«Eddington»: un neo-western tra le morbosità del tardo capitalismo
Ari Aster - Eddington (SINephile)

Eddington è il quarto lungometraggio del trentanovenne regista statunitense Ari Aster, succedaneo alla sua perturbante dark comedy dal titolo Beau ha paura del 2023. Il film è stato presentato in anteprima il 16 maggio 2025 alla 78esima edizione del Festival di Cannes con un cast strabiliante composto da Joaquin Phoenix, Emma Stone, Pedro Pascal, Deirdre O’Connell e Austin Butler. Prodotto dall’immancabile casa di produzione cinematografica indipendente A24, il budget investito per la realizzazione del film ammonta a circa 25 milioni di dollari per una durata complessiva di due ore e venticinque minuti. Eddington è una terra di frontiera immaginaria ai margini di una riserva di nativi americani, una ghost town situata in uno spettrale deserto statunitense del New Mexico che da Far West geografico si tramuta cruentemente in un Far West cognitivo. Ari Aster, pertanto, dà vita a un neo-western che scandaglia gli abissi e le storture della contemporanea società statunitense – gravata dalla pandemia da covid-19 – totalmente capitalistizzata e dilaniata dalla saturazione digitale, da un alienante solipsismo, dall’ansia sociale e dalla violenza reazionaria.

Ari Aster, infatti, nel mettere in scena una irrefrenabile spirale di deflagrazione d’ogni certezza disarticola gli stilemi del genere western sia ibridandoli con l’elevated horror, lo splatter e con una marcata estetica videoludica, sia decostruendone i valori fondativi e i cliché frutto del feroce colonialismo yankee. In questo modo il regista newyorkese adopera il genere cinematografico più mitizzato e più identitario per la nazionalista cultura statunitense al fine di disvelare proprio la natura morbosa, predatoria, xenofobica e genocidaria che contrassegna quella stessa società che l’ha prodotto e diffuso orgogliosamente in tutto il mondo nel solco dell’american way of life.

Eddington è un’opera tragico-politica, solo apparentemente satirica, dalle sfumature nichilistiche che non fa che accentuare le fratture individuali e collettive che implacabilmente denuncia. L’orrore s’annida in una onnipervasiva polarizzazione auto-telica che relativizza e appiattisce ogni orizzonte di senso ormai smarrito, facendo emergere così un caos informe che, con la sua inarrestabile forza centrifuga, alimenta uno scontro fra marcescenti immaginari, solo superficialmente antitetici, costituiti sostanzialmente da nevrosi e da paranoie. Polarizzazioni opinionistiche che irrimediabilmente sfociano nel grottesco – riflesso di una realtà quotidiana che ha ormai fagocitato persino la finzione cinematografica – e fanno sì che gli strumentalizzati abitanti della cittadina si ritrovino gli uni contro le altre, in un crescendo di angosce e di bramosie personali connaturate alla società capitalistica e prodromiche a una permanente e insanabile crisi generale. Un tessuto sociale polverizzato in un’infinità di monadi avvelenate incapaci di comunicare sulla traccia del glorificato sogno americano che, invero, si mostra per quello che è sempre stato: un incubo infernale a occhi aperti.

Il 2020 diviene uno spartiacque epocale e una magmatica rappresentazione dell’intensificarsi di tutte le contraddizioni sistemiche di un putrescente tardo capitalismo: complottismo, post-verità, suprematismo bianco, razzismo, violenze eteropatriarcali, sciovinismo, bellicismo, attivismo performativo, necro-politiche genocidarie, surriscaldamento globale, sfruttamento, estrattivismo, oligarchismo tecnocratico, atomizzazione sociale, schiavitù algoritmica e individualismo sfrenato. Perciò in Eddington il regista non dà spazio a nessuna forma consolatoria, moralistica o pedagogica; fa soltanto collidere violentemente, attraverso una tensione dirompente, le inconciliabili e molteplici linee esistenziali e narrative mostrandone brutalmente le infauste conseguenze. Al netto della possibilità di elaborare il trauma della pandemia, a distanza di cinque anni, nella sua multidimensionale indecifrabilità e nella sua gravosa eredità socio-emotiva e storico-politica, il film di Aster incarna lo spietato testamento di un’archetipica società occidentale ingovernabile e abominevole, dove l’unica verità riconosciuta e condivisa è la paura.

