Le conseguenze dello
Fonte immagine: Wikimedia Commons

A circa due settimane da un evento, a suo modo, storico e importante quale il tentativo di golpe portato avanti dal “cuoco” di Putin, il capo dei mercenari del gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin, sono ancora tanti i dubbi da sciogliere circa i suoi reali obiettivi e, ovviamente, i suoi risultati effettivi. I fatti dicono che, a distanza di alcune ore dalla “marcia della giustizia” del mercenario, il Presidente abbia prima deciso di punire i “traditori” per poi contrattare una sorta di resa senza colpo ferire. Il cuoco è finito in Bielorussia, alla corte dell’unico vero alleato del Cremlino, il Presidente Lukashenko. Secondo alcune fonti invece si troverebbe a San Pietroburgo: una soluzione inusuale per un Presidente che ha rischiato di essere “deposto” e la cui autorità è stata ridimensionata da una marcia che non è stato capace di fermare se non grazie ad una mediazione di un suo “sottoposto”.

Come tutti gli eventi “imprevisti”, anche questo intacca in modo più o meno serio l’autorevolezza di un leader che sembrava avere saldamente in mano le chiavi del potere russo. Un sistema di potere, quello di Vladimir Putin, che ha mostrato tutte le sue fragilità. Dalle forze armate che non hanno fatto nulla per arginare la presa di due centri strategici come Rostov e Voronez, alla folla che salutava commossa le truppe di Wagner una volta finiti i giochi. Inoltre, un aspetto importante, che in pochi hanno colto, riguarda proprio il consenso personale del Presidente, il quale dopo mesi è tornato a mostrarsi in pubblico per ricucire un rapporto che lui stesso ha sentito essere stato messo in discussione.

Wagner: un golpe senza futuro

La Wagner, da tempo ormai, è il fiore all’occhiello dell’esercito russo. Impiegati all’estero per difendere gli interessi del Cremlino, Putin ha sempre negato ogni tipo di legame tra i mercenari e il suo governo. Tutto questo fino alla guerra in Ucraina: i numerosi insuccessi delle forze regolari sul campo hanno portato allo scoperto le imprescindibili abilità militari del gruppo Wagner, il cui contributo alla causa della cosiddetta “operazione speciale” in Ucraina è stato determinante per conseguire i pochi successi russi sul campo, come a Soledar e a Bakhmut.

Ovviamente, tutto ciò non è passato inosservato. L’opinione pubblica ha cominciato a osannare le capacità militari e l’eroismo della brigata di Prigozhin, il tutto condito con una spolverata di immancabile propaganda che ha alimentato il mito dell’invincibilità russa. Chiaramente tutto ciò non è stato accolto con favore dai vertici delle forze armate dell’esercito regolare le quali, nonostante la situazione sul campo fosse molto difficile, hanno comunque deciso di ostacolare l’avanzata mediatica dei mercenari. Dalle forniture militari che tardavano ad arrivare all’assenza di munizioni e viveri, passando per gli attacchi personali sui media di regime: l’origine delle tensioni tra Prigozhin, il ministro Shoigu e il capo delle forze armate russe Gerasimov sta tutta qui, nella rivalità personale.

I due militari, però, evidentemente e inaspettatamente, godevano di una fiducia da parte di Putin ben superiore rispetto al credito che il cuoco poteva vantare presso il Cremlino, tanto che lo stesso Presidente ha deciso di dare seguito al decreto che ha imposto il transito di tutte le organizzazioni militari private (Wagner compresa) nelle forze armate regolari russe. Si tratta della celeberrima goccia che ha fatto traboccare il vaso: in quel momento Prigozhin ha deciso di giocare le sue carte. Una marcia della giustizia, la quale avrebbe dovuto far cambiare idea a Putin e alla Difesa.

La sera del 23 giugno, Prigozhin ha deciso di aprire le danze accusando il ministro della Difesa di aver ordinato un attacco aereo contro un accampamento della Wagner, provocando alcuni morti tra i mercenari. I fatti dicono che non ci siano gli elementi sufficienti per confermare l’attacco, ma è molto probabile che il cuoco se lo sia inventato con un fine ben preciso: rafforzare la fedeltà dei suoi uomini e mobilitarli contro l’apparato militare governativo. D’altronde, Prigozhin stava per chiedere loro di marciare sul Cremlino, un punto di non ritorno per migliaia di loro.

La marcia della giustizia non ha incontrato molte resistenze. A Rostov, Prigozhin ha preso senza colpo ferire gli acquartieramenti del ministero della Difesa. La folla li ha accolti come degli eroi e ha salutato con affetto una colonna di 5mila uomini partita in direzione di Mosca. Nonostante gli unici sporadici combattimenti tra l’esercito regolare e la Wagner abbiano visto trionfare gli uomini del cuoco, c’è da dire che una colonna di poche migliaia di uomini non avrebbe mai potuto prendere una città di 12 milioni di abitanti e che si estende su una superficie immensa. Inoltre, le condizioni logistiche e infrastrutturali non avrebbero mai favorito dei combattimenti prolungati. Alla Wagner mancava sostanzialmente tutto per sostenere uno scontro alla pari: dai mezzi pesanti ai viveri. D’altro canto, è pur vero che i mercenari avrebbero venduto cara la pelle, provocando molte perdite tra i regolari.

