Condizioni di pace Russia Ucraina

Le condizioni di pace richieste dalla Russia in Ucraina affondano le loro radici nel fango delle lande del Donbass, dove si combatte la battaglia più profonda: quella per l’anima del Paese. L’Ucraina non è solo un confine geografico, ma il simbolo ultimo dello scontro tra un Occidente che difende il diritto alla sovranità e una Russia che vede nell’allargamento della NATO un’umiliazione storica e una minaccia esistenziale. Per Vladimir Putin, questa guerra è diventata una crociata personale contro il giudizio della Storia, il tentativo azzardato ma calcolato di riscrivere la mappa del potere nata dalla caduta dell’URSS e di garantirsi un posto tra gli zar, piuttosto che tra i leader che hanno indebolito il proprio impero.

È anche da qui che passano le rivendicazioni territoriali russe (annessione definitiva di Donbass e Crimea) come conditio sine qua non per firmare gli accordi di pace. Una prova di forza rivolta sia verso il proprio paese che verso i nemici esterni. È nella storia che Mosca trova le giustificazioni della legittimità di tali annessioni, in particolare nel comune passato medioevale di unica entità culturale con Ucraina e Bielorussia nota come Rus’, un’unità tradita dalle “erronee” ridistribuzioni del territorio all’interno delle repubbliche che componevano l’Unione Sovietica e che ha visto assegnare simbolicamente all’Ucraina la Crimea, e nel sostegno dell’autodeterminazione della popolazione russofona del Donbass.

Su cosa si fondano, quindi, le condizioni di pace richieste dalla Russia in Ucraina? Qual è la loro supposta legittimità?

Russia e Ucraina, figlie di una stessa entità storica

La leadership russa contemporanea promuove l’idea che ucraini, russi e bielorussi siano un unico popolo, derivante dalla Rus’ di Kyiv (in cirillico antico: Рѹсь), un’entità politico-geografica medievale che costituisce l’antenato comune delle attuali nazioni di Russia, Ucraina e Bielorussia.

Tale unità fondata dai Variaghi aveva il suo centro di potere nell’odierna capitale dell’Ucraina Kyiv fino allo sgretolamento in principati poi in gran parte sottomessi da invasioni tartare. Tra questi, uno dei più fortunati fu proprio il Principato di Mosca. Nato da un modesto avamposto, una fortunata congiuntura di eventi nel corso del Duecento e Trecento gli permise di affermarsi politicamente: acquisì prestigio diventando la sede del metropolita ortodosso (1327), assorbì il titolo e i diritti del vicino Principato di Vladimir (1328) e guidò la prima grande resistenza militare contro i dominatori mongoli con la vittoria di Kulikovo (1380). La sua ascesa culminò tra Quattrocento e Cinquecento sotto Ivan III, che liberò definitivamente i territori dal giogo mongolo (1480), espanse i confini a danno del Granducato di Lituania e gettò le basi per la formazione di un vero e proprio Impero. Questa potenza, con Ivan IV “il Terribile”, si autoproclamò erede diretta e unica della Rus’ di Kyiv.

La narrazione storica attualmente promossa della Federazione Russa costruisce su questo percorso una linea di continuità ininterrotta: da Kyiv, attraverso Mosca, fino alla Russia moderna, presentando quest’ultima come l’unica e legittima depositaria della statualità della Rus’. È proprio questa visione della storia ad aver spinto i leader russi ad esprimersi con asserzioni anche particolarmente radicali quali «l’Ucraina non ha il diritto di essere una nazione sovrana».

Tuttavia, se è innegabile che Russia, Ucraina e Bielorussia hanno un passato comune è certamente vero che la divisione del Rus’ di Kyiv risale a circa un millennio fa, mentre nel frattempo il territorio dell’Ucraina fu invaso e dominato da una moltitudine di popoli diversi: mongoli, lituani, polacchi, svedesi e infine anche l’Impero austroungarico, contribuendo a creare un’identità culturale molto diversa ed indipendente rispetto a quella Russa.

