The Last Of Us Part II
The Last Of Us Part II. Fonte: gameplus.it

The Last Of Us Part II, sequel di uno dei videogiochi più amati della scorsa generazione e molto atteso da milioni di giocatori, si è confermato la perla del gaming che tutti si aspettavano, ma non come si aspettavano. Stavolta, ribadendo il talento e il gusto per le sfide, i premiati sviluppatori di Naughty Dog hanno perfezionato e rifondato l’infrastruttura narrativa dei videogiochi con intuizioni di game design rivoluzionarie. Le ambiziose scelte narrative hanno tuttavia innescato un’inconsueta e tortuosa spirale di critiche da parte del pubblico: sincere incomprensioni, ma anche polemiche pretestuose, fenomeni di hate speech, e addirittura possibili sabotaggi.

No, non si tratta di un’esagerazione: The Last Of Us Part II è un vero e proprio caso mediatico, politico e culturale, che descrive alla perfezione la parabola dell’impegno civile e sociale dell’arte.

Ciò che resta di noi: un videogioco, e non solo

Potenziando la rappresentazione di storie e personaggi in modo impressionante, il canovaccio di The Last Of Us Part II muove dagli eventi del primo capitolo: l’epidemia da Cordyceps, ossia una spora fungina ad alta trasmissibilità che prende il controllo del cervello (ebbene sì, in scala ridotta esiste davvero), ha improvvisamente sconquassato e deflagrato la società umana, culminando in una degenerazione materiale e morale quasi totale. Ciò che resiste degli Stati Uniti è relegato alle zone di quarantena governate con il pugno duro della dittatura militare, mentre al di fuori di questi spazi claustrofobici, infetti imprevedibili e aggressive bande di predoni martoriano i pochi sopravvissuti. La sopravvivenza è, appunto, “ciò che resta di noi”, almeno apparentemente.

I grandi ideali, come la salvezza della specie, un vaccino per la pandemia o la ricostruzione della società partendo dai suoi assunti ideologici e valoriali, si riferiscono ad una teleologia che non coglie l’immensità dell’esistenza delle singole vite. È proprio l’intimità della felicità individuale, faticosamente costruita tramite i rapporti affettivi che si intessono e diventano centrali anche e soprattutto in tempi tanto oscuri, ad esprimere la resilienza e l’essenza dell’umanità. Questa presa di posizione filosofico-valoriale di matrice russeliana approfondisce in modo inedito le tematiche post-apocalittiche, viene messa in scena con straordinario impatto nel primo capitolo, ed è premessa necessaria per proiettarsi nella poetica narrativa del secondo The Last Of Us.

Ellie. Fonte: wired.it

Gli scrittori sono partiti proprio dalla centralità del rapporto paterno-filiare degli amatissimi Joel e Ellie sviluppato nel corso del primo episodio, che porta tutto il peso della stridente contrapposizione filosofica tracciata poc’anzi, per ribadire questi concetti ma espanderli con potenza emotiva e coraggio. Ad occupare il centro della narrazione sono infatti un dolore lancinante e logorante dovuto alla perdita improvvisa e brutale di quel legame-cardine, l’esercizio della violenza per riaffermarne la potenza e l’insostituibilità, e i risvolti etici, morali ed esistenziali che ne scaturiscono. Di conseguenza l’irriducibilità delle individualità affettive si risolve nel tenere conto, im modo accorto e accorato, dei diversi punti di vista: quello della protagonista Ellie, sfigurata dai sentimenti di vendetta, oppure di Abby, insieme oggetto del furore omicida della protagonista e soggetto (gamepad alla mano) del racconto, ma addirittura i soldati nemici e i cani che si incontreranno lungo il tortuoso ed incalzante percorso di gioco. I protagonisti di The Last Of Us Part II non sono semplicemente eroi tragici dai ruoli definiti, bensì sopravvissuti che hanno condensato negli affetti il proprio senso di umanità, messo alla prova nelle vicende narrate, tra cinismo ed efferatezza hobbesiani e flebili barlumi di idealismo, fino alla spannung finale.

Sono esseri umani. E non è poco. Esseri umani delle cui contraddizioni insanabili dovremmo appropriarci. E sarebbe difficile non farlo: la recitazione, resa attraverso avanzate tecniche di motion capture e un comparto animazioni foto-realistico, mai come in questo caso riesce a dare carne e volto a storie tanto dense. The Last Of Us Part II valica le barriere tra videogioco e cinema? No, non ce n’è bisogno. Il medium videoludico ha la medesima dignità artistica del grande schermo, che esprime con linguaggi differenti: l’interattività, l’immersività, la regia frammentata, il coinvolgimento diretto, la personalizzazione. Un codice narrativo che con il titolo Naughty Dog raggiunge la piena e inedita maturità, e che forse per questo motivo non è stato facilmente metabolizzato da molti videogiocatori, che hanno avversato alcune scelte narrative, in special modo i colpi di scena iniziali che hanno diviso i fan per il loro impatto. Probabilmente per questo motivo le polemiche non hanno tardato a manifestarsi. Ma c’è dell’altro.