Putin e Prigozhin: il sistema di potere si incrina

Quella di Prigozhin rappresenta una sfida diretta contro il sistema di potere costruito da Putin nel corso degli anni. Shoigu e Gerasimov sono due generali scelti dal leader del Cremlino e che godono della sua massima fiducia. Discuterli, significa discutere direttamente gli ordini del Presidente. L’episodio, seppur non abbia prodotto degli effetti tangibili, solleva comunque delle domande sulla stabilità del fronte interno russo.

Difficile dire se da questo episodio Putin ne esca veramente indebolito. Il suo potere è personale e chiuso, ma gli insuccessi sul campo hanno il loro peso. Prigozhin ha preso senza colpo ferire Rostov sul Don, centro logistico dell’esercito regolare, dunque senza una resistenza armata dello Stato. Si tratta di un successo che fa riflettere, complice anche l’appoggio popolare dimostrato da centinaia di sostenitori mentre le truppe della Wagner lasciavano la città. Il consenso verso il leader della Wagner non è un elemento da sottovalutare e pone diversi interrogativi su quanto l’opinione pubblica sia realmente dalla parte dell’autocrate. Prigozhin, nel corso del tempo, ha smontato e smentito la narrazione ufficiale dietro il conflitto ucraino, andando contro la propaganda di regime e mettendo in discussione il ruolo e le responsabilità dei vertici dell’esercito e del Cremlino.

Inoltre, l’esercito non ha reagito. E in un regime poliziesco come quello di Putin questo potrebbe rappresentare un grosso problema. Senza il monopolio della forza, come può un autocrate imporre le sue decisioni? La situazione è sicuramente più complessa e tocca aspetti che esulano dall’analisi del singolo episodio – ad esempio l’opportunità di affidarsi completamente a compagnie mercenarie che rispondono a soggetti esterni rispetto al cerchio magico del leader.

Tuttavia, la situazione sembrerebbe essersi ristabilita. Wagner appare ridimensionata, il capo è in esilio e la guerra in Ucraina continua. Ma senza la compagnia mercenaria la potenza di fuoco dell’esercito russo si riduce notevolmente. E questa non può che essere una cattiva notizia per un Putin, il quale si gioca la sua permanenza al potere in una guerra che si sta rivelando ben più difficile del previsto.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è che Prigozhin non può aver fatto tutto da solo. O meglio, non avrebbe mai potuto decidere di sfidare così platealmente il potere del Cremlino senza avere le spalle coperte. A testimonianza di ciò si potrebbe citare il caso del generale Surovikin, il quale inizialmente fu uno dei pochi a chiedere a Prigozhin di interrompere la sua marcia. Si è scoperto poi essere un membro della Wagner e per questo motivo è stato allontanato dall’esercito. Tale epilogo confermerebbe l’ipotesi della lotta di potere all’interno dell’establishment russo e delle rivalità tra i vari signori della guerra della corte di Vladimir Putin.

Infine c’è la reazione del Presidente stesso. La mattina del golpe il leader del Cremlino ha tenuto un discorso alla nazione in cui ha dapprima ricordato i fatti successivi al 1917, un riferimento storico chiaro, avente l’obiettivo di colpire la sensibilità dei russi ma che, al contempo, ha anche sottolineato come tutti i suoi timori fossero rivolti verso lo scoppio di una guerra civile. Un passaggio che ha legittimato indirettamente l’ammutinato, dando ulteriore peso politico alle rivendicazioni di Prigozhin.

Indubbiamente, lo scontro con la Wagner è stato un duro colpo per Putin. La sua reputazione, di uomo forte e capace di tenere tutto sotto controllo, ne esce ovviamente compromessa. Dopo le gravi carenze delle forze armate russe, ora si sollevano molti dubbi anche sull’efficacia e sulla tenuta degli apparati di sicurezza interna. La minaccia era seria, come dimostrano le fortificazioni e le trincee montate in fretta e in furia in previsione dell’arrivo di Prigozhin a Mosca. E come pure dimostra la presa di Rostov e Voronezh.

Seppur il destino del cuoco resti ignoto, l’evidenza racconta un’altra storia: Putin è stato costretto a scendere a patti con un suo subordinato, dimostrando di essere ricattabile (e l’incontro segreto ne è un’altra conferma). Una manifestazione di estrema debolezza che potrebbe funzionare da incoraggiamento per coloro che nutrono una qualche ambizione verso il Cremlino, compresi gli uomini della sua cerchia, cioè coloro che più di tutti sono consci del suo momento sfavorevole e della sua incapacità di gestire le crisi interne.

Donatello D’Andrea

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