«Memento»: un noir sulla frammentarietà dell'io e della memoria
Memento - C. Nolan, 2000 (ELLE)

Memento è il secondo lungometraggio del regista britannico Christopher Nolan risalente al 2000 e succedaneo al suo film d’esordio del 1998: Following. La sceneggiatura si basa sul racconto breve di Jonathan Nolan, fratello minore del regista, dal titolo Memento Mori pubblicato però dopo la realizzazione della pellicola. Dunque, per la durata complessiva di un’ora e cinquantatré minuti e con un budget di circa nove milioni di dollari, Nolan dirige un film noir contorto e maniacale il cui caposaldo è il totale stravolgimento delle comuni regole di fabula e intreccio.

In Memento, per l’appunto, il regista inglese sperimenta un montaggio a ritroso che spezza la trama in piccoli frammenti mescolati sostanzialmente in due scorrimenti temporali specularmente opposti: ventidue sequenze in bianco e nero sono associate ad altre ventidue sequenze a colori, in un’esposizione oscillante tra fiction e auto-inganno, tra sanità e follia, tra ordine e caos, tra fatti realmente verificatisi e interpretazioni onirico-soggettive. Solo nella quarantacinquesima sequenza le due linee temporali si ripiegano su loro stesse e collimano in un dénouement artificioso e circolare, trascendendo così la consequenzialità narrativa tipica dei racconti tradizionali. Difatti, al fine di realizzare una temporalità diegetica frammentaria, Nolan costruisce in maniera virtuosistica una narrazione concatenata e modellata sulla distorsione dell’io e sul disorientamento spazio-temporale.

Avviene così una de-soggettivazione del pensiero, che dà corpo alla dimensione prospettico-dialettica del plot, ossia un’inevitabile caduta in una patologica forma di soggettivismo che s’instaura a fondamento delle interpretazioni della realtà. Chiunque fruisca del film di Nolan è portato a immedesimarsi immediatamente con lo smemorato antieroe solitario e protagonista della storia, intrappolato nel groviglio d’un destino ineluttabile e in preda a uno sfasamento esistenziale frutto della non conoscenza degli accadimenti post-trauma e di un’elaborata sovversione del rapporto causa-effetto. Tale perturbante esperienza cognitiva condivisa fa sì che si crei uno spazio sottile dove intercorrono tra loro il ricordo, l’immaginazione, il sogno e la tangibilità in un perpetuum movens. Cosicché, il cinema diviene la realtà stessa e, di conseguenza, dal crogiolo proiettivo del tormentato mondo interiore di Leonard Shelby ha origine un’abissale analisi e riflessione sull’identità e sulla memoria.

Pertanto, Memento – in conformità agli stilemi del genere noir – ritrae il malessere individuale in quanto crisi d’identità, deflagrazione della temporalità, attrazione verso il vuoto, e ciò si districa forsennatamente in un labirinto rizomatico di mezze verità, di circostanze asfissianti, d’amori perduti e di fantasmi inconsci. In questo calderone di ribollenti impulsi, di scabrose fantasie, d’intricati enigmi, di deliranti alogicità e di forze oscure, è esclusivamente il determinismo fatalistico del passato a tracciare le sorti del futuro d’un soggetto ossessionato e lacerato che cerca disperatamente di ricomporre i cocci della propria esistenza ma senza una reale possibilità di redenzione.

«Nessun dolore è irreale: il dolore esisterebbe anche se il mondo non esistesse. Quand’anche fosse dimostrato che esso non è di alcuna utilità, potremmo ancora trovargliene una: quella di proiettare una certa sostanza nelle finzioni che ci circondano. Senza il dolore, saremmo tutti dei fantocci, non ci sarebbe più alcun contenuto dove che sia; con la sua sola presenza, esso trasfigura qualsiasi cosa, perfino un concetto. Tutto ciò che tocca è promosso al rango di ricordo; lascia traccia nella memoria, che dal piacere è solo sfiorata: un uomo che ha sofferto è un uomo segnato. Il dolore dà coerenza alle nostre sensazioni e unità al nostro io, e resta, una volta abolite le nostre certezze, la sola speranza di sfuggire al naufragio metafisico». (E. M. Cioran, La caduta nel tempo).

Memento
Christopher Nolan (IFQ)

Memento: genesi del trauma e scacco esistenziale

Il protagonista del cult movie diretto da Christopher Nolan è Leonard Shelby, trentenne intraprendente, slanciato e detective assicurativo sposato con Catherine, malata di diabete, di cui si prende costantemente cura iniettandole l’insulina. Un giorno irrompono nella loro dimora due uomini con il volto coperto che aggrediscono e stuprano la moglie, mentre lui, ucciso uno dei due malfattori, nell’accorrere in aiuto di lei viene tramortito dal secondo. Il forte trauma cranico compromette irreversibilmente la memoria breve di Leonard: sviluppa la Sindrome di Korsakoff e nella fattispecie la sintomatologia consiste nel manifestarsi di un’amnesia anterograda. Quindi non ricorda nulla di quello ch’è accaduto successivamente all’evento patologico, non riesce più a memorizzare alcunché e nell’arco di pochi minuti dimentica nomi, appuntamenti, fatti, pensieri e persone. Per cui, non riuscendo a immagazzinare più nuovi ricordi, il volto agonizzante della donna amata – che lui crede esser stata assassinata da un tale John G. – diviene l’ultimo ricordo fissato nella sua memoria.

«Devo credere in un mondo fuori dalla mia mente. Devo convincermi che le mie azioni hanno ancora un senso, anche se non riesco a ricordarle. Devo convincermi che, anche se chiudo gli occhi, il mondo continua ad esserci… allora, sono convinto o no che il mondo continua ad esserci? C’è ancora? Sì. Tutti noi abbiamo bisogno di ricordi che ci rammentino chi siamo, io non sono diverso. Allora, a che punto ero?». (Leonard Shelby in Memento).

Però Catherine, sopravvissuta alle violenze subite, tenta in tutti i modi di farlo rinsavire finché disperatamente, nel tentativo di testare la memoria del coniuge, decide di farsi somministrare più iniezioni d’insulina del previsto. Ciò risulta fatale ma Leonard non riesce comunque a consapevolizzarsi in merito alla reale causa del decesso di Catherine. Difatti, il trauma vissuto ha innescato un flusso di sensazioni incontenibili che alterano irreparabilmente l’equilibrio psichico del soggetto e determinano la messa in atto di difese patologiche. La sua mente disturbata, in preda alle allucinazioni dei flashback post-traumatici, allo scopo di neutralizzare il corrosivo senso di colpa rielabora fittiziamente il ricordo d’un tale commercialista di nome Sammy Jankins, vittima anch’egli di amnesia anterograda, con cui lo stesso Leonard avrebbe avuto a che fare per via della sua attività assicurativa in merito a un eventuale risarcimento. Così inizia a riflettere su quanto avvenuto alla consorte diabetica di Jankins che avrebbe deciso, con l’inganno delle lancette dell’orologio a ritroso, di farsi iniettare ripetutamente l’insulina sino alla morte pur di comprendere se il marito fosse stato cosciente o meno delle punture che avrebbe dovuto praticarle. Ma è lo stesso Teddy, poliziotto corrotto che segue il caso dell’omicidio, a rivelargli compassionevolmente che quanto accaduto a Sammy, in realtà, non è altro che una mera proiezione mentale frutto del rimosso.

Memento
S.Dalí – ”La disintegrazione della persistenza della memoria” (WikiArt)

Tuttavia, la sua vita è sciaguratamente divenuta una mappa indecifrabile in cui ogni tessera deve essere modificata, aggiunta o tolta in conformità allo stato delle sue indagini. La malsana spirale interpretativa è irrefrenabile, perciò Leonard – in balìa d’una coazione a ripetere – prosegue nell’escogitare stratagemmi per ripartire ogni volta da qualche dato ipotetico. La sua implacabile sete di vendetta non lo conduce a delle verità univoche, bensì soltanto alle esiziali conseguenze di determinate interpretazioni. Dunque, dopo l’esperienza del lutto, si ritrova in uno stato d’impotenza, di dissoluzione psico-fisica ed è inondato da stimoli d’origine endogena ed esogena.

«L’angoscia è la reazione originaria all’impotenza vissuta nel trauma, reazione la quale, in seguito, è riprodotta nella situazione di pericolo come segnale di allarme. L’Io, che ha vissuto passivamente il trauma, ripete ora attivamente una riproduzione attenuata dello stesso, nella speranza di poterne orientare autonomamente lo sviluppo». (S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia).

Il protagonista di Memento, divenuto ormai un Edipo impazzito, per rendere possibile la sua esistenza acquisisce una metodicità maniacale al fine di affrontare l’irrisolto, di ricostruire i fatti concernenti la sua tragedia e, infine, di vendicarsi su John G. Anzitutto trasforma il proprio corpo in un archivio della memoria, tatuandolo con scritte telegrafiche, cifre e appunti didascalici d’importanza per lui vitale. Poi porta con sé dei promemoria su cui appunta segnali, indicazioni, tracce e quant’altro potrebbe servirgli per orientarsi nel suo mondo costituito d’inganni e simulazioni. Infine, sua fedele compagna è una vecchia Polaroid con la quale stampa foto su foto e sul cui retro annota dettagli informativi su luoghi e persone, in cui s’imbatte giorno dopo giorno. Sicché, la sede della sua memoria non risiede più nella sua mente bensì è estroflessa e ancor più artefatta: risiede nella materialità del corpo e della scrittura.

