
Cosa hanno in comune programmatrici e rider, sistemiste e UX designer, chi per vivere scrive codice e chi invece sistema oggetti in un magazzino o gestisce pagine social? Secondo Tech Workers Coalition sono tutti lavoratori e lavoratrici della tecnologia e sulla base di questo devono costruire alleanze per difendere i propri diritti e conquistarne di nuovi. TWC è arrivato in Italia nel 2020, qualche anno dopo la sua nascita negli USA e la diffusione in altri paesi europei e subito si caratterizza per alcune peculiarità che corrispondono alle esigenze specifiche dei tech worker italiani. In primo luogo, TWC in Italia è un’organizzazione di informatici, alcune figure che lavorano con la tecnologia (come i rider o i magazzinieri) si sono già organizzate nel decennio precedente, mentre mancano ancora all’appello content creators e chi lavora su piattaforme di microtask.
Cosa fa TWC Italia?
Riuniti per la prima volta in presenza a Bologna ad Aprile 2025 per il primo meeting nazionale del movimento, tra le pratiche di mobilitazione di TWC ci sono alcune campagne che puntano all’avvicinamento delle lavoratrici e dei lavoratori:
Sportello di mutuo aiuto: fin dall’inizio TWC è stato percepito e ha voluto essere uno spazio in cui scambiarsi consigli e informazioni sul mondo del lavoro. Sia per una questione generazionale che per una mentalità che talvolta vede le questioni di diritto più come burocratiche che di sostanza, infatti, molti tech worker sono in difficoltà quando si tratta di interpretare un contratto o una busta paga e spesso sottovalutano i diritti che hanno nei confronti dei loro datori di lavoro. Da “Quando devo dare le dimissioni per non pagare la penale?” a “La mia azienda vuole revocare il lavoro da remoto, cosa posso fare?” (ci torneremo anche in seguito) non c’è domanda che non riceva una risposta, quasi sempre ben circostanziata, nella chat telegram del gruppo, o un sindacalista esperto che non venga interpellato.
Non solo, anche le aziende sono spesso oggetto di discussione e feedback ed è continuo lo scambio di consigli sui posti di lavoro “buoni” e su quelli da evitare (ahinoi, la maggior parte). Questa funzione di sportello informale sempre aperto è molto utile in un mercato che frammenta la forza lavoro in piccole aziende senza rappresentanza sindacale interna o, nel caso dei grandi attori della consulenza, la disloca presso diversi clienti rendendo difficile lo scambio di informazioni e l’azione collettiva.
Union Pathfinding: il passaggio successivo allo sportello informativo. Con questo processo TWC si propone di indicare a lavoratori e lavoratrici organizzazioni sindacali a cui affidarsi per difendere i propri diritti. TWC, infatti, non è un sindacato e non avrebbe le forze e le competenze per esserlo per cui la decisione è stata di contattare sindacalisti di sigle diverse e sondare la disponibilità a prendere in carico le richieste che vengono dai tech worker tramite un form compilabile sul sito.
L’obiettivo è non solo affrontare problemi e situazioni reali ma in senso più ampio avvicinare la nostra categoria al sindacato, incoraggiare a superare la diffidenza verso organizzazioni che per molti tech worker “andavano bene per gli operai di una volta” e che talvolta fanno fatica a trovare il modo giusto di approcciare i lavoratori cognitivi. Possiamo dire che in parte ci siamo riusciti ma molto è ancora da fare, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione sul luogo di lavoro prima che avvengano le crisi: in questo senso non ci stanchiamo mai di ripetere che “il momento migliore per sindacalizzarsi era cinque anni fa, il secondo momento migliore è ora”.
Logout cittadini: TWC arriva in Italia in piena pandemia e all’inizio non può quindi che essere un’organizzazione a tutti gli effetti full remote. Come accade nelle sezioni estere si vuole arrivare a una struttura basata su sezioni locali e quasi subito nascono Torino, Milano, Bologna e Roma, ma si tratta comunque di persone che si parlano solo online, anche perché il gruppo è ancora piccolo e non ci sono lavoratori provenienti dalla stessa azienda. Non appena c’è la possibilità si decide quindi di dare vita a incontri periodici informali, una sorta di dopolavoro mensile in cui incontrarsi e chiacchierare liberamente. Fra alti e bassi possiamo dire che la cosa è stata oltre che divertente anche efficace dato che la sezione romana, per esempio, ha iniziato ad allargarsi e a coinvolgere una cerchia stabile di tech worker proprio quando agli organizzatori si sono unite delle persone entrate in contatto con TWC tramite il logout.
Partecipazione a manifestazioni e scioperi: Un altro modo che TWC ha usato per entrare in contatto con i tech worker è la partecipazione a scioperi e manifestazioni. Fin dal 2021 qualche bandiera di TWC è apparsa nelle piazze e nel grande sciopero generale per Gaza del 3 ottobre TWC Roma ha anche portato uno striscione. La partecipazione a questa mobilitazione è stata particolarmente significativa dato che per diversi tech worker si è trattato del primo sciopero (e anche in questo caso non sono mancate le domande in chat) e l’intenzione è di usarla come punto di partenza per una riflessione più generale riguardi l’intreccio fra lavoro tech e settore militare.
