Fonte immagine: https://www.lucialibri.it/2020/03/25/fran-ross-labirinto-futuro/

Ci sono romanzi troppo avanti per i loro tempi. Oreo, della scrittrice afroamericana Fran Ross, è di sicuro uno di questi: uscito negli Stati Uniti nel 1974 nel silenzio generale, passò praticamente inosservato in un clima che comunque non era alieno alla sofisticatezza satirica di un Kurt Vonnegut o alla fusione stilistica di scrittrici quali Sonia Sanchez. Semplicemente il romanzo di Fran Ross sparì dai radar per decenni, sommerso da un silenzio ingeneroso e in parte incomprensibile. Forse perché è un libro che non sembra scritto nel 1974, ma che, come acutamente osserva Danzy Senna, viene da un futuro passato, chissà.
Questo fino a qualche anno fa, quando negli States hanno riscoperto quest’autrice dotatissima – anche se ormai troppo tardi: difatti Fran Ross è morta prematuramente nel 1984, dopo una carriera da autrice televisiva e nell’editoria, ma senza aver scritto altri romanzi.

Leggendo “Oreo” oggi, nel 2020, nell’ottima traduzione di Silvia Manzio per Sur, si comprende in parte perché un libro del genere non poteva purtroppo essere recepito all’epoca e perché, forse, non siamo ancora completamente pronti per poterlo assorbire – ma lo saremo mai?
Oreo è il famoso biscotto americano nero fuori e bianco dentro. È anche l’epiteto dispregiativo che si da a un afroamericano che cerca di comportarsi come un bianco. Ed è il soprannome di Christine, l’eroina del romanzo: una ragazza dalla lingua affilata, esperta di arti marziali e intelligentissima. Christine è figlia di due culture e colori all’apparenza impossibili da collegare: madre nera con la passione per il teatro, padre bianco ed ebreo che ha abbandonato la famiglia. La cultura afroamericana e quella ebraica sono quindi fuse in questa adolescente che è dinamite pura, cresciuta da una nonna materna mezza svitata, incomprensibile nel suo dialetto del Sud, e da un nonno letargico dalla forma di mezza svastica (viene spiegato nel romanzo il motivo, tranquilli). Ciò che viene fuori da queste premesse non è un personaggio femminile traumatizzato, fuori posto, debole e senza identità; al contrario: Christine/ Oreo è sicurissima di sé; sa chi è, cosa vuole e dove vuole arrivare (“Non si considerava minore in niente e di nessuno”). È irriverente, padroneggia l’umorismo yiddish e lo slang afro, non si tira indietro di fronte alle sfide e anzi le accetta perché sa di poter cavalcare la tigre. E vincerla. Lo stesso soprannome che le viene affibbiato per un bisticcio linguistico – la nonna voleva soprannominarla “Oriolo”, come un uccellino – lei lo rivendica come proprio senza alcun problema, perché sa di avere la faccia tosta di poterlo fare.

Copertina dell’edizione italiana di Oreo: https://www.edizionisur.it/catalogo/paese/stati-uniti/oreo/

Oreo è proprio questa contraddizione in termini su due gambe – e due bellissimi piedi, di cui va fiera come poche cose. Quello che non dovrebbe poter esistere, ovvero l’essenza di un melting pot impossibile, si fa carne e cervello, diventando simbolo di una vitalità trascinante. E infatti il romanzo è una picaresca frammentazione sia stilistica che linguistica. Lo schema narrativo dovrebbe essere quello di un bildungsroman: c’è una ragazza (Oreo) alla ricerca del proprio padre, da Philadelphia a New York, tramite deliranti indizi lasciatigli dalla madre, indizi talmente ambigui da dover essere indecifrabili; per trovare questo padre nella metropoli Oreo dovrà affrontare ogni genere di situazioni e pericoli dopo aver risolto gli indovinelli della materna sfinge. E infatti è ciò che accade: ci saranno bambini prodigio che parlano calchi dal francese, papponi arroganti e violenti, negozi di scarpe dal nome di anarchici russi di inizio secolo e famiglie di nani che finiscono le frasi in rima, tutti complici loro malgrado nello sviarla dall’obiettivo del suo Sacro Graal – un padre che vuole prendere a calci, sostanzialmente.