La dimensione spaziale e concettuale in cui si dipana Eddington rende tangibile il lampante paradosso percettivo di cui il capitalismo insaziabilmente si nutre: una totalizzante realtà a-storica e al contempo pan-storica, tesa a istituire una surrettizia compatibilità tra scelta individuale e assoggettamento socio-politico conformemente a un soggetto post-moderno indotto ad accettare qualsiasi forma di tirannia politica e d’autoritarismo proprio perché rapito e assuefatto in una sfera di scelta e soddisfacimento del bisogno che scambia costantemente per libertà. Ciò si espleta in una a-temporalità proteiforme, spersonalizzante e consumistica dove apparentemente tutto è puro evento e nulla realmente si compie. Un labirinto privo d’entrata e d’uscita, condizione di una realtà integralmente pandemica che contagia non solo le corporeità ma finanche la psiche collettiva.

Ari Aster nel suo film dimostra che il virus è solamente il sintomo di un male più radicale: quello della disgregazione sociale, della perdita di senso, dell’angoscia esistenziale trasformata in linguaggio comune. Analogamente ai marginalizzati cugini Gatz presenti in Bugonia, la recente pellicola del regista greco Yorgos Lanthimos, che agiscono in subalternità a teorie perlopiù basate sull’inverificabilità, seppur mossi da legittimi malesseri. In Eddington l’individuo viene catapultato in un turbinio illogico tra anomia e soggettivismo da cui scaturiscono artifici teorici e congetture deliranti che necessariamente colmano il vuoto esistenziale di un soggetto post-moderno simbolicamente e politicamente castrato, preservandolo così dal trauma del non-senso di una realtà capitalistica nullificante e rendendolo a ogni costo produttivo per lo stesso sistema reificante che crede di combattere o che difende strenuamente.

Riprendendo il filosofo Slavoj Žižek: «l’ideologia non nasconde o distorce una realtà soggiacente (natura umana, interessi sociali, ecc.), ma piuttosto è la realtà stessa che non può essere riprodotta senza mistificazione ideologica. Ciò che l’ideologia fornisce è la costruzione simbolica della realtà – la fantasy estrema – come un modo per sfuggire ai traumatici effetti del Reale». In tal senso, il trionfo totalizzante del capitale è tanto più radicale in quanto crea una percezione normalizzata degli eventi, una percezione che non si presenta con i tratti ideologici d’una determinata ragione socio-economica, bensì come la natura stessa del mondo, come l’essenza immutabile dell’umanità.

In definitiva, nell’attuale impossibilità d’immaginare e di dialettizzare collettivamente un’alternativa radicale in antitesi allo stato di cose presente, l’opera di Ari Aster incarna fedelmente e atrocemente le parole di Antonio Gramsci: «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».

Eddington
Aster
Ari Aster al Festival di Cannes, 2025 (Wikimedia Commons)

Eddington: nel ventre della disumanizzante macchina capitalista

Ari Aster in Eddington realizza un microcosmo disfunzionale e paradigmatico nell’inglobare uno stridente malessere collettivo, dove tutti i personaggi sono vittime di una oscura astuzia della ragione, predestinati allo sfacelo, marionette manipolate da qualcosa d’impersonale. Però nel caso specifico l’orrore non deriva da demoni o da culti pagani – come nei suoi precedenti film Hereditary e Midsommar – bensì da una nazione barbarica allo sbando che fomenta tribalismo, disuguaglianze e repressione, totalmente in preda a una paranoia strisciante e a una dilagante frustrazione rabbiosa. Gli Stati Uniti non come famigerata terra delle opportunità, ma come irriducibile scisma di moltitudini di solitudini in cui non si salva nessuna e nessuno, dal momento in cui manca una forza contro-egemonica che renda tangibile collettivizzare le esistenze e, quindi, socializzare i desideri e i disagi.

Il regista newyorkese nella sua pellicola fa convergere tutti i macro-eventi che hanno caratterizzato il 2020: i primi mesi di lockdown, l’assassinio di George Floyd, la nascita del movimento Black Lives Matter, l’apice del Me Too con la condanna penale dello stupratore Harvey Weinstein, il primo processo di impeachment del pedofilo violentatore Donald J. Trump, i riot in tutte le cittadine degli USA, l’impennata di QAnon e di altri gruppi fascio-cospirazionisti. Ambientato, per l’appunto, nel maggio 2020 in un’anonima cittadina del New Mexico – dove aleggia il fantasmatico passato rimosso del genocidio perpetrato dai coloni bianchi ai danni dei nativi americani, in piena pandemia – Eddington è la miccia che fa detonare tutte le tensioni e le contraddizioni storico-sociali che attraversano l’Occidente, il nuovo terreno di una spettrale angoscia pestilenziale, non più interiore o mitologica, bensì storico-politica, terribilmente reale. Ed è a tal proposito che l’opera di Ari Aster ha un punto di contatto con il recente film della regista statunitense Kathryn Bigelow dal titolo A House of Dynamite: un paese roso dai conflitti interni, pronto a far esplodere una guerra totale, che del costruire e intravedere nemici ovunque ne fa la propria raison d’être e che getta gli individui subalterni in una condizione esistenziale vissuta, riprendendo un verso del poeta Percy Bysshe Shelley, alla «terribile ombra d’un invisibile potere».

