come cambia il volto delle città: nuovi sfratti e gentrificazione
Bolognina, quartiere storico di Bologna (frontierenews.it)

Il nuovo anno si è aperto con la decisione di non prorogare ulteriormente il blocco degli sfratti: a rischio circa 100 mila persone, stando alle previsioni del sindacato Unione Inquilini: «In un momento critico come quello attuale, lo sblocco degli sfratti e la mancanza di un piano per l’edilizia popolare rappresentano un elemento ulteriore di instabilità sociale». La misura era stata introdotta dal Governo Conte II nel marzo del 2020 per alleggerire il peso economico causato dalla pandemia, gravante sugli inquilini nelle città. Sempre l’Unione Inquilini sottolinea che il numero di sfratti attuabili potrebbe rivelarsi anche più alto, considerando che «negli anni pre-Covid le richieste di esecuzione si aggiravano fra le 120 mila e le 150 mila l’anno», alle quali si aggiungevano fra le 50 mila e le 100 mila esecuzioni immobiliari per insolvenza di mutui o debiti.

I dati elaborati dal Ministero degli Interni constatano come negli ultimi 15 anni le richieste di esecuzione di rilascio degli immobili abitativi siano aumentate del 230%; il numero di sfratti eseguiti ha subito un incremento del 21,5%. Lo scorso novembre la Corte Costituzionale (nella sent. n. 213/2021) si è pronunciata sul blocco degli sfratti, riconoscendone la funzione sociale (ex art. 42 Cost.), ma solo in quanto misura temporanea, motivata dall’emergenza sanitaria. Ad oggi questo non sarebbe più giustificato, «avendo la compressione del diritto di proprietà raggiunto il limite massimo di tollerabilità.»

Sfratti e gentrificazione rendono il diritto all’abitare sempre più elitario

La Legge di Bilancio 2022 non ha designato adeguate risorse e strumenti per il contribuito all’affitto e alla morosità incolpevole; oltre a un piano di rigenerazione urbana che possa rispondere alle esigenze delle famiglie impossibilitate a reperire un alloggio sul libero mercato, che «metta al centro l’incremento dell’edilizia residenziale pubblica a canone sociale attraverso il recupero del patrimonio vuoto», lasciato alla polvere. La liberalizzazione del mercato delle locazioni, e quindi il venir meno dei canoni calmierati, la mancanza di investimenti in edilizia pubblica, ha reso l’abitare sempre di più una questione di classe: l’accesso alla casa è condizionato dalla disponibilità economica, materiale di ognunə. Sono in modo particolare giovani e precari a dover fare affidamento su reti sociali informali, quali le famiglie di origine per la loro affidabilità creditizia.

Nel 2004, secondo i dati Istat, l’81,6% delle famiglie in Italia erano proprietarie dell’immobile di residenza, mentre il restante 18,4% viveva in affitto; nel 2019 la percentuale dei nuclei residenti in un’abitazione di proprietà ha iniziato ad assottigliarsi, fino ad arrivare al 78,8%, con lo speculare aumento di quelli in affitto al 21,2%. Mediamente in Europa le spese abitative incidono fra il 21% e il 40% sul proprio reddito, mentre unə cittadinə su 20 abita in un immobile sovraffollato; si tratta di dati generali che non mostrano la specificità di ciascun Paese e categoria sociale. I costi abitativi gravano in modo particolare sulle famiglie a basso reddito: sono questi i nuovi affittuari. Sono in aumento, inoltre, le famiglie sulle cui spalle pesano i debiti con gli istituti di credito, anche sulla prima casa (3,6 mln, pari al 19,2%). Il rischio di esclusione e deprivazione abitativa incide particolarmente sui giovani, per i quali la mobilità verso le aree urbane più dinamiche comporta un aumento del costo dell’abitare, senza che questo sia compensato da un aumento dei salari.

