Regionalismo differenziato, Futuro Prossimo

Futuro Prossimo è un laboratorio politico, nato a Napoli dopo le scorse elezioni politiche, con l’obiettivo di provare a costruire un’elaborazione politica ed una visione complessiva dell’attuale complessità del sistema in cui viviamo; sguardi nuovi per un mondo che cambia, ci siamo detti, per affrontare le contraddizioni di una globalizzazione che ha portato all’esasperazione delle disuguaglianze e alla diminuzione degli spazi di democrazia. Abbiamo scelto di rendere la battaglia contro il regionalismo differenziato una nostra bandiera. Per questo, abbiamo scritto e stiamo diffondendo l’appello che segue:

In questi ultimi mesi nessuno, eccezion fatta per la CGIL, alcuni intellettuali e pochi politici (in gran parte meridionali), ha posto al centro della propria agenda politica il contrasto al disegno di regionalismo differenziato portato avanti dal Governo.

Si deve affermare in maniera risoluta, invece, che il regionalismo differenziato non rappresenta l’applicazione del concetto di autonomia previsto e garantito dagli articoli 5, 116, 117 e 119 della Costituzione, bensì la pietra tombale sull’idea di unità nazionale e sui principi fondamentali del nostro ordinamento.

Il comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione prevede che, con legge ordinaria, si possa attribuire alla Regione che ne faccia richiesta “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, allorché la stessa, sentiti gli enti locali e nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119, ne faccia richiesta. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti sulla base di una intesa fra lo Stato e la Regione interessata.

Il procedimento prescritto dalla Costituzione, di fatto, è stato violato. Il 28 febbraio 2018, Gianclaudio Bressa, sottosegretario di Stato del governo Gentiloni, ha concluso con ciascuna Regione una pre-intesa: i documenti prevedevano che le intese avrebbero avuto una durata decennale e che quanto previsto da queste potesse essere modificato con un mero accordo tra Stato e Regione. Dopo le elezioni, il nuovo Governo ha delegato il ministro Stefani a redigere delle bozze di intesa con le Regioni interessate. Tali intese dovranno poi essere sottoposte al voto del Parlamento unicamente per la approvazione, senza che alcun emendamento possa essere proposto. È in questo modo che è stato calpestato l’articolo 116 della Costituzione.

Il problema non è solo procedurale o formale. Ad essere violati saranno anche i principi fondamentali che, sanciti nella nostra carta costituzionale, sorreggono la nostra convivenza e l’azione del nostro Stato.

Innanzitutto, a essere calpestato è il principio della pari dignità e delle medesime opportunità sancito dall’articolo 3 della Costituzione: come potrà essere garantito se viene anteposta all’uguaglianza la ricchezza di una determinata Regione a scapito di altre? Per esempio, il sistema sanitario e quello scolastico, entrambi già in grave affanno, ne risulterebbero completamente stravolti. Solo perché nati in una Regione dal basso reddito pro-capite, donne, uomini e soprattutto bambini non avranno le stesse opportunità di studiare e curarsi dei loro concittadini veneti, lombardi o emiliani.

Le regioni meridionali scontano un’arretratezza dovuta alla mancanza di vere politiche di crescita e di sviluppo, spesso sostituite, nella storia repubblicana, da interventi di natura assistenzialistica. Se poi i migliori cervelli sono costretti ad emigrare per realizzare i propri sogni (portando il loro intelletto e il loro talento altrove), se manca una politica industriale ormai da decenni, se le infrastrutture, quando sono state realizzate, sono carenti (Napoli e Bari sono ancora collegate solo da trasporti su gomma; l’alternativa è circumnavigare la Calabria e la Puglia), se la banda larga è disponibile solo nelle grandi città, l’autonomia differenziata è allora il colpo di grazia che verrà inferto al futuro del Sud.

Il problema, però, non riguarda soltanto il Mezzogiorno. L’autonomia punta a far sì che ogni Regione finanzi determinati servizi con le proprie entrate. Tanti cittadini, anche delle regioni centro-settentrionali, saranno in questo modo resi cittadini di serie B. Smantellando la centralità dello Stato, nessun livello minimo sarà più realmente garantito, e a pagarne le spese sarà, come sempre, chi ha difficoltà ad arrivare a fine mese e non può rivolgersi all’offerta del settore privato.

Il ricco che andava dal medico privato continuerà ad andare dal medico privato. Al povero non resteranno che file sempre più lunghe e servizi sempre più ridotti. E i poveri di una Regione povera ne risentiranno maggiormente. Oltre che una secessione dei ricchi, è una marginalizzazione di chi è in difficoltà.

Il regionalismo differenziato è dunque una questione di giustizia sociale, non di territorialità. Per questo, come Futuro Prossimo, invitiamo tutte le realtà, dalle associazioni ai partiti, a far fronte comune per combattere il disegno eversivo di chi vuole un’Italia divisa e iniqua.

Futuro Prossimo

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