Lo sport tra ritorno economico e salute mentale
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In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, l’ex allenatore Cesare Prandelli ha voluto raccontare quanto sia complesso affrontare le pressioni e le aspettative che fanno parte del vissuto di uno sportivo. Tra le possibili cause che portano un atleta a provare malessere per il suo lavoro c’è la mercificazione delle prestazioni sportive, che a sua volta può avere ricadute sulla salute mentale. In questo ambiente lo scopo è la massimizzazione dei profitti, mentre la salute psico-fisica degli sportivi passa in secondo piano.

Secondo la teoria marxista, il complesso degli atteggiamenti che si verificano all’interno di qualsiasi sovrastruttura – inclusa quella che riguarda le organizzazioni sportive – è determinato da logiche economiche. In quest’ottica il rendimento degli atleti, che per natura non dovrebbe essere oggetto di commercio, viene fondamentalmente pensato come una merce, e la prestazione sportiva perde il suo significato originario, ovvero quello ludico, per diventare mero oggetto di consumo. Il comportamento sportivo finisce così per essere considerato come autonomo rispetto all’atleta che lo produce, dimenticando che dietro ogni risultato sportivo esiste una componente umana.

Agli sportivi non è concesso il lusso di sbagliare o di perdere il controllo, poiché vincere diventa l’unica cosa che conta. Da qui la comparsa di svariati casi di atleti con problemi di salute mentale, che non riescono a reggere la pressione e a soddisfare pienamente le aspettative di vittoria che vengono prodotte intorno a loro. Tra i primi ad avere la forza di esternare il proprio malessere e farlo accettare all’opinione pubblica, furono i due giocatori di basket DeMar DeRozan e Kevin Love. In seguito, i problemi di salute mentale sono iniziati ad essere manifestati con maggiore insistenza e ad essere affrontati dagli atleti di varie discipline.

Lo dimostrano le dichiarazioni del cestista degli Charlotte Hornets, Kelly Oubre Jr, che ispirato dalle precedenti dichiarazioni dei suoi colleghi, ha affermato nel 2018: «In tanti stanno iniziando a parlare di problemi mentali e legati agli stati d’animo vissuti in quanto uomini, prima ancora che giocatori. Sentirne discutere mi ha fatto capire che anche io ho dovuto affrontare tante cose nella mia vita, tanti problemi e situazioni come quella. Sì, qualcosa di assimilabile alla depressione. Non si nota perché negli anni ho imparato a indossare una maschera dopo che mio padre più volte mi ha ripetuto che non dovevo mostrare le mie debolezze. Nessuno se n’è mai accorto, ma dentro di me sono sensazioni che hanno scavato a fondo. Un inferno».

A parlare di problemi di salute mentale, e per la precisione di depressione, è stato anche il portiere del Parma Gianluigi Buffon. Il campione della nazionale italiana ha dichiarato in un’intervista rilasciata nel 2019 che: «Per qualche mese, ogni cosa perse di senso. Mi pareva che agli altri non interessassi io, ma solo il campione che incarnavo. Che tutti chiedessero di Buffon e nessuno di Gigi. Fu un momento complicatissimo. Avevo 25 anni, cavalcavo l’onda del successo e della notorietà. Un giorno, a pochi minuti da una partita di campionato mi avvicinai a Ivano Bordon, l’allenatore dei portieri, e gli dissi: “Ivano, fai scaldare Chimenti, di giocare io non me la sento”. Avevo avuto un attacco di panico. Non ero in grado di sostenere la gara».

