finanziamento pubblico ai partiti open russiagate
fonte: lavocedibolzano.it

Il ritorno del finanziamento pubblico ai partiti? Si potrebbero citare l’inchiesta Open, il caso Russiagate, tutti gli altri rapporti opachi tra soldi e politica, con risvolti penali e non, emersi negli ultimi anni: non si sortirebbe effetto. Il solo evocarlo suscita contrarietà vivace, ferma e indistinta (e le reazioni alla proposta del senatore Zanda di qualche mese addietro lo dimostrano).

Si tratta di quanto di più demonizzato abbia attraversato il dibattito politico italiano, contesto pure assai avvezzo alla caccia alle streghe e alle tensioni incandescenti. La sua abolizione definitiva ha messo d’accordo (quasi) tutto l’emiciclo parlamentare, l’unica “grande coalizione trasversale” che il nostro Paese abbia mai conosciuto.

Eppure, alla luce dei casi sopracitati e della qualità della democrazia italiana, sarebbe opportuno liberarsi di questo tabù.

C’era una volta il finanziamento pubblico ai partiti

Il finanziamento pubblico ai partiti, ossia la quota di soldi pubblici assegnate per legge al finanziamento dell’attività politica, ha conosciuto in passato ampi consensi: la legge Piccoli del 1974, che lo istituiva, fu votata all’unanimità dal Parlamento (con l’astensione del PLI).

Il finanziamento destinava contributi proporzionali alle prestazioni elettorali a ciascuna forza politica, mentre obbligava le stesse a rendicontare i propri flussi in entrata e in uscita. La finalità della normativa, almeno dichiarata, si riferiva anche alla vigilanza sui fenomeni corruttivi innescati dai rapporti illeciti tra finanziatori privati, a caccia di influenza, e sistema politico, bulimico di denaro per campagne elettorali sempre più serrate e post-ideologiche.

Questo sistema non regge all’urto di Tangentopoli, l’inchiesta che porta all’emersione di un sistema di tangenti proprio tra sistema produttivo e partiti e sconquassa la politica italiana: il finanziamento pubblico ai partiti viene abolito in seguito a un referendum promosso dai Radicali, che ottiene il 90% di pareri favorevoli all’abrogazione della legge Piccoli. Fratturatosi irrimediabilmente il rapporto tra politica e cittadini, l’opinione pubblica non cesserà mai di manifestare la propria ostilità riguardo alla destinazione di soldi pubblici ai partiti, accantonando qualsiasi ipotesi di riforma o razionalizzazione.

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Grillo e Casaleggio (senior). Fonte: tgcom24.mediaset.it

Dal canto suo, la classe politica reagirà in modo poco composto alla volontà degli elettori, ripristinando i contributi pubblici sotto altra veste: i rimborsi elettorali. Questi, particolarmente generosi, attraverso numerose riforme e rimaneggiamenti venivano assegnati a tutte le liste presenti sulla scheda elettorale che avessero conseguito almeno l’1% dei voti, ogni anno, per tutta la legislatura.

Nemmeno questi tentativi rocamboleschi di preservare una forma di finanziamento pubblico ai partiti resisteranno: le turbolenze della crisi economica 2008-2012 e il trapasso, tra scandali e inefficienze, della Seconda Repubblica, porteranno prima il Governo Monti, nel contesto della spending review, e poi il Governo Letta, in seguito all’affermazione politica del MoVimento 5 Stelle, a una completa abolizione di ogni forma di contributo pubblico alla politica, a partire dal 2017. Si preferisce un sistema di donazioni completamente privato, accompagnato dal 2×1000 dell’imposta sul reddito, secondo dichiarazione volontaria.

Contenimento dei costi, moralizzazione della vita pubblica, un tentativo in extremis di ricucire lo strappo profondo tra politica e cittadinanza: tutte ragioni forse comprensibili, quelle addotte al definitivo superamento del sistema di finanziamento pubblico, che ha visto come principale ideologo il M5S, le cui posizioni veementemente anti-politiche e giustizialiste hanno permeato di sé l’intero spettro partitico, dal PD alla Lega, senza possibilità di appello. Dove ci ha condotto quest’intransigenza? Anche ai casi Open e Russiagate.

Open, Russiagate e gli altri: una “mani pulite 2.0”

La supposta funzionalità del sistema di finanziamento privato in contrapposizione allo sperpero di denaro del sistema di finanziamento pubblico ai partiti è rimasta una chimera, più ideologica che concreta. Le spese maggiori e le entrate minori hanno comportato l’infittirsi dei legami tra partiti e altre strutture para-politiche (aziende, associazioni, gruppi parlamentari, fondazioni, tutte dotate di un consistente capitale di partenza).

Il monitoraggio della conformità e regolarità di pagamenti e bilanci è assai difficoltoso, nonostante il legislatore abbia previsto meccanismi di controllo, pubblicità e trasparenza. Ne è risultata, dal 2017 in poi, una vera e propria “mani pulite 2.0”, con al centro i rapporti tra figure politiche e finanziamenti illeciti, che non ha risparmiato nessuno.

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Renzi e Carrai, inchiesta Open. Fonte: quifinanza.it

Nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare dell’inchiesta Open, la fondazione che ha finanziato diverse iniziative di Matteo Renzi, leader di Italia Viva. I Magistrati ipotizzano che i vertici di Open (tra cui Alberto Bianchi e Marco Carrai, amici personali di Renzi) avrebbero utilizzato in modo abbastanza disinvolto fondi da centinaia di migliaia di euro, scavalcando la legge sul finanziamento ai partiti. Il tutto è corredato da relazioni opache della fondazione con imprenditori e parlamentari ad essa legati.

Di entità ancora più gravosa, con risvolti internazionali molto significativi, è il Russiagate all’italiana. Già in debito di 49 milioni di finanziamenti con il fisco italiano, la Lega di Matteo Salvini avrebbe incontrato, attraverso il presidente dell’associazione Lombardia-Russia Gianluca Savoini, una delegazione di oligarchi del governo russo all’Hotel Metropol di Mosca, per contrattare una somma di fondi neri pari a 58 milioni di euro corrisposti alla promozione dell’agenda di Putin in Europa (Russiagate riguarda svariati altri paesi).

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Salvini e Savoini (a dx), Russiagate. Fonte: fanpage.it

Anche Giorgia Meloni, alla guida di Fratelli d’Italia, ha tessuto un network di finanziamenti di varia provenienza e ai limiti della liceità, disvelato da L’Espresso: palazzinari e costruttori romani come Parnasi, fondazioni dell’ultra-destra americana, multinazionali di diversa natura e nazionalità.

Non solo finanziamenti penalmente illeciti o di dubbia moralità: sono preoccupanti, nello stesso contesto, le storture genetico-costitutive di soggetti come Forza Italia o lo stesso MoVimento 5 Stelle, i cui vertici (Silvio Berlusconi e Casaleggio) detengono influenza politica granitica e probabilmente inscalfibile, perché basata sulla contribuzione di fondi e mezzi indispensabili ed irreperibili altrimenti per ragioni di capitale.

La civiltà democratica e il finanziamento alla politica

Meno trasparenza, più legami con lobby extra-parlamentari che si fanno strada, scarsamente controllate e controllabili, a suon di denaro, in un sistema che più di prima è improntato all’opacità e alimenta disfunzionalità. Casi come quelli Open o Russiagate dimostrano che “pecunia non olet” e che l’immoralità dei comportamenti dei politici non è mai dipeso dal finanziamento pubblico ai partiti.

Anzi, la secchezza di risorse pubbliche destinato alla politica ne ha approfondito le contraddizioni e lo scoramento con la cittadinanza. Il risultato è quella che si potrebbe definire, nemmeno troppo fantasiosamente, “plutocratizzazione della sfera pubblica“: i partiti sono impegnati innanzitutto in una disperata caccia al capitale, per la disperata necessità di reperire risorse, con il conseguente risultato di ingenerare una selva di rapporti ai confini della liceità.

Le conseguenze indirette si traducono in una minore democrazia interna, nella sperequazione della partecipazione a favore di chi detiene influenza e risorse, nella propaganda disperata e costante, ed in un’avvelenamento del dibattito pubblico: leader politici spregiudicati come Salvini, Renzi e Berlusconi, accusano giornalisti e pubblici ministeri di “interferenza”, piuttosto che riconoscere le proprie colpe (politiche e non).

Il senatore Luigi Zanda. Fonte: linkiesta.it

Il ritorno ad un contributo pubblico coscienziosamente commisurato alle reali necessità della politica e ad un maggiore controllo di quello privato (come accade in Germania) sarebbe più che auspicabile: compirebbe il miracolo non solo di preservare i bilanci delle casse pubbliche, ma forse anche di rafforzare l’ossatura della democrazia italiana, assai indebolita dalla trasformazione dei partiti in comitati d’affari troppo contigui a gruppi di pressione o di influenza, nazionali o stranieri.

La propensione ideologica che persevera nell’atavica avversione verso tutto ciò che è pubblico, intrinsecamente corrotto, e glorificano ogni privatizzazione, anche quella della democrazia, ha già comportato danni irreparabili. Qualcuno rivaluti il finanziamento pubblico ai partiti, cardine di una democrazia pluralista e non plutocratica.

Luigi Iannone

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