Occupazione nella città di Bologna, in via Zampieri (Andrea Agrillo)

L’urbanizzazione come processo di accumulazione capitalistica nella prospettiva di David Harvey

Nel 1853 Napoleone III convocò Georges-Eugéne Haussmann a Parigi con l’ambizioso proposito di riprogettare l’intera città. Questo progetto di ristrutturazione urbana di keynesiana memoria contribuì all’assorbimento delle eccedenze di capitale e di manodopera che non trovavano adeguata collocazione. La città mutò radicalmente, come i suoi costumi. Parigi divenne l’arteria in cui confluivano il turismo e il consumismo più sfrenato. I caffè, i grandi magazzini e le esposizioni trasformarono l’individuo che attraversava le strade francesi. Il sociologo urbano Robert Park affermava che «l’uomo, nel creare la città, ha ricreato se stesso». L’urbanizzazione, da questo punto di vista, avrebbe plasmato numerose volte la nostra esistenza, il nostro collocarci nello spazio, e di conseguenza i nostri desideri. Nel 1868, però, il sistema finanziario e gli istituti di credito parigini crollarono a causa delle speculazioni; la città era ormai satura. 

David Harvey, sociologo inglese, nel suo volume Il capitalismo contro il diritto alla città, analizza i processi di urbanizzazione forzata teorizzando che questi siano un espediente economico del capitalismo per impiegare l’enorme eccedenza che esso stesso produce. Le città divengono concentrazioni geografiche di surplus produttivo, di cui il capitalismo si serve per allocare le eccedenze prodotte, attraverso nuove costruzioni, complessi residenziali e commerciali. Il capitalismo è alla continua ricerca di nuovo spazio, una volta che un luogo ha raggiunto la saturazione l’urbanizzazione necessita di espandersi. Aree urbanizzate sempre più ampie sorgono con il solo scopo di materializzare capitali, dove infrastrutture e servizi costituiscono un processo produttivo a tutti gli effetti.

David Harvey (flickr.com)

La ristrutturazione urbana si fonda sui concetti di allontanamento ed espropriazione, di cui sfratti e gentrificazione sono diretta conseguenza. Haussmann ricorse proprio al potere di espropriazione, in nome della pubblica utilità, perché permanesse al centro di Parigi solo l’alta società. Engels nel 1872 faceva notare che «i vicoli e vicoletti più scandalosi spariscono dietro la gran glorificazione che la borghesia fa di se stessa, ma rinascono ben presto altrove […] sono non eliminati ma solo spostati». Questo processo di espulsione, per via degli alti costi degli alloggi, e della vita quotidiana, trasforma i centri urbani. Il nostro muoverci nello spazio, le nostre abitudini risultano modellate dal tipo di consumi a cui abbiamo accesso all’interno (o fuori) il grande magazzino che è la città; non è l’incontro con l’Altro a plasmarci. I luoghi di socializzazione, esuli dal consumo, si riducono sempre di più, in un’atomizzazione sociale e isolamento dal quale è sempre più difficile sfuggire.

Le città che si trasformano, un esempio italiano

Il venir meno dell’edilizia residenziale pubblica dalle politiche infrastrutturali, di qualsiasi meccanismo di pianificazione e calmierazione dell’offerta abitativa, ha fatto in modo che fosse il libero mercato a dettare le regole. In città come Bologna ha avuto un impatto dirompente, inoltre, il turismo massivo, che ha portato, nel corso degli anni, al rincaro degli affitti, «con la conseguente espulsione di studenti e classi popolari – privi di reale potere negoziale – verso le periferie e la radicale trasformazione del centro storico a favore delle esigenze turistiche e commerciali». 

La Bolognina, prima quartiere operaio, e in cui ora è in atto un processo di riqualificazione, con il continuo sorgere di nuove costruzioni, ben lontane dall’essere accessibili a chiunque, potrebbe costituire un esempio delle teorizzazioni di Harvey. Il centro storico ormai saturo rende necessaria la trasformazione dello spazio, non solo all’interno del quadrilatero, cuore pulsante della città, ma anche nei vicini quartieri. È proprio da qui che passa la gentrificazione, l’espulsione degli antichi residenti che non si confanno al nuovo, e la necessaria «riqualificazione estetica». Ne è un esempio lo Student Hotel, studentato di lusso nato con il proposito di riunire studentə e giovani imprenditori al fine di «conoscersi e scambiare idee», in stanze che arrivano a costare anche mille euro. Al suo posto prima sorgeva lo stabile ex-Telecom, che fino al 2015 aveva ospitato circa un centinaio di famiglie, costituendo la più grande occupazione degli ultimi anni nel nord-Italia.

Sgombero occupazione stabile ex-Telecom nella città di Bologna (Michele Lapini, internazionale.it)

Al capitalismo che modella lo spazio (abitabile) e il tempo (di vita), ovunque si contrappongono gruppi