Un’altra atleta che ha trovato il coraggio di parlare apertamente dei propri problemi di salute mentale è stata la statunitense Simone Biles. Durante la competizione a squadre di ginnastica artistica delle Olimpiadi 2020, la campionessa ha così motivato il suo ritiro: «Sento che non mi sto divertendo più come prima. So che questi sono i Giochi, volevo farli ma in realtà sto partecipando per altri, più che per me. Mi fa male nel profondo che fare ciò che amo mi sia stato portato via. Non appena salgo in pedana siamo solo io e la mia testa… e lì ci sono démoni con cui devo confrontarmi». Questi démoni hanno un nome e si chiamano twisties, ovvero un blocco mentale improvviso che causa la perdita di controllo del corpo dell’atleta durante la performance sportiva. Il motivo di questo fenomeno è complesso ed è difficile da risolvere, spiega un allenatore francese all’Afp, ma ammette che può essere «accentuato dalla pressione».

Questo processo di feticizzazione della prestazione sportiva consente di provare verso la performance agonistica un’ammirazione fanatica ed esclusiva, che a volte si traduce nella smisurata adorazione dell’atleta che la realizza. La pretesa dell’efficienza sportiva a ogni costo, trasforma così gli atleti in uomini al di sopra della media, finendo per non considerare che anche loro sono delle persone normali che subiscono pressione, provano difficoltà e ricadono in stati d’ansia amplificati dal contesto in cui si ritrovano. In questo modo, la società crea dei supereroi ai quali chiede di caricarsi il mondo sulle spalle senza consentirgli di commettere errori o provare emozioni negative, ovvero di manifestare le loro fragilità.

Eppure il giocatore dei Chicago Bulls, Andre Drummond, afferma in un’intervista rilasciata quest’anno di non essere un uomo straordinario: «Mi sono dovuto prendere una piccola pausa per liberarmi la testa e affrontare alcune cose che stavo trascurando ormai da tanto tempo. Veniamo visti come dei supereroi, come se niente ci toccasse e non avessimo una vita lontano dalla pallacanestro. È questo che la gente non capisce: che abbiamo anche una vita fuori dal parquet e le cose a volte possono essere dure. Quel mantello da supereroi che ci hanno messo addosso prima o poi va tolto. È giusto chiedere aiuto, è giusto avere dei sentimenti, è giusto manifestare le proprie emozioni».

Tuttavia, il solo fatto di pagare per assistere ad una prestazione sportiva ci consente di pretendere la sua completa riuscita, rifiutando l’errore umano dell’atleta. Lo confermano le minacce, sempre più frequenti, nei confronti di sportivi che disattendono le aspettative in gara. Ne sa qualcosa Harry Maguire, il difensore inglese che è passato dal Leicester al Manchester United per la cifra mastodontica di 80 milioni di sterline. Maguire sta infatti venendo sempre più spesso preso di mira dagli haters per le sue prestazioni, tanto che qualcuno è persino arrivato a minacciare di farlo esplodere con una bomba all’interno della propria abitazione. Nel tempo, Maguire sembra così essere entrato in una spirale in cui ogni errore aumenta le sue insicurezze. Un problema di salute mentale confermato all’interno dell’intervista realizzata con Gary Neville, dove il giocatore dichiara che la sua più grande fobia è il fallimento.

Fino a quando vivremo in una società come quella capitalista dove la prestazione sportiva è qualcos’altro rispetto all’atleta che la produce, il margine di errore verrà visto sempre come un danno causato verso terzi. Il che vuol dire pretendere dagli sportivi una prestazione sempre più elevata, che con il passare del tempo lascia segni indelebili sulla loro salute mentale. Va quindi promosso un altro modello di sport, che consenta all’atleta di riappropriarsi della propria prestazione nel suo insieme, accettando così che la performance agonistica possa anche includere l’errore. Per minimizzare i problemi di salute mentale di cui sempre più atleti stanno soffrendo, andrebbero sostituite le aspettative economiche con i valori originari dello sport, quali la socialità, l’umanità, il legame con il territorio, in modo da consentire alle persone di sostenere gli atleti al di là del risultato.

Gabriele Caruso

Gabriele Caruso
Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, mi occupo soprattutto di indagare la politica italiana e di far conoscere le rivendicazioni dei diversi movimenti sociali. Per quanto riguarda la politica estera, affronto prevalentemente le questioni inerenti al Regno Unito.

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