Il Donbass sovietico: industria, migrazioni e identità

Con la fine della prima guerra mondiale e il collasso degli imperi continentali anche l’Ucraina entrò in una fase di straordinaria instabilità, culminata nel 1922 con la nascita della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, una delle repubbliche fondatrici dell’URSS. Dopo una prima fase caratterizzata da una promozione dello sviluppo della cultura ucraina (“korenizacija”) si arrivò alla collettivizzazione forzata dell’agricoltura che, insieme ad una forte repressione politica, colpirono l’Ucraina in modo particolarmente duro. Il culmine traumatico di questo processo fu l’Holodomor (1932-1933), una grande carestia provocata da requisizioni forzate di grano e da politiche punitive contro i contadini, soprattutto nelle regioni centrali, causando la morte di milioni di persone.

Il Donbass (bacino del Donec), comprendente in particolare le attuali regioni di Donetsk e Luhansk, rivestì un ruolo centrale nel progetto sovietico. Ricco di carbone e risorse minerarie, aveva già conosciuto un processo di industrializzazione in epoca zarista, ma fu sotto l’URSS che divenne uno dei cuori pulsanti dell’industria pesante: miniere, acciaierie, impianti chimici, complessi militari.

La rapida industrializzazione comportò una massiccia immigrazione interna. Lavoratori provenienti da varie parti dell’Unione Sovietica, in larga parte russofoni, si stabilirono nelle città del Donbass. Questo processo non fu soltanto economico ma anche culturale: il russo divenne la lingua dominante nello spazio pubblico, nell’istruzione superiore e nell’amministrazione, mentre l’ucraino rimase più presente nelle campagne o in ambiti privati.

Nel discorso sovietico ufficiale, il Donbass era celebrato come esempio dell’uomo nuovo socialista: operaio, urbano, politicamente leale e votato al sacrificio per la collettività sovietica. L’identità locale si costruì più attorno alla classe operaia e al mito industriale e meno in relazione ad un particolare nazionalismo etnico. Questo contribuì a rafforzare una percezione, diffusa anche dopo il 1991, di una certa distanza rispetto all’Ucraina occidentale, per via della perdurante influenza russa. Soprattutto differenze di reddito e di funzionamento delle istituzioni locali, più che ragioni culturali, alimenteranno volontà autonomiste nelle due regioni che compongono il Donbass. Un sentimento radicato nella popolazione, ma in modo non uniforme.

Euromaidan e Crimea, il punto di rottura definitivo

Se da un lato l’est del Paese risente molto, come detto, dell’influenza russa, l’ovest gravita sempre più convintamente nella sfera culturale Occidentale. Ciò che queste differenze politiche comportano risulta comprensibile guardando alla geografia dell’Ucraina che, estendendosi per oltre 600.000 km², confina la Russia ad est e si estende fino alle porte della pianura pannonica a sud ovest, con Uzhhorod, città di confine occidentale, che si trova ad appena meno di 600 km da Vienna.

Questa eterogeneità territoriale ha portato nel corso degli anni a forti polarizzazioni politiche che sono esplose in momenti di scontro determinanti nella vita del Paese, che negli anni successivi all’indipendenza ha oscillato tra influenza russa e occidentale. Un esempio importante è quello della cosiddetta “Rivoluzione Arancione nel 2004, seguita dalla rivoluzione di Euromaidan del 2013-2014, quando le proteste popolari a Kyiv portano alla caduta del Presidente Viktor Yanukovyč, vicino a Mosca, e all’istaurazione di un governo parlamentare filo-occidentale con Arsenij Jacenjuk.

Tuttavia, per Mosca, quegli eventi non vennero letti come una dinamica interna, bensì come il risultato di un intervento occidentale volto a sottrarre definitivamente l’Ucraina alla sfera d’influenza russa. Per evitare tale scenario e sopperire al rischio che la Crimea, e in particolare la base navale di Sebastopoli e di conseguenza il controllo sul Mar Nero, potesse finire sotto l’influenza della NATO, nel febbraio 2014, un’azione militare non ufficiale della Russia, “l’operazione omini verdi”, portò all’occupazione dei punti strategici della penisola attraverso infiltrazioni dell’esercito di Mosca. Si crearono così le condizioni per un referendum sotto occupazione che ebbe esito largamente favorevole per l’annessione della Crimea alla Russia.