Fran Ross da subito ci tiene a mettere le cose in chiaro, ovvero che leggeremo questa storia a modo suo. Parte così una girandola di capitoli divisi in mini-sezioni in cui può accadere di tutto, tra cui (in ordine sparso): divagazioni surreali, metanarrazioni, equazioni, ritagli di giornale, scritte sui muri, test religiosi a scelta multipla, personaggi muti che parlano solo tramite nuvole di fumetti, stralci di menù culinari, e grotteschi problemi di matematica dalle soluzioni altrettanto folli (“P. Jim è andato a scuola sei volte più a lungo di Harry e tra 4 anni sarà andato a scuola due volte più a lungo di lui. Che classe di olio motore usa Jim? S. Il problema presuppone competenze in calcolo infinitesimale, termodinamica e cric. Non è giusto, e mi rifiuto di rispondere.”).
È in questa divertente labirinto stilistico che Oreo deve farsi strada, e con lei il lettore, per arrivare a un senso che solo nel finale si farà più esplicito. La stessa autrice in un segmento finale intitolato “Una chiave di lettura per i frettolosi, i non classicisti ecc.” ce lo spiega: in soldoni, Oreo non è altro che la rilettura postmoderna del mito di Teseo alla ricerca del padre Egeo – il tutto aggiornato in salsa black e metropolitana.

Dall’edizione digitale di Oreo

Subito dopo questa appendice ironica ne troviamo un’altra preziosissima, ovvero un glossario delle parole yiddish usate in tutto il romanzo: necessario in quanto l’altra caratteristica che rende unico il romanzo di Fran Ross è proprio l’impasto linguistico. Perché Oreo inventa nuovi linguaggi, parla di fantomatici ska-pe-lōt e gomi-tāt mentre sfoggia la sua abilità nelle arti marziali, ma sa anche destreggiarsi in ogni slang possibile della sua gente, siano essi afroamericani o ebrei. Per lei non è un gran problema citare i versi di un gospel e due minuti dopo lasciarsi andare a un’invettiva sul cibo kosher, associare passi dall’Antico Testamento a situazioni che in teoria proprio non lo richiederebbero e, per dire, allestire un incontro contro un magnaccia in un bordello che diventa un ring di lotta improvvisato – mentre un coro greco formato da prostitute commenta l’accaduto. Come scrive Alessandro Campaiola “Oreo sembra ballare al ritmo frenetico dei suoi sedici anni su un campo minato e uscirne illesa, con disarmante facilità“.

Fonte: https://rep.repubblica.it/pwa/rubrica/2020/04/06/news/la_lezione_di_oreo_piccola_e_folle_perla_ritrovata_degli_anni_70-253039959/

Nel futuro da cui arriva questo libro il razzismo sistemico è preso a calci nel sedere, e ogni identitarismo sfociato in nevrosi è sbriciolato dall’umorismo sfrenato e scorretto di un’autrice che questa storia sembra averla appena scritta – attraversando tutti i discorsi più ingombranti, dal sesso al razzismo, con una gioia quasi scandalosa e strizzatine d’occhio da stand-up comedian, per poi triturarli e lasciarseli dietro. Come fece Philip Roth con “Lamento di Portnoy”, l’invettiva iconoclasta verso la classe media bianca e le proprie origini diventa per Fran Ross un anelito di rifondazione, di ripensamento politico, l’urlo ribelle di una generazione stufa marcia di come vanno le cose (Alex Portnoy sbottava di volerla piantare “di lamentarci per le nostre sofferenze… e uscire all’aria aperta, e vivere!”). E una invettiva non guarda in faccia a nessun tabù, com’è giusto che sia. Come quando Oreo spiega al bambino nano Joe il motivo per cui deve essere grato che i suoi genitori siano affetti da nanismo:

«E quanto ai tuoi genitori… Ringrazia che non sono dei giganti come i miei».
Joe parve interessato. «Dici sul serio?»
«Quando Moe e Flo ti sculacciano, cosa senti?»
«Un solletichino», ammise Joe.
«Ora immagina cosa proveresti a buscarti un potch da un gigante. Ti assicuro che non te lo dimentichi. L’ultimo che ho preso risale a quando avevo sei anni. Ho ancora i segni».
«Me li fai vedere?», chiese allegramente Joe.
«La vedi la mia pelle? È un livido. Una volta ero bianca».
Joe strabuzzò gli occhi. «Non è vero».
«Ti direi mai una bugia?»
«Altroché».
«Come ti pare. Comportati bene o ti ammazzo».

Il consiglio è di mettersi comodi, insomma, e di lasciarsi trascinare da questo vortice di volgarità, prodezze linguistiche, situazioni grottesche e divertimento assicurato. Prima che Oreo scompaia di nuovo, nel futuro passato da dove è arrivata.

Nicola Laurenza

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui