Per Carles Puigdemont e i leader catalani le cose si fanno complicate
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Il Parlamento Europeo ha accolto la richiesta di revoca dell’immunità per i leader catalani. Adesso per Carles Puigdemont, Toni Comín e Clara Ponsatí le cose si fanno complicate. Un duro colpo inflitto alle velleità indipendentiste della Catalogna, ma non solo?

Martedì 9 marzo, il Parlamento europeo ha votato per l’immunità ai tre europarlamentari iberici. Il risultato è stato 400 voti a favore, 248 contro e 45 astenuti: l’immunità a Carles Puigdemont è definitivamente venuta meni. Stessa sorte per Toni Comín, ministro della Salute, e Clara Ponsatí, ministra dell’Istruzione (fino all’ottobre 2017), con 404 voti favorevoli, 247 contrari e 42 astensioni. L’Unione Europea segue la linea tracciata anni fa sulla questione catalana, cioè che sia la Spagna a risolvere le proprie questioni interne. Con questa scelta, l’UE scalfisce e non poco il concetto più ampio d’immunità, libertà di voto ed opinione.

Dove tutto è iniziato: il referendum sull’indipendenza

Nonostante si conosca già il finale e destino di Carles Puigdemont e dei leader catalani, è bene riavvolgere il nastro di questo imbrigliato caso geopolitico.

La Spagna da anni è terra di fermenti ed attività indipendentiste. In svariate occasioni questi sentimenti si sono tramutati in volontà di scissione dal governo centrale madrileno, per ideologie differenti, patriottismi culturali, autonomie economiche. La costante soppressione delle aspirazioni autonomiste autonomiste iberica risuona come un paradosso se si considera che la Spagna è considerata una delle democrazie occidentali più solide e patria di diritti all’avanguardia. A certificare il dato è il Democracy Index dell’Economist, indice e parametro che valuta le democrazie di tutto il mondo classificandole in vari gradi.

Le radicate rivendicazioni autonomiste sono ancora vivissime in molte comunità. Due sono gli esempi storici più noti, ovvero: l’Aragona che combatté veementemente per la preservazione della sua cultura, senza richiedere la scissione, ed i Paesi Baschi con una lotta armata durata 40 anni costata 800 vite.

Negli ultimi anni, tuttavia, la Spagna ha visto crescere maggiormente la volontà indipendentista della Catalogna. Ad elevare maggiormente l’attenzione su questo caso vi sono tanti fattori. Sicuramente a livello mediatico, una maggiore attenzione sulla questione, l’intervento di personaggi di rilievo pubblico, e le costanti ed enormi proteste del popolo catalano, hanno messo sotto la lente d’ingrandimento il braccio di ferro tra Madrid e la Barcellona.

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Il punto massimo di tensione si è raggiunto con il controverso referendum sull’indipendenza del 1° ottobre 2017. La votazione fu indetta dal Generalitat de Catalunya, di cui Carles Puigdemont è tutt’ora presidente, e prevedeva, secondo una legge del Parlamento Catalano, che il risultato avesse natura vincolante anche senza il raggiungimento del quorum. In contrapposizione il governo spagnolo di Mariano Rajoy ha chiamato in causa la Costituzione Spagnola, secondo la quale non è consentito votare sull’indipendenza di alcuna regione spagnola.

Il referendum ha visto scene di boicottaggio e botta e risposta tra Madrid e Puigdemont. Centinaia di seggi chiusi dalla polizia spagnola, sequestri di materiale elettorale ed urne, scontri tra i votanti e le forze dell’ordine. Il risultato, come ovviamente ci si aspettava, ha visto vincere il Sì con il 90,09%. Carles Puigdemont si espresse così: «i catalani si sono guadagnati il diritto di avere uno stato indipendente», mentre il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, rispose così poco dopo: «non c’è stato nessun referendum. Ringrazio le persone che non hanno partecipato, cioè la stragrande maggioranza».

Com’è andata a finire lo sappiamo tutti: la dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna dopo il referendum è stata ritenuta illegale dal governo spagnolo e dal Tribunale Costituzionale, di conseguenza nessuna riconoscimento dell’indipendenza è avvenuta, né a livello internazionale né europeo. Inoltre, nello stesso anno, i tre leader catalani hanno lasciato il paese.

Carles Puigdemont e gli indipendentisti catalani a processo

La storia, inevitabilmente, ha proseguito il suo corso. Nel 2019, più precisamente a maggio, Carles Puigdemont, Toni Comín e Clara Ponsati più Oriol Junqueras, già in carcere al momento dell’elezione, sono stati eletti al Parlamento europeo. In concomitanza di ciò, nello stesso anno in Spagna si sono svolte le elezioni nazionali, ovviamente con polemiche a pioggia relative alla Catalogna e ai suoi rappresentanti indipendentisti. Puigdemont e gli altri, con la loro elezione al Parlamento Europeo, avevano di conseguenza ottenuto l’immunità derivante da quella carica, necessaria per proteggerli dalle richieste di estradizione che il Tribunale supremo spagnolo avanzava nei loro confronti.

