COP15 - biodiversità - GBF
Fonte immagine: wikimedia.org

Dopo il clamore che ha accompagnato la conclusione della COP27, lo svolgimento della COP15 ha creato un po’ di confusione. Molti, infatti, si sono interrogati sul perché esista un vertice separato per la biodiversità e perché questo non possa essere semplicemente integrato nell’ambito delle azioni per il cambiamento climatico. Come ha spiegato Brian O’Donnell – direttore di Campaign For Nature – anche se le misure discusse in occasione della COP15 contribuiranno senza dubbio ad affrontare il riscaldamento globale, esse vanno ben oltre. Vediamo insieme in cosa consistono. Presieduta dalla Cina e ospitata dal Canada, la quindicesima edizione della Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica si è conclusa lo scorso mese con l’adozione del Quadro globale per la biodiversità (GBF) di Kunming-Montreal.

Come la sua stessa denominazione suggerisce, il GBF mira ad affrontare la perdita di biodiversità, a ripristinare gli ecosistemi terrestri e a proteggere i diritti delle popolazioni indigene. La sua colonna portante è rappresentata dal cosiddetto target del 30%, conosciuto anche come 30X30, che mira a trasformare il trenta per cento del pianeta in aree protette entro il 2030.

Considerando che, attualmente, le aree protette costituiscono il 17 per cento di quelle terrestri e appena il 10 per cento di quelle marine, la formalizzazione dell’obiettivo del 30% all’interno del GBF è stato da molti considerato un vero successo e la COP15 ritenuta una tappa fondamentale nella lotta in difesa della biodiversità del pianeta. È in questo clima di entusiasmo generale che si inserisce, ad esempio, la dichiarazione del Direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, Inger Andersen: «Il successo sarà misurato dai nostri progressi rapidi e coerenti nell’attuazione di ciò che abbiamo concordato. L’intero sistema delle Nazioni Unite è orientato a sostenerne l’attuazione, in modo da poter davvero fare pace con la natura».

Eppure, non sono mancati limiti e contraddizioni, fatti notare da chi quella stessa natura la vive e la protegge, anche mettendo a rischio la propria esistenza: i popoli indigeni.

Luci e ombre della COP15

A dare voce alle istanze di questi ultimi – che pure hanno preso parte alla COP15 – ci hanno pensato alcune organizzazioni non governative, prima fra tutte Survival international, che per due anni ha lottato affinché il target del 30% non si trasformasse nel più grande accaparramento di terra della storia. Come dichiarato all’interno di un comunicato congiunto diffuso a qualche giorno dall’inizio del vertice sulla biodiversità, l’obiettivo 30X30 non tiene nella giusta considerazione i costi umani che si abbatterebbero sulle comunità indigene a seguito della sua stessa implementazione. Infatti, come si legge nel comunicato – sottoscritto insieme ad Amnesty international, Minority rights group, Rainforest foundation UK – le aree protette costituiscono il punto cardine del modello di conservazione attualmente dominante. Un modello che, rispondendo a logiche coloniali occidentali, si fonda su un’idea di protezione e conservazione della natura che non lascia spazio a pratiche e conoscenze indigene accumulate nel corso delle generazioni.

Al contrario, tale modello finisce per comportare un allontanamento forzato dei popoli indigeni, che vedono così violati i propri diritti territoriali e compromessa la possibilità di continuare a usare la terra come mezzo di sussistenza. Come se non bastasse, anche l’accesso a luoghi sacri e cimiteri viene messo a rischio dall’istituzione delle aree protette, che così si trasformano in una grave minaccia per l’identità culturale e lo stile di vita di chi meno è responsabile della crisi climatica e sviano, contemporaneamente, l’attenzione dalle vere cause che si collocano alla base della perdita di biodiversità.

Fonte immagine: wikimedia.org

Come dichiarato su Wired da Fiore Longo, responsabile della campagna per decolonizzare la conservazione di Survival International: «Una volta svuotate dei loro abitanti originari, spesso con la violenza, le terre passano sotto il controllo di élite locali o di ong della conservazione che a quel punto possono stringere accordi con chi vuole sfruttarne le risorse. Molto spesso si aprono le porte al turismo di massa, caccia da trofeo e persino alle industrie estrattive. Il piano del 30% raddoppierà la quantità di terra destinata alle aree protette ed è molto probabile che raddoppierà anche il numero di questi crimini».

Questa circostanza, però, è stata scongiurata – almeno parzialmente – proprio grazie all’azione di Survival, che non solo ha reso il target del 30% uno degli elementi più discussi e controversi del GBF e della COP15, ma ha anche fatto sì che la dichiarazione finale non contenesse riferimenti alla categoria di aree rigidamente protette e citasse, invece, il riconoscimento e il rispetto dei diritti dei popoli indigeni. La sezione C del Quadro globale per la biodiversità specifica, infatti, che per una piena attuazione del GBF si renderà necessario garantire i diritti, le visioni del mondo, i valori e le pratiche delle popolazioni indigene e delle comunità locali, in accordo con quanto prescritto dalla Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni.

Per implementare il target 30X30 e raggiungere gli altri obiettivi contenuti nel GBF, i Paesi industrializzati dovranno mobilitare venti miliardi annui entro il 2025 e trenta miliardi all’anno entro il 2030, per un totale di duecento miliardi di dollari.

Gli obiettivi a lungo termine contenuti nel GBF

Nonostante non manchino dubbi e perplessità anche relativamente allo stanziamento del budget, questa cifra è stata ritenuta adeguata per consentire la realizzazione del Quadro globale per la biodiversità, che si articola in quattro obiettivi globali generali:

1) arrestare l’estinzione delle specie minacciate dall’uomo e ridurre il tasso di estinzione di tutte le specie di dieci volte entro il 2050;

2) garantire che il contributo fornito all’uomo dal mondo naturale sia sempre valorizzato, mantenuto e potenziato;

3) condividere in modo equo i benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche e delle informazioni sulla sequenza digitale delle risorse genetiche così da combattere il fenomeno della biopirateria, cioè l’appropriazione illegale o l’uso commerciale di materiali biologici originari di un determinato Paese senza fornire una giusta compensazione finanziaria alla popolazione o al governo del Paese in questione;

4) garantire l’accessibilità a tutte le Parti, in particolare ai Paesi meno sviluppati e ai piccoli Stati insulari in via di sviluppo, di mezzi e strumenti necessari ad attuare il GBF.  

Se questi macro-obiettivi generali e gli altri 23 obiettivi minori non dovessero essere rispettati non è previsto alcun meccanismo sanzionatorio per indurre le Parti all’adempimento, d’altro canto l’accordo finale della COP15 non è giuridicamente vincolante. Questo, tuttavia, non esonera i Governi dalle proprie responsabilità. Essi, infatti, sono chiamati a dare prova dei progressi fatti attraverso l’approvazione di piani nazionali a tutela della biodiversità e se è ancora presto per poter valutare l’efficacia degli stessi una cosa è certa già: come nella lotta al cambiamento climatico, anche per impedire che la perdita di biodiversità diventi inarrestabile, non possiamo permetterci di sprecare tempo. Alla capacità di reazione che dimostreremo di avere è intrinsecamente legata la nostra speranza di sopravvivenza.    

Virgilia De Cicco

Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui