
Bilan Media è il nome della prima emittente somala gestita interamente da un team di donne, che insieme stanno rivoluzionando il panorama mediatico della Somalia. La casa editrice affronta due sfide: riportare notizie di cronaca e approfondimenti in uno Paese in cui il giornalismo è sotto costante minaccia e mettere al centro la voce delle donne, in una società in cui a queste ultime non viene ancora dato spazio a sufficienza nella vita pubblica.
Bilan, termine che può essere tradotto dal somalo con “chiaro” o “luminoso”, è nato per garantire alle reporter un posto di lavoro sicuro, in cui potersi esprimere liberamente e raccontare al mondo ciò che accade in Somalia, con una prospettiva che si contrappone a quella imposta dalla tradizione conservatrice. Dalla fondazione dell’emittente nel 2022 ad oggi sono stati trattati temi ignorati per lungo tempo, tra cui la disparità salariale, la violenza domestica, la vita delle donne incarcerate e le gravidanze precoci. Un impegno che è è valso alla testata la vittoria del prestigioso Press Freedom Award in occasione della cerimonia organizzata dall’ONG britannica One World Media lo scorso anno. Una storia che si intreccia a quella del Paese che hanno contribuito a raccontare e a migliorare.
La travagliata storia della Somalia indipendente
Dopo essere stata spartita in epoca coloniale tra Paesi europei (Italia, Regno Unito e Francia), il 1° luglio 1960 la Somalia è diventata uno Stato indipendente, con l’instaurazione di un governo democratico che, ai tempi, era visto come promettente. A distanza di soli 9 anni dall’indipendenza, in seguito all’assassinio del Presidente democraticamente eletto Abdirashid Ali Shermarke, ha avuto inizio il regime di Siad Barre, salito al potere con un colpo di stato e sostenuto prima dall’URSS e poi dagli Stati Uniti.
L’ex ufficiale dell’esercito ha governato per oltre 20 anni, passando da una politica incentrata su una campagna di nazionalizzazione e alfabetismo ad una gestione sempre più autoritaria del Paese, fino alla sua destituzione nel 1991. Il regime è crollato quando, dopo un tentativo fallito di invadere l’Ogaden (una regione etiope abitata da somali), Barre ha cominciato a perdere la sua popolarità e scagliarsi, con ferocia ancora maggiore, contro ogni presunto oppositore.
Milizie armate e gruppi di opposizione hanno assaltato Mogadiscio segnando la fine della sua dittatura, in una situazione caratterizzata da un crescente malcontento. Da allora il Paese è stato segnato dallo scoppio di una guerra civile in cui si sono contrapposte fazioni diverse e dall’ascesa dei signori della guerra, pronti ad approfittare dell’assenza di un governo centrale. La Somalia è stata definita uno “Stato fallito”, in cui ha trovato terreno fertile il movimento Al-Shabaab, affiliato ad Al-Qaeda. Dal 2012 e ancora oggi, il gruppo islamista compie attacchi terroristici e controlla porzioni del territorio. A tutto ciò si aggiungono i problemi ambientali e umanitari che la nazione ha dovuto affrontare nel corso degli anni: siccità e carestie non hanno fatto altro che stremare ancora di più la popolazione.
In questo contesto, la denuncia delle reporter di Bilan Media diventa fondamentale, con un progetto che punta i riflettori anche su questioni come la corruzione, la privazione di diritti, l’ampia disoccupazione giovanile e le carenze nel settore della sanità.
La battaglia delle giornaliste di Bilan Media
Dal 2010 in Somalia sono stati uccisi oltre 50 giornalisti, tra cui Mohamed Abukar Dabaashe, che ha perso la vita solamente lo scorso marzo in seguito ad un attentato di Al-Shabaab. Il Paese si è posizionato al 141esimo posto (su 180) nella classifica stilata da Reporter Senza Frontiere (RSF) a causa delle continue minacce alla libertà di stampa, non solo da parte del gruppo terroristico ma anche delle autorità: a febbraio 2024 erano tre i giornalisti in stato di detenzione, nel tentativo di metterli a tacere con la forza. Il rischio per le donne è ancora più alto, come spiegato dalle stesse reporter di Bilan Media.
Intervistata da The Guardian, la caporedattrice dell’emittente Fathi Mohamed Ahmed ha raccontato la reazione della famiglia dopo essere venuta a conoscenza della sua carriera nel mondo del giornalismo: «Quando mio padre scoprì la verità […] mi disse di smetterla immediatamente. Lavorare nei media avrebbe distrutto il mio futuro e portato vergogna a tutta la famiglia, diceva». Nonostante tutto, non ha fatto nemmeno un passo indietro. Come le altre giornaliste del Paese, che affrontano abusi ogni giorno, anche solo mentre si recano al lavoro nella loro sede di Mogadiscio.
«Ci sono state minacce da parte di funzionari governativi e gruppi islamici», hanno fatto sapere le fondatrici dell’emittente. Shukri Mohamed Abdi, la più giovane reporter del team, nel 2018 è stata presa di mira da un gruppo di terroristi proprio per via della sua attività. Cresciuta in una famiglia conservatrice, non ha mai smesso di seguire la sua passione, mossa da un solo obiettivo: fornire alle donne gli strumenti necessari per raggiungere l’indipendenza e assumere un ruolo rilevante all’interno della società.
Sono solo 6, in tutto, le reporter che compongono il team: provenienti da aree diverse della Somalia, si battono ogni giorno contro gli stereotipi di genere per cambiare la narrazione e far valere i diritti delle donne. Negli anni Bilan Media ha affrontato argomenti considerati tabù (come la tossicodipendenza tra la popolazione femminile, l’esclusione delle persone sieropositive dalla società o il modo in cui vengono trattati gli albini, vittime di discriminazioni e violenze in molti Paesi africani) e promosso un senso di empowerment e solidarietà come spiegato dalle giornaliste, che si sono impegnate per creare un ambiente di lavoro sicuro in cui poter gestire la loro produzione. I reportage vengono distribuiti a livello locale su Dalsan e internazionale tramite testate come BBC, Guardian e New Humanitarian.
Il progetto, inoltre, si pone l’obiettivo di formare le future generazioni di giornaliste collaborando con colleghi somali e internazionali e offrendo stage per le giovani studentesse di giornalismo di Mogadiscio: la testata intende investire non solo sul settore mediatico, ma anche sul lavoro femminile mettendosi in prima linea contro gli abusi.
Cindy Delfini


















