No Tech for Apartheid
Quest’ultimo aspetto è stato già al centro di campagne che hanno coinvolto Tech Workers Coalition negli Stati Uniti, per esempio No Azure for Apartheid ha messo sotto i riflettori l’uso militare del cloud di Microsoft da parte di Israele – ottenendo una parziale retromarcia dell’azienda. Un’altra campagna è No Tech for Apartheid e coinvolge principalmente lavoratori di Google e Amazon, a dimostrazione di come la sensibilità verso gli effetti del proprio lavoro sia viva anche nelle più importanti aziende della Silicon Valley.
Cosa vogliono i tech worker?
Sicuramente due temi sono in cima alle preoccupazioni di molti di noi: il ritorno in ufficio (per chi lavora da remoto in modalità ibrida o completa) e il body rental.
Remoto vs Return to Office (RTO)
Per quanto riguarda la modalità di lavoro sicuramente il senso comune dei lavoratori tech in Italia è che dovrebbe essere una scelta: “se lavoro al computer da casa o in ufficio cosa cambia? Prima ci hanno decantato le meraviglie dello smart working e ora che ci siamo organizzati non va più bene?”. Molti lavoratori e lavoratrici dopo anni di full remote o modalità ibrida non capiscono il senso di dover rientrare in ufficio e vivono le recenti politiche di RTO (Return to office) come un arbitrio che non ha giustificazioni produttive ma ha obiettivi di controllo o serve a indurre i dipendenti alle dimissioni.
Negli ultimi mesi abbiamo visto conflitti importanti su questo tema anche nelle grandi aziende della consulenza: in Capgemini si è arrivati allo sciopero per contrattare i giorni mensili di lavoro obbligatorio in presenza e l’accordo sindacale firmato al termine della vertenza non ha lasciato tutti soddisfatti proprio perché secondo i critici i giorni mensili in presenza sono troppi e determinati con criteri discriminatori.
Sullo stesso tema si sono mobilitati anche molti dipendenti di Reply, in questo caso ancora prima che l’azienda formalizzasse una nuova policy, dimostrando così quanto sia forte la volontà di mantenere questa forma di lavoro. Il caso di Reply è forse il primo di un collettivo auto-organizzato nelle aziende di consulenza e il fatto che si sia costituito intorno alla questione del ritorno in presenza e non su altri temi pur pressanti come l’erosione dei salari o l’abuso di straordinari dà sicuramente elementi di riflessione a chi si propone di organizzare i tech worker.
Body rental, il caporalato digitale
Il grande problema strutturale del mercato del lavoro tech in Italia è senza dubbio il body rental. Chi non lavora nel settore può non avere familiarità con il termine che di fatto si traduce in intermediazione illecita di manodopera o, detto in modo lapidario, caporalato digitale.
Secondo la legislazione italiana l’intermediazione di manodopera è consentita solo alle aziende inserite in un apposito registro (le cosiddette agenzie interinali sono la maggior parte) ma nel settore informatico moltissimi lavoratori vengono assunti da un’azienda per poi lavorare presso un’altra, in genere con la formula della consulenza. Si tratta di un sistema estremamente dannoso per chi lavora, fonte di burnout, dequalificazione professionale, compressione salariale e divisione fra i lavoratori. Tech Workers Coalition cerca di aumentare la consapevolezza fra i lavoratori e le lavoratrici dato che per molti tech worker la consulenza è uno sbocco naturale al termine degli studi e se sfuggire individualmente al “tritacarne” non è per la maggior parte di noi una scelta praticabile, almeno sapere che si è sottoposti a una forma di sfruttamento particolarmente ben congegnata può aiutare a elaborare strategie di resistenza e rafforzare la solidarietà.
IA al lavoro
Per concludere non possiamo non accennare a una delle questioni su cui i tech worker stanno più discutendo in questi ultimi mesi: l’ingresso dell’IA generativa (o, più correttamente, dei modelli linguistici) nel mondo del lavoro. Si tratta ovviamente di un tema vastissimo che non possiamo discutere in poche righe e da tempo stiamo cercando di preparare un gruppo di studio specifico sul tema.
Possiamo comunque affermare che la community di Tech Workers Coalition tende a rigettare la narrativa dell’uso di LLM come rivoluzione del settore: non rende effettivamente più produttivi e non riduce il carico cognitivo (e anzi qualche volta ci si trova a contrastare le sue azioni). Per quanto molti tech worker facciano quotidianamente uso di strumenti come co-pilot c’è comunque la preoccupazione che l’introduzione massiccia dell’IA possa essere fonte di dequalificazione e conseguente indebolimento della forza contrattuale dei lavoratori.
Tech Workers Coalition Italia

















































