trans misgendering, in: https://www1.cbn.com/cbnnews/us/2021/november/could-californians-go-to-jail-for-misgendering-state-supreme-court-weighs-preferred-pronouns-law
Fonte: CBN

«Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome, tu mi appartieni» [Is. 43,1]. Nel libro de la Genesi, la creazione del mondo inizia con il dare il nome alle cose: confondere i nomi e\o degradarli equivale a imprimere il caos nei pensieri che noi proiettiamo sulla realtà esterna cercando di interpretarla. Sin da questo archetipo si è riconosciuto come fondamentale il problema del buon utilizzo della parola quale strumento di conoscenza, di rispetto reciproco e come specchio dell’evoluzione sociale, umana ed emotiva.

Siamo nel 2022, viviamo nella società liquida (per dirla alla Zygmut Bauman) che si basa tutta sulla comunicazione, su fiumi e fiumi di parole che si riversano sui social, nelle app di messaggistica istantanea, in televisione, sulle piattaforme di servizi streaming. Ma la quantità sembra anteporsi alla qualità e, per pigrizia o per mancanza di rispetto, tra gli errori e gli scivoloni più comuni il misgendering – ovvero “l’appellare la persona trans con l’articolo, la desinenza, il pronome che non corrisponde alla sua identità di genere” – si fa sempre più spazio.

Ancora Bauman suggerisce che «dare il nome a qualcosa descrive un vero e proprio processo culturale e allo stesso tempo intellettuale di importanza assolutamente primaria». Un termine italiano dotato di un unico significato può corrispondere a uno cinese che può invece caricarsi di una densità tale da frammentare ogni sua sfumatura in più sinonimi, in più nomi.

Il nome assume quindi un carico ontologico fondamentale per la costruzione della nostra identità sia in veste di cittadini che di Uomini. Gli uomini e le donne trans sono persone che hanno vissuto un percorso di dolore, di accettazione, di accoglienza e di ricostruzione con tutto il bagaglio emotivo che esso comporta. Essere soggetti a continue e imperterrite mancanze di riconoscimento, come quella del misgendering, non può far altro che nutrire il loro sentirsi sbagliati, mai a posto, mai al loro posto.

Il linguaggio è uno strumento che in taluni casi può tramutarsi in arma e a chi ha sofferto o soffre di disforia (alterazione nettamente patologica dell’umore sia nel senso di una depressione che di una eccitazione) o di dismorfofobia (la preoccupazione legata alla percezione di uno o più difetti fisici inesistenti o lievi determina un grave disagio) rischia di aggrapparsi a ogni singola parola che gli viene detta, alla ricerca di commenti oggettivi che la propria mente non è sempre capace di dare. Purtroppo, spesso le persone trans condividono un passato costellato di tali problematiche: sono nate intrappolate in corpi che non le rappresentano, destinate a conviverci per un periodo indefinito, e questa condizione non può non aver portato loro delle ferite difficili da rimarginare.

Non da meno, c’è da considerare la paura che può inculcare il misgendering (anche se involontario), poiché non mancano notizie di violenza e di aggressioni divulgate dai media. Proprio i giornalisti, tra i maggiori responsabili della fruizione di un linguaggio corretto alle masse, sono coloro che non adattano la loro prosa al contesto cui si riferiscono, con strafalcioni quali, ad esempio: «Argentina, uccise leader trans: a processo per travesticidio»; «Espulso, si sposa e torna dal marito: viado arrestato, ieri l’assoluzione». Analizziamo i due titoli: il termine “travesticidio” è inadeguato: perché non utilizzare l’appropriato “femminicidio”? Perché una donna trans non dovrebbe essere etichettata come donna? Perché nutrire la lingua di pregiudizio e di una sterile ostinazione nel non distinguere il genere dal sesso biologico?

Il termine viados nasconde invece un altro stigma sociale. L’etimologia riporta da un lato ai cervi che si accoppiano spesso tra maschi, dall’altra all’abbreviazione di transviado che significa “pervertito”. In entrambe le casistiche si tratta di un termine fortemente denigratorio che racchiude sia la superficiale abitudine a equiparare le persone trans ai/alle sex workers, sia un laido razzismo nei confronti di chi ha una provenienza sudamericana.

Il fenomeno del misgendering si accompagna spesso all’utilizzo inappropriato del deadname (il nome anagrafico abbandonato dalla persona trans in seguito al suo coming out, in favore di un nome nuovo che meglio rappresenti la sua soggettività). «Chiamatemi Elliot, usate i pronomi lui / loro» fu la breve richiesta dell’attore Elliot Page in occasione del suo secondo coming out: quella di non essere più etichettato come “Ellen” e quindi di seppellire quell’identità passata in cui non si riconosce più. In base a quanto detto da Elliot, veniamo anche a conoscenza che entrambi i pronomi possono essere accettabili. “Loro” è inoltre il pronome preferito dalle persone non binarie, le persone cioè che non si riconoscono nel binarismo maschile/femminile e sentono che la propria identità non può essere rappresentata attraverso una scelta uomo/donna. Chiedono di usarlo riferendosi alla singola persona non binaria in modo da evitare il pronome lui/lei. 

Secondo Walter Benjamin, il rapporto che intratteniamo con le parole è così intimo da rasentare l’immedesimazione. «L’uomo» – scriveva il filosofo tedesco – «comunica la propria essenza spirituale nella sua lingua». Non accettare il cambiamento e l’identità dell’altro significa essere privi di sensibilità e di empatia: l’errore (anche legato al misgendering) esiste, tutti possiamo inciampare, chiedere scusa e informarci sull’atteggiamento più consono da abbracciare, ma non riconoscere la volontà, il rispetto e l’essenza di chi ci è di fronte significa perpetuare una sottile e silenziosa forma di violenza.

Alessia Sicuro

Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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