Ibrahimovic

Esiste nel mondo del calcio – e dello sport in generale – una teoria per la quale i giocatori di una certa età non possano più fare la differenza perché ormai troppo vecchi, e se la fanno è perché il campionato in cui giocano è di basso livello. Ciò che però sfugge ai sostenitori di questa idea è che un campione rimane tale a qualunque età e a qualunque livello giochi, ed è inutile ribadire che Zlatan Ibrahimovic è un campione perché lo sappiamo tutti, ma l’impatto che sta avendo in questa Serie A è assolutamente fuori da ogni tipo di schema logico.

Zlatan Ibrahimovic è al momento il capocannoniere della Serie A con 8 gol in soli 5 match giocati, ha battuto il record di gol consecutivi segnati con la maglia del Milan (nell’era dei tre punti) e ha ricevuto un meritato premio di “Giocatore del Mese di Ottobre”, non popolare – mediaticamente – come i corrispettivi di Premier League o Bundesliga, ma che comunque fa capire la forza con cui lo svedese sta dominando i primi mesi di questo campionato. Soprattutto, è un messaggio forte e chiaro lanciato agli scettici che a gennaio (quando aveva manifestato la volontà di ritornare in Serie A) definivano “bollito” il 38enne perché reduce da due anni di “vacanze pagate” in MLS con la maglia dei LA Galaxy e da un infortunio al ginocchio, che nel 2017 gli aveva impedito di vincere l’Europa League da protagonista con il Manchester United e la cui tenuta non era stata più provata su campo europeo.

Ibrahimovic con la maglia dei Los Angeles Galaxy
fonte: corrieredellosport.it

Ma il punto che è sfuggito ai più è che Zlatan Ibrahimovic effettivamente è un giocatore diverso rispetto a quello che lasciò i rossoneri per accasarsi al PSG nel 2012. Lo stile di gioco di un calciatore è qualcosa che si affina e si perfeziona con il tempo, e il centravanti svedese sa bene che non può più sfidare costantemente l’avversario nell’uno contro uno, o chiedere al proprio corpo di cercare la profondità con la stessa frequenza di prima, eppure dire che la sua efficacia sia ridotta per questo è quanto di più sbagliato si possa fare. Ibrahimovic in MLS già aveva smesso di “correre” come faceva negli anni parigini o nei primi mesi in Inghilterra, rimanendo ugualmente decisivo in termini di gol e assist. Ed è questa intelligenza e consapevolezza di esser diventato un giocatore differente ad aver reso Ibrahimovic la meravigliosa gemma che stiamo ammirando nuovamente in Serie A

Il numero 11 svedese è l’effettivo motivo per il quale il Milan ha l’aria di una squadra che può dare fastidio nel discorso Scudetto e si trova al primo posto in questo momento. È il regista avanzato della squadra di Pioli, è il primo appoggio che trovano i trequartisti in fase offensiva ed è come sempre un finalizzatore di caratura mondiale. Ibrahimovic è il faro verso il quale gli altri giocatori si dirigono, e non perché ha una reputazione che quindi incute timore, ma perché è veramente difficile vederlo perdere palla o sbagliare un appoggio, e soprattutto perché è al momento inarrestabile in area di rigore. Ed è impressionante vederlo allungarsi in spaccata come ad Udine oppure la semplicità che ha nel controllo, e l’agilità e la forza con cui si muove sembra davvero quella di un ventenne, un Benjamin Button prestato al mondo del calcio che ha deciso di aver bisogno di dimostrare ancora una volta perché è uno dei calciatori più forti che abbiano mai calpestato il rettangolo verde.

Ciò che stiamo vedendo fare a Ibrahimovic non va però attribuito al livello della nostra Serie A (che – al di là della spiccia retorica qualunquista – non è per niente basso), ma solo alla straordinarietà di un calciatore il cui arrivo ha permesso al Milan di andare in Europa nella scorsa stagione – e ad una società che ha smesso di spendere male ed ha capito che supportare un grandissimo giocatore con tanti giovani, a cui piace passare la palla e mettersi a disposizione, potrebbe portare a grandissimi risultati anche nell’immediato futuro. E Ibrahimovic sta accettando di buon grado l’idea di essere una vera e propria guida spirituale e tecnica, per una squadra che per anni ha avuto grandissimi problemi nel trovare un leader dentro e fuori dal campo e i cui tentativi di forzarne uno dall’esterno sono falliti miseramente (basti pensare alla fascia di capitano data a Leonardo Bonucci). Del resto il numero 11 non ha mai problemi di personalità, e mai ha dovuto ricevere “poteri” dalla società per imporsi come leader, ma gli è sempre bastato mostrarsi per quello che era: un campione, che nonostante il talento si allena più forte degli altri.

Ibrahimovic con Brahim Diaz
fonte: ilmessaggero.it

La rinascita dell’intero progetto Milan passa quindi in gran parte dai piedi di Zlatan e da una squadra che sta ritrovando finalmente una sua dimensione logica anche con la riconferma di Pioli, dopo l’exploit del post-lockdown. E i gol dello svedese possono essere la variabile impazzita negli equilibri di questo strano campionato ancora segnato dal Covid, ma non per questo meno competitivo o meno affascinante, e che non si dica mai che Zlatan Ibrahimovic è troppo vecchio per continuare ad essere decisivo, perché probabilmente lo sarà soltanto quando sarà lui a deciderlo.

Andrea Esposito

fonte immagine in evidenza: eurosport.it

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