In un contesto flagellato dalla pauperizzazione, dall’isolamento sociale, dall’iper-connessione digitale, dalla questione razziale e dall’aporofobia, tutti i personaggi del film smarriscono progressivamente la propria individualità per trasformarsi in semplici stereotipi, definiti non da ciò che credono d’essere ma dal categorizzante sguardo altrui mediato totalmente dai social network e dai mass media. Uno sguardo online/offline, gravato dall’impotenza di riconoscere l’altro al di là del filtro identitario e delle astrazioni feticizzate, che genera asfissianti pressioni sociali e contribuisce, di rimando, alla creazione di una vera e propria prigione d’incomunicabilità e ferocia collettiva. Ogni individuo, nelle sue multiple versioni di sé, si esprime caoticamente mediante dispositivi differenti, ascolta e idolatra oracoli di ogni tipo e coltiva fallaci e assuefacenti verità non negoziabili in preda a una schizofrenia algoritmica. Così la sfera pubblica si privatizza, il confronto diviene dileggio e sopraffazione e la violenza individualizzata, soprattutto armata, torna a essere l’argomentazione conclusiva. Con Eddington Aster non supera pertanto l’orrore, ma lo ricolloca e lo dilata geograficamente e linguisticamente nell’eco della stessa contemporaneità di un paese, di un’umanità che si fissa allo specchio e non si riconosce più per come credeva d’essere. Un crollo totale: il disfacimento e l’ignoto imperversano ovunque.

Non a caso il protagonista, lo sceriffo Joe Cross, interpretato da uno straordinario Joaquin Phoenix, personifica la vulnerabilità scomposta di un uomo senza qualità, paranoide e ossessivo, che vorrebbe essere granitico ma è, in realtà, vessato e travolto da irrefrenabili accelerazioni economico-culturali e tecnologiche. Ari Aster propone un tutore della legge che sembra ricalcare una figura fallimentare e depotenziata, analoga allo sceriffo Ed Tom Bell, interpretato da Tommy Lee Jones, nel capolavoro neo-western diretto dai fratelli Coen Non è un paese per vecchi. Joe Cross diviene così la variante impazzita dello sceriffo Bell; mentre quest’ultimo si è con disillusione passivizzato rispetto alla straripante violenza del mondo, il primo cerca maniacalmente di ristabilire il proprio ruolo e riaffermarsi tramite un atto di potenza che non farà che renderlo il catalizzatore e, allo stesso tempo, la vittima della barbarie.

Trasandato, maldestro, bigotto, complottista, razzista e misogino, è fedele a una visione del mondo conservatrice e reazionaria tesa a salvaguardare un fittizio ordine costituito. Ciò palesemente funge da meccanismo di difesa, come del resto per gran parte della popolazione occidentale. Segnatamente, nonostante sia asmatico e successivamente infetto, nega l’esistenza del virus e, di conseguenza, rigetta la disposizione sull’utilizzo obbligatorio dei dispositivi di protezione individuale mentre il sindaco Ted Garcia è determinato a far rispettare la normativa sanitaria nel tentativo di gestire una incontenibile paura collettiva, seppur, allo stesso tempo, stia creando i presupposti per un’irreversibile distruzione socio-ambientale e di quella stessa violenza di cui sarà inesorabilmente vittima anch’egli. Quindi Joe Cross schiacciato da una relazione amorosa disfunzionale con una moglie, Louise (Emma Stone), traumatizzata e dalle tendenze depressive – che successivamente s’innamorerà e fuggirà con una figura messianica rappresentata da Vernon (Austin Butler) –, dalla presenza intrusiva e manipolatoria della suocera, Dawn (Deirdre O’Connell), fervente cospirazionista, da uno strisciante senso d’inadeguatezza, dalle invischianti nevrosi societarie e dall’incapacità di comprendere la complessità che lo circonda, deraglia dal paradigma di tutela della legge verso il paradigma della perigliosa legge del più forte.

Difatti, da un opprimente clima di sospetto e di tensione si materializza l’impetuosa diatriba personale ed elettorale tra lo sceriffo locale e il sindaco in carica Ted Garcia, interpretato dal poliedrico Pedro Pascal; personaggio elitario e sornione, che ha abusato sessualmente di Louise in passato, oltre che politicamente ambiguo mediante il suo apparente progressismo sociale e tecnologico poiché, in verità, distante dalle concrete problematiche della comunità di riferimento e ben più focalizzato sul benessere personale e su quello dell’industria Big Tech. Infatti, sullo sfondo delle imminenti elezioni si stagliano le false promesse delle energivore corporation – grazie all’appoggio proprio del sindaco Garcia, nonostante le proteste, le sparatorie e gli omicidi, sta per essere edificato a Eddington un gargantuesco data center per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale dal nome evocativo SolidGoldMagikarp – che promettono un futuro eco-sostenibile e prosperoso per l’intera collettività, mentre, invece, potrebbero soltanto innescare un disastro ecologico di dimensioni apocalittiche pur di massimizzare i profitti.

Pertanto, il dibattito tra i due candidati si sviluppa attraverso una pericolosa escalation all’insegna di slogan e di atti autoritari e criminali, in un confronto politico locale riflesso delle reali conflittualità nazionali. Due opposti, complici in egual misura di efferatezze, che ipocritamente incarnano i rispettivi baluardi delle istanze contrapposte che investono la cittadina, dichiaratamente parte per il tutto degli Stati Uniti, in quanto laboratorio di decadenza socio-politica ed etico-morale dove non si vive più la storia ma le si sopravvive paranoicamente, abitandone le macerie mediante un esercizio di distruzione nichilistica e in quanto parossistica espressione putrescente e brutale della logica del capitale che tutto sussume in un processo d’autovalorizzazione. Infatti la componente chiave che struttura Eddington è costituita dalla contrapposizione duale di elementi – apparentemente – antitetici originati e fagocitati dalla medesima tentacolare e disumanizzante matrice capitalistica.

Una battaglia (persa) dopo l’altra tra estrattivismo e merdificazione

Eddington di Ari Aster fotografa un’epoca con una radicalità che il cinema statunitense raramente adopera e lo fa, in particolar modo, grazie allo splendido lavoro del direttore della fotografia franco-iraniano Darius Khondji che dà vita a uno sguardo oscillante tra il realismo documentaristico e l’allucinazione irriferibile proiettato verso una realtà in bilico tra l’isteria e l’apatia. Si concretizza così l’urgenza della raffigurazione di un presente per molti aspetti indecifrabile, a volte anche a scapito della forma stessa, che paradossalmente è il riflesso della medesima crisi che si tenta di descrivere. Un riflesso che mostra, in ogni suo raggio, un’umanità intrappolata, in balìa delle pulsionalità più retrive e mortifere in un sistema intrinsecamente annichilente e distruttivo, da cui ne scaturisce, pertanto, un’immagine cinematografica che collassa su se stessa, rilevatrice e, al contempo, vittima delle stridenti nevrosi contemporanee, d’una degenerazione ormai impossibile da edulcorare o, peggio, da ignorare.

In tutto ciò lo spazio visivo ancorato ai vastissimi paesaggi statunitensi diviene il luogo votato allo scontro e all’evasione in cui si proiettano le irrecusabili contraddizioni figlie del proprio tempo. In tal senso, Eddington di Ari Aster è una pellicola speculare al recente Una battaglia dopo l’altra del regista statunitense Paul Thomas Anderson. Mentre quest’ultimo manipola e irride i conflitti reali nell’ottica di celebrare il cinema mediante uno sguardo autoriale ben definito in grado di rivitalizzare la verità insita nelle immagini e cercando, così, di rinvenire la possibilità di una nascente speranza; Aster compie invece un’operazione antitetica nel mescere e contaminare i molteplici linguaggi cinematografici con i linguaggi di una realtà sociale frammentata in una pluralità di realtà omologate allo scopo di far risaltare le disumanizzazioni della società statunitense. Eminentemente ambedue le pellicole si dipanano sul vertiginoso crinale tra la compulsiva negazione del vero e la fideistica accettazione del falso. Dunque, in Una battaglia dopo l’altra la realtà si tramuta in una uniforme materia cinematografica, invece in Eddington la realtà e, di conseguenza, lo stesso cinema soccombono e vengono cannibalizzati da una incombente virtualità mediatizzata e mistificatoria. Non v’è catarsi alcuna in Eddington: ogni conflittualità permane nella sospensione, ogni potenziale azione risolutiva si dissipa nel rumore bianco di un terrore onnipresente in un territorio anestetizzato privo di futuro, confinato in un eterno e lacerante presente. La frontiera non più come luogo di conquista bensì come spazio di sempiterna frattura interiore ed esteriore.

Eddington
Aster
Paul Thomas Anderson (Wikimedia Commons)

Lo stesso Ari Aster s’esprime sulla comparazione tra la sua opera e quella di Paul Thomas Anderson: «Una battaglia dopo l’altra è un film più speranzoso, un action pieno di emozione. È come se Paul Thomas Anderson offrisse una prescrizione ai malanni degli Stati Uniti. Invece Eddington punta il dito sul problema, ma non dà una risposta, perché sembra impossibile elaborare una via d’uscita e preferisce lasciare gli spettatori su di un terreno meno solido».

Aster non cerca di rappresentare la pandemia ma di impersonarne la condizione e, conseguentemente, si limita a riprodurre le rovine, le distorsioni, a osservare il trauma non per decifrarlo bensì per farlo emergere e renderlo tangibile. Eddington nella sua smisuratezza e nella sua imperfezione rappresenta l’impossibilità di scovare una forma stabile nell’attuale caos del reale e ritrae, perciò, una terribile verità: la paura come collante e dissoluzione, come configurazione collettiva dell’esistenza. Ed è in questo suo slancio febbrile, forse icariano, che si sprigiona l’essenza prorompente del cinema: quella di non essere mai un riflesso narcotizzante e fedele della realtà circostante, ma la sua visione più perturbante.

Eddington è, quindi, un’opera cinematografica che funge da spartiacque perché capace di immortalare la vertigine d’una transizione storica barbarica e fascistizzante in cui tutto sordidamente si relativizza in un egoico circolo vizioso spettacolarizzante e desensibilizzante, in cui sono minate le possibilità stesse dell’ascolto e d’una coscienza collettiva. Questo è il compimento del capolavoro delle opulente classi dominanti che alienatesi da qualsivoglia processo d’utilità sociale si ergono a divinità distruttive e cristallizzano il potere attraverso un panopticon digitale che atomizza, colonizza, sorveglia e governa, che non reprime il conflitto bensì lo assorbe, che cooptando l’eccesso desiderante crea perlopiù una sottomissione volontaria. Ari Aster mostra così un tardo capitalismo che ha esaurito la propria funzione storica e che si regge sull’estrattivismo e sulla merdificazione soprattutto mediante una nuova frontiera tecnologico-algoritmica che mercifica, vampirizza e deteriora ogni elemento dell’esistente solo al fine di garantire inarrestabilmente linfa vitale per le ciclopiche rendite dei tecno-feudatari detentori dei social network e dei grandi conglomerati capitalistici che da ciò acquisiscono, altresì, dati necessari per la profilazione di masse di utenti identificati non come esseri umani senzienti ma come un insieme omogeneo, influenzabile, sfruttabile e sacrificabile di forza-lavoro a basso costo, e di consumatrici e consumatori perenni. Dunque, subdolamente e, spesso, invisibilmente si dispiega un immenso e impersonale potere politico-economico in grado di disorientare, polarizzare, frammentare e d’impadronirsi d’ogni interstizio mediatico, di ogni produzione del sapere, di ogni orizzonte politico-esistenziale, di ogni immaginario, mentre tra le classi subalterne imperversano desolazione, afflizione e morte.

«Si erano accorti che c’erano tra noi uomini sazi e ingozzati di ogni sorta di beni di lusso, mentre altri stavano a mendicare alle porte, sbranati dalla fame e dalla povertà; e trovavano strano che quelli, così bisognosi, potessero sopportare una tale ingiustizia; che non prendessero gli altri per la gola o appiccassero il fuoco alle loro case». (Michel de Montaigne, Saggi).

Gianmario Sabini

Gianmario Sabini
Classe '94. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Laureato in Scienze Filosofiche all'Alma Mater Studiorum di Bologna. Mi ritrovo nelle parole di Che Guevara: «Lasciatemi dire, con il rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da un forte sentimento di amore». Detesto il moderatismo, il fanatismo, la catechesi del pacifismo, l'istituzionalismo, il moralismo, la spocchia dei/delle self-made man/woman, la tuttologia, l'indie italiano, Achille Lauro e il sionismo. Errabondo con odio mosso da amore, scrivo articoli per LP e per Intersezionale, suono la batteria, bevo sovente per godere dell'oblio. Morirò.

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