Memento (Roger Ebert)

Leonard nella sua patologica transitorietà crede di poter scegliere, crede d’avere di fronte a sé la possibilità assoluta, ma è proprio l’indeterminatezza di tale situazione a farlo sprofondare costantemente nell’angoscia. Crede che tutto sia possibile; tuttavia, proprio quando tutto è possibile, è come se nulla fosse possibile: ogni possibilità a lui favorevole è annientata dall’infinito numero delle possibilità sfavorevoli. È l’infinità delle possibilità che rende insuperabile l’angoscia e ne fa la sua condizione immanente e fondamentale nel mondo. Cerca di stanare il colpevole, ma il suo è un colpevole cangiante, purché s’adatti ogni volta alle sue esigenze vitali e inconsce. Cosicché, la struttura del film evidenzia il dramma della gettatezza: l’esser-ci vive lo struggimento dell’essere gettato nella necessaria processualità degli eventi; da ciò non ne consegue un’agnizione bensì una tendenza a reiterare ad libitum una ricerca senza possibilità di concludersi efficientemente se non lasciando dietro di sé una scia di equivoci e di cadaveri.

Il detective Shelby vive all’interno di questa ciclicità, sopravvive grazie a questa ciclicità. Difatti, non potrebbe mai sapere di essersi fatto giustizia e se qualcuno glielo rivelasse cercherebbe di dimenticarselo, altrimenti la sua vita non avrebbe più alcuno senso. Pertanto, la segmentata trama di Memento traspone uno scacco esistenziale derivante dal deficit mnestico di Leonard: l’incapacità di ricordarsi di ricordare e di ricordarsi di dimenticare.

Memento: temporalità e mise en abyme della rimozione

Lo smemorato e inesausto Leonard, intrappolato in un loop senza fine, attinge dal passato manipolando il presente pur d’assicurarsi un futuro. Infatti, mediante la sua memoria retroattiva e selettiva rimuove e altera continuamente le tracce al fine di garantirsi una lettura obbligata e vantaggiosa successivamente: conservare a memoria futura solo ciò che gli consente di proseguire ostinatamente nella sua missione, per quanto chimerica, per quanto artificiosa. Egli cerca di sfidare la sua menomazione per mezzo dell’immagine fissa. Però, in virtù della propria patologia, è agito e crea così un mondo parallelo in cui sussiste un unico scopo che infonde significato supremo alla propria esistenza nel solco del rifiuto d’elaborare il lutto. Questa paradossale abilità demiurgica è ciò che escogita la sua coscienza come percorso della propria sussistenza.

Così, in questo circolo vizioso, il protagonista di Memento è vittima e punitore di se stesso, è martire e assassino, è inquirente e inquisito, nel suo accumulare spasmodicamente una dovizia di prove che fanno sì che alla realtà dei fatti vissuti subentri una verità edulcorata, immaginifica. Le indagini generano una proliferazione di significanti i cui significati si auto-eliminano nel tempo, così la memoria a breve termine crea fallaci griglie interpretative e auto-suggestioni labili. Se il soggetto dà continuità al mondo esclusivamente in funzione della propria percezione, istante per istante, allora non è più possibile distinguere tra passato e presente, tra vero e falso, tra realtà e sogno.

I ricordi sono un filtro, non sono il reale, sono asintotici rispetto ai fatti. Parafrasando Nietzsche: non vi sono fatti ma solo interpretazioni. Perciò, la mente vede quel che vuol vedere, modifica incessantemente la presunta oggettività del mondo e in un tale meccanismo atrofizzante l’illusione non si oppone alla realtà, è essenzialmente una realtà più sottile che avvolge la prima nel segno della sua scomparsa.

Dunque, immersi in un eterno crepuscolo tra verità e menzogne, soggetto e oggetto della ricerca si sovrappongono in virtù d’un processo di rimozione, dalla fine all’inizio è Leonard stesso che ha commesso l’uxoricidio. Quindi, in una sorta di a-temporalità à rebours, il capolavoro cinematografico di Nolan rimarca – mediante la mise en abyme della rimozione – la capacità di falsificare consciamente la percezione soggettiva del mondo per poi obliare la falsificazione medesima.

Memento
R. Magritte – ”La mémoire” (1948) (VSV)

«Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?». (W. Wenders, Il cielo sopra Berlino).

Gianmario Sabini

Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro Marx, Engels, Lenin, Nietzsche, Beethoven, Stravinskij, Carmelo Bene, John Bonham, i Black Sabbath, i King Crimson, i Pantera, gli Alice in Chains, i Tool, i Porcupine Tree, i Deftones e i Kyuss. Detesto il moderatismo, il fanatismo, la catechesi del pacifismo, il moralismo, lo psicologismo, la spocchia dei/delle self-made man/woman, la tuttologia, Calcutta, i Thegiornalisti e Achille Lauro. Abito e studio a Bologna, scrivo articoli per LP e per Intersezionale, suono la batteria, bevo sovente per godere dell'oblio. Morirò.

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