare disagi mostruosi, ma soprattutto nel difendere un sistema previdenziale che, con l’innalzarsi sensibile (per fortuna) dell’aspettativa di vita, rischia di far pagare allo Stato pensioni d’oro per troppi anni.

In questo contesto di conflitto sociale e politico permanente, Macron, che nel 2020 dovrà sostenere l’ardua sfida delle elezioni municipali, continua ad affermare di voler proseguire sulla strada della fermezza e dell’intransigenza. Il Presidente ripete che non si tornerà indietro: la riforma delle pensioni, su cui si gioca molto anche il Primo Ministro, Édouard Philippe, si farà a ogni costo.

Certo, di fronte alla perenne agitazione del Paese, anche il governo ha capito di dover in parte aggiustare il tiro. È di queste ore la notizia secondo cui Philippe avrebbe annunciato un contemperamento almeno delle disposizioni sull’innalzamento automatico dell’età minima pensionabile: a quanto pare, soltanto progressivamente, con il processo che sarà compiuto nel 2027, si arriverà ai vituperati 64 anni. Tuttavia, pur sembrando un’apertura ai sindacati, questa di Philippe appare più una mossa per prendere tempo e riguadagnare un po’ di consenso presso l’opinione pubblica. Per ora la riforma delle pensioni si farà, alle condizioni di Macron e del Primo Ministro.

Peccato che questa incrollabile fiducia dell’esecutivo nelle proprie capacità di portare a compimento la sua discussa operazione sia già incappata in qualche inopportuno incidente di percorso. La mente dell’iniziativa, Jean-Paul Delevoye, ha dovuto dimettersi pochi giorni fa per conflitto di interessi: aveva le mani in pasta in un’altra dozzina di progetti governativi. Si tratta soltanto dell’ultimo inciampo, nella considerazione dell’opinione pubblica, dell’intelaiatura politica della presidenza Macron. Il Capo dello Stato è accusato da sinistra di aspirare a diventare un novello Thatcher, ansioso di incanalare il virtuoso meccanismo del welfare in Francia su sgraditi binari neoliberisti di stampo anglosassone.

Il problema della sostenibilità del vecchio sistema pensionistico francese

È però abbastanza chiaro, al di là dell’encomiabile spirito di resistenza dei francesi in generale e dei parigini in particolare, che il sistema così com’è sia gravoso per un Paese la cui economia forse non ostenta più la grandeur del passato e che non può permettersi, oggi, di spendere così tanto per le pensioni. La Francia è in crescita, certo, ma meno della media europea (comunque più di Italia e Germania): mostra ormai diversi scricchiolii nella tenuta del suo sistema produttivo. D’altra parte, però, i francesi non smettono di essere orgogliosi per i loro livelli assistenziali e previdenziali e non sono disposti a rinunciarvi.

Questo però pone qualche contraddizione con altre rivendicazioni di più lunga data che, almeno in apparenza, in questi ultimi mesi si sono affiancate a quelle contro la riforma delle pensioni. I gilet gialli, in particolare, si sono associati agli scioperi, ma uno dei cardini della protesta delle “pettorine” è sempre stata la pretesa di aumento del potere d’acquisto dei consumatori, sceso in Francia a causa della stagnazione economica. Anche gli agricoltori, i paysans, hanno marciato su Parigi denunciando, tra novembre e dicembre, la tragica crisi economica in cui versa il settore primario nazionale.

Riassumendo le tre proteste, dunque, si può dire che, mentre gilet gialli e paysans denunciano la crisi del sistema produttivo, i lavoratori che si schierano contro la riforma delle pensioni pretendono che i loro privilegi previdenziali rimangano inalterati. La contraddizione c’è, considerato che le pensioni più alte di solito vengono pagate da sistemi economici in salute, come non del tutto appare, almeno in questo momento, quello francese. Certo, si può pensare che la ricetta giusta non sia necessariamente la “sforbiciata” lineare agli stessi privilegi decisa da Macron, né un’impostazione più marcatamente neoliberista del mercato del lavoro e della gestione previdenziale.

Tuttavia, non appare ancora completamente chiaro se la riforma delle pensioni punti davvero a una rivoluzione politica” del sistema previdenziale oppure semplicemente a razionalizzare le risorse del welfare, a beneficio della sostenibilità di tutte le prestazioni pubbliche, come quelle sanitarie, in cui la Francia eccelle. Sicuramente Macron non è stato impeccabile nell’argomentare la bontà della sua manovra e non è escluso che sconti questo difetto di chiarezza con una perdita definitiva di credibilità. Il Presidente potrebbe essere costretto a pagare già a marzo, nelle urne per le municipali, un conto molto salato.

Ludovico Maremonti

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