The Last Of Us Part II e l’egemonia culturale

Il manifesto narrativo “multifocale” di The Last Of Us Part II si è tradotto in un notevole caleidoscopio di diversità umana, impreziosito da personaggi femminili titanici nell’animo e nel fisico, rappresentazioni verosimili dell’omosessualità, dell’omogenitorialità e della transessualità, nonché di minoranze etniche e religiose, mai pretenziose, forzate o pedagogiche. Cosa potrebbe mai andare storto nel contesto di una società attraversata dai sovranismi identitari, nella quale le battaglie per l’egemonia culturale si combattono ovunque e senza soluzione di continuità?

Il trailer E3-2018 del videogioco mostrava un appassionato bacio saffico tra Ellie e Dina, che anticipa una relazione sentimentale sviluppata all’interno del titolo, a dimostrazione della sensibilità degli sviluppatori verso le tematiche LGBT+ e della volontà di ricomprendere la diversità sessuale (e non solo) nella narrazione. Questo ha naturalmente suscitato scalpore nella destra religiosa americana, che tramite personaggi influenti, referenti politici e “lupi solitari” si è fin da allora espressa per un boicottaggio del videogioco, bollato come un “attacco alla cristianità e all’occidente”.

A solo un mese dal lancio, il copione completo della trama del videogioco ha preso a circolare sul web: inizialmente si era pensato ad un leak partito da un vendicativo dipendente licenziato, ma questa ipotesi è stata direttamente smentita dalla stessa Sony. Non è ancora possibile ricostruire la vicenda ed esprimere la fondatezza di responsabilità che pure si vogliono lasciare velatamente intendere. Tuttavia le reazioni scomposte dei videogiocatori, precedenti o contestuali all’uscita sugli scaffali della community hanno corrisposto gli auspici della destra alternativa. In contrasto con le reazioni entusiastiche del giornalismo specializzato, The Last Of Us Part II ha subito un pesante review-bombing dei lettori su Metacritic, principale aggregatore della critica videoludica, per comprometterne l’immagine: oltre diecimila recensioni negative in pochi giorni. Ovunque, dai blog ai canali YouTube, fino alle sezioni commenti delle principali testate giornalistiche del settore, una parte degli utenti si è espressa con giudizi negativi sferzanti e categorici, pur nell’inverosimiglianza delle tempistiche, inneggiando al boicottaggio e svelando parti della trama trapelate in anticipo, con tanto di#boycottTheLastofUs. Una miriade di commenti di odio sui social network hanno raggiunto gli sviluppatori, gli scrittori Neil Druckmann e Halley Gross, e l’interprete di Abby, l’attrice Laura Bailey: improperi di ogni genere, insulti sessisti e addirittura minacce di morte.

Abby. Fonte: tomshw.it

Proprio il personaggio di Abby meriterebbe un capitolo a sé stante (spoiler): una donna determinata, attraversata da una vasta gamma di sentimenti complessi. Una combattente dotata di braccia muscolose e dall’acconciatura alla Greta Thunberg che brutalizza e uccide il protagonista del primo capitolo. Un essere umano, appunto, sfaccettato, di cui ci troveremo a vivere le esperienze in prima persona, per coglierne le contraddizioni e smussare il nostro astio nei suoi confronti. L’effetto sortito è stato spesso quello contrario, ma non tanto per manifesta incapacità del focus narrativo, quanto piuttosto per la rappresentazione della femminilità sui generis nel personaggio.

Deve far riflettere quanto le velenose considerazioni critiche si riferiscano appunto alle tematiche politiche e mai al videogioco in sé, additato di avvallare il femminismo militante, l’agenda LGBT, valori anti-religiosi e la mortificazione del maschio bianco eterosessuale. Attacchi di un’utenza che si preferisce pensare manipolata da un complotto di troll di estrema destra, piuttosto che sinceramente animata da sentimenti così beceri e primitivi. Eppure, chiunque essi siano, hanno già perso: The Last Of Us Part II si è finora dimostrato più forte di qualsiasi tentativo di sabotaggio politico, ed è stato un importante successo commerciale secondo i dati di vendita. Ma soprattutto si tratta di un’opera che lascia un segno indelebile nella cultura videoludica, nell’intimità del videogiocatore e anche nella lotta, più che mai attuale, per una società dei diritti.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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