Dal punto di vista russo, l’operazione viene presentata come un atto di riunificazione storica e di protezione delle popolazioni russofone. Nei fatti si tratta di proteggere l’accesso strategico al Mar Nero, che era stato possibile fin a quel momento grazie ad accordi ad hoc con Kyiv.
Quando Mosca parla di riunificazione storica si riferisce ad una specifica concatenazione di eventi che inizia negli anni ’40 del secolo scorso. Dal 1944, infatti, l’URSS ha incoraggiato la migrazione di popolazione russa in Crimea, sostituendo attraverso deportazioni nei campi siberiani la popolazione tartara e le minoranze, fra cui anche quella italiana, che abitavano precedentemente la regione. La Crimea diventa parte dell’Ucraina nel 1954 grazie al leader sovietico Nikita Chruščëv, che ne trasferì il controllo dalla Repubblica Russa.

Il gesto, spesso evocato nel dibattito contemporaneo, non ebbe allora un impatto percepito come drammatico: l’URSS restava uno Stato unitario e la Crimea rimaneva saldamente integrata nel sistema sovietico. Culturalmente e linguisticamente, tuttavia, la Crimea restò in larga parte russofona e orientata verso Mosca.

Il Donbass nel 2014: scoppia la guerra civile

Quasi in parallelo agli eventi crimeani, l’instabilità politica si estende all’Ucraina orientale. Nelle regioni di Donetsk e Luhansk, già segnate da un’identità post-sovietica forte e da un diffuso uso della lingua russa, esplodono proteste contro il nuovo governo di Kyiv. Queste manifestazioni, inizialmente eterogenee, si trasformano rapidamente in un conflitto armato.

Tra la primavera e l’estate del 2014 vengono proclamate le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk. Kyiv parla di terrorismo e secessione armata sostenuta dall’esterno. Mosca nega un coinvolgimento diretto, pur sostenendo politicamente e materialmente le entità separatiste. Di fatto, il Donbass diventa un teatro di guerra ibrida, in cui combattenti locali, volontari stranieri, armi e intelligence si intrecciano in modo ancora abbastanza opaco. Gli accordi di Minsk del 2025 congelano il fronte senza risolvere il conflitto.

Il Donbass resta diviso: una parte sotto controllo ucraino, una parte sotto il controllo delle repubbliche separatiste. Da qui si arriverà nel 2022 al conflitto aperto che ha previsto un’invasione militare diretta da parte della Russia contro tutta l’Ucraina, e che ora si combatte soprattutto nel Donbass. Proprio questo territorio, infatti, rappresenta il principale punto di frizione nelle trattative di pace tra i due Paesi.

Le condizioni di pace Russia-Ucraina

Le condizioni di pace richieste dalla Russia in Ucraina prevedono il riconoscimento delle annessioni territoriali, a partire dalla Crimea e dalle regioni occupate del Donbass, insieme alla neutralità permanente dell’Ucraina e alla rinuncia formale a ogni prospettiva di adesione alla NATO. A questo si aggiungono richieste di ridimensionamento militare, tutela privilegiata dei russofoni e revoca delle sanzioni occidentali.

Al di là delle singole clausole, emerge uno schema coerente: Mosca interpreta la pace come un accordo che legittimi i suoi obiettivi di guerra, piuttosto che come un semplice cessate il fuoco. Le condizioni che propone non sono viste solo come tappe tecniche verso uno stop alle ostilità, ma come riformulazione duratura del rapporto di forza e degli equilibri geopolitici tra Russia, Ucraina e Occidente. Una pretesa che si legittima a partire dall’interpretazione di una storia e di un’identità quantomeno complesse.

Giuseppe Alessio

Giuseppe Alessio
Appassionato di tutto ciò che è politica internazionale, fermamente convinto che in un mondo sempre più interconnesso anche ciò che avviene lontano ci riguardi da vicino. Ritengo che il viaggio sia uno strumento ideale per la conoscenza di sé stessi, ma che le proprie radici vanno coltivate e difese. Think Local. Act Global.

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