Lo scontro si protrae per un anno, con la Spagna in pressing sull’UE per chiedere la revoca l’immunità da parlamentari europei ai tre europarlamentari catalani. Il 23 febbraio 2021, la Commissione giuridica parlamentare europea vota la richiesta di revoca dell’immunità del governo spagnolo. Risultato: 15 voti a favore, 8 contrari e 2 astenuti.

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Perché i tre leader catalani sono stati nel mirino del governo spagnolo? Per quale motivo è stata richiesta la revoca della loro immunità, successivamente accolta? La ragione, che ha spinto il governo centrale iberico a perseverare nelle sue azioni contro Puigdemont e gli altri, consiste nell’accusa di sedizione ed uso improprio di fondi pubblici, cioè di aver messo in atto un tentativo di rovesciare i poteri dello stato, di rivolta, sommossa, sollevamento contro l’ordine costituito e di aver utilizzato a questo scopo le casse della Catalogna.

Senza scendere troppo nei particolarismi, l’accusa si edifica però su concetti molto opinabili. In primo luogo, i tre europarlamentari catalani erano rappresentanti regolarmente eletti dalla Catalogna, inoltre la Generalitat de Catalunya, presieduta da Carles Puigdemont e fautrice del referendum, era un organo legittimamente istituzionale. Infine, a “smontare” le accuse lacunose del governo spagnolo, ci sono le violenze perpetrate dalla polizia statale spagnola contro chi si accingeva a votare per il referendum e contro gli indipendentisti stessi.

La revoca dell’immunità e la libertà traballante

Siamo tornati al 9 marzo 2021. Il Parlamento Europeo ha tolto l’immunità a Puigdemont, Comín e Ponsatí. Ciò significa che riprenderanno i procedimenti giudiziari riguardanti la richiesta di estradizione dei tre da parte del governo iberico. A decidere sull’estradizione di Puigdemont e Comín saranno i tribunali belgi, mentre su quella di Ponsatí saranno i tribunali britannici, in base al paese di residenza dei tre europarlamentari.

La decisione, duro colpo al concetto stesso di libertà e immunità, è stata così motivata dagli organi UE: gli eventi presi in causa hanno avuto luogo prima che Puigdemont, Comín e Ponsatí fossero eletti al Parlamento europeo. Ciò significa che l’immunità non può essere applicata, in quanto essa è legata solo ad eventi ed attività di un parlamentare europeo.

Eviscerata la storia di Puigdemont e gli altri MEP della Catalogna, lo svolgersi dei fatti ci consegna chiavi di lettura e riflessioni assai utili. Innanzitutto questa sentenza si può considerare uno “scarica barile”, per usare un gergo poco tecnico ma che centra perfettamente il bersaglio, da parte dell’UE verso il governo spagnolo e gli spagnoli e catalani stessi. Non lo è tanto perché l’UE lascia alla nazione interessata l’ultima parola, bensì perché è ovvio che in questo modo tramontano quasi definitivamente le speranze indipendentiste catalane, avversata senza appello dalle autorità di Madrid.

La Catalogna, e con essa Carles Puigdemont, vedono sbriciolarsi davanti a loro stessi il muro democratico e che accetta le differenze culturali, antropologiche e storiche, con conseguente diritto all’autodeterminazione, innalzato dall’UE. La stessa UE, che si è fatta sempre portatrice di democrazia, equilibrio, ascolto ed unione. La sensazione è che, le istituzioni europee siano logorate dall’interno, e in balia degli interessi nazionali.

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Un ulteriore spunto di riflessione può e deve riguardare il concetto di immunità inteso come libertà di voto, di opinione e personale. E’ paradossale ed assurdo come in una delle democrazie maggiormente riconosciute in Europa e nel mondo si debba raccontare la storia dell’indipendenza della Catalogna mai avvenuta e dei suoi tre maggiori leader gettati nelle fauci dell’ovvio pugno di ferro giuridico spagnolo.

Uno scontro senza vincitori ma sicuramente con molti sconfitti, come la libertà di voto e la libertà d’opinione. La più semplicista somma di tutta la vicenda: un’intera comunità che con il 90% e più dei suffragi si avviava verso l’indipendenza, certificata dal più democratico dei mezzi, ovverosia il voto, bloccata e violentata in maniera anche violenta dallo Stato.

Dunque, dov’è situata la linea sottilissima e malleabile della democrazia, intesa come libertà, intesa come volontà del cittadino votante? Per quale motivo, lo Stato spagnolo, ha soffocato tutti questi concetti, con metodi violenti? Ed ancora, per quale motivo, l’UE non ha dimostrato di essere davvero quello spazio geopolitico dove la democrazia regna davvero sovrana?

E’ un dato di fatto che la Spagna abbia dimostrato di nascondere dietro alla sua facciata di idilliaca democrazia tantissime ombre. Processi, condanne e pene durissime, violenze repressive della polizia, una caccia alle streghe oltre confine. Non è un dato di fatto che i tre leader catalani siano dalla parte del giusto, ma lo è che stiano perseverando sulla strada della democrazia, della libertà di opinione e voto. Ora si troveranno in una situazione di conclamata difficoltà, con i loro partiti che risultano sempre molto votati nelle urne ma con la Catalogna ancora incatenata alla Spagna, che nasconde dentro di sé tanto malessere e poca democrazia.

Riccardo Seghizzi

Greenpeace

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