2023 , anno nuovo
10 gennaio 2023, Presidio fuori il tribunale di Milano in supporto dell'attivista di Ultima Generazione Simone Ficicchia fonte: ig xritaly

“Svegliarsi tardi la mattina, criticare il grande vuoto, la sinistra che non c’è…”
Più che una sintesi ben distaccata dell’anno che è appena passato o un cumulo di buoni propositi per l’anno che verrà, questo editoriale vuole essere una riflessione, una di quelle fastidiose, che genera riflessioni scomode. Da circa tre settimane siamo nel 2023, ma l’andazzo di quest’anno è già chiaro, come lo era prima dello scoccare della mezzanotte e il minuto dopo ancora. Appagare la trepidante attesa dell’anno nuovo non assolve quei desideri mai accompagnati da azioni concrete; avere solo fiducia in un domani migliore forse adesso non è manco più così lecito, se consideriamo le condizioni della società in questo momento storico.

Ma se la più ampia riflessione deve partire dal dato reale, dallo stato attuale delle cose, il punto di arrivo e ulteriore partenza deve essere quel futuro, lo stesso a cui tanto auspichiamo, ma per cui non lottiamo abbastanza. Nella migliore delle ipotesi (considerando tutto il contesto, la crisi climatica per esempio), il futuro ci è concesso, ma a che condizione?

Siamo persone distratte, tremendamente distratte da noi stesse. Abbiamo fatto della distrazione una condizione esistenziale e adesso ci sguazziamo dentro, alternando lamenti e rassegnazione, senza mai tradurli in azione sovversiva. Questa attitudine è comoda, rassicurante e socialmente accettata. E lo è non solo perché permette a noi di costruire barricate sempre più solide attorno alla nostra comfort zone, ma perché permette, allo stesso tempo, di difendere e preservare lo status quo a chi trae profitto e beneficio da quest’ultimo. La distrazione è garante dello status quo e per questo ci rende complici e vittime della nostra stessa condizione. Ma quest’egoismo che ci illude di salvaguardare e proteggere noi stessə e i nostri interessi facendoci i fatti nostri da dove deriva?

Dalla manifestazione concreta dell’individualismo sfrenato che domina nella nostra epoca, mi verrebbe da dire. È come se la nostra esistenza fosse, in qualche modo, percepita come sradicata dal tessuto sociale in cui è inserita e la nostra condizione di persone, individui, fosse slegata dalla nostra condizione sociale. Non è così e credere il contrario è un inganno pericoloso, la realtà sociale che abitiamo condiziona irrimediabilmente le nostre vite e quelle di chi ci sta intorno. Riconoscerlo e riconoscersi è il primo passo per abbandonare l’immobilità e la staticità della nostra situazione, è il primo passo verso l’azione e, allo stesso tempo, il punto di partenza per la ricostruzione di una martoriata dimensione collettiva, sempre più fragile dopo la pandemia.

Non è tanto che si è persa la fiducia nella politica, quanto si è persa la fiducia nel fare politica. E la politica non si fa solo in Parlamento, sarebbe opportuno tenerlo a mente quest’anno. Si fa per le strade, si fa nelle piazze, si fa a tavola durante le cene coi parenti e, perché no, condividendo articoli sui social. La nostra società ha tremendamente bisogno di pensiero critico e decostruzione, snaturare attraverso un esercizio costante tutti gli stereotipi e le dinamiche di potere e oppressione socialmente accettate; praticare disobbedienza civile e organizzare la rabbia e il dissenso quando le circostanze lo richiedono. E questo 2023, come l’anno prima e quello prima ancora, lo richiede eccome.

Il nostro paese, all’alba dell’anno nuovo, è quello in cui lə attivistə vengono processatə alla stregua di criminalə mafiosə per aver protestato pacificamente; è quello in cui la violenza di genere viene normalizzata e romanticizzata in uno dei programmi più visti della tv nazionale, quando in Italia nel 2022 è stato registrato in media un femminicidio ogni 72h; quello in cui durante la prima settimana del 2023 c’è stato il primo femminicidio dell’anno e nessunə se n’è accortə perché le pagine delle testate nazionali erano impegnate a riportare la stessa notizia per giorni e giorni; quello in cui i bambini e le bambine dovrebbero turbarsi per un bacio gay, ma non per la bara di uomo morto trasmessa in ogni notiziario a ogni ora.

E potrei continuare, ma mi fermo qui, perché lo scopo di questo articolo non è fornire un catalogo di tutte le catastrofi che il 2023 ha già collezionato in così poco tempo, ma far riflettere. Che quest’anno nuovo possa portare senso critico e prese di coscienze, ma soprattutto di posizione, a più persone possibili. È tremendamente necessario.

Giuseppina Pirozzi

Se potessi, scriverei per sempre senza fermarmi neanche un istante. Ogni momento è perduto nel fluire continuo e incessante dell’esistenza, se non è cristallizzato dall’inchiostro alleato sul quel foglio innocente che accoglie le speranze e i sogni mancati, ed io forse ho perso un bel po’ di cose da quando son nata, ma la penna è la mia spada e il foglio è il mio scudo, insieme le mie battaglie le abbiam vinte tutte. Mi chiamo Giusy e ho 21 anni, amo la letteratura, la poesia, la primavera e i sorrisi degli sconosciuti che ti colorano le giornate un po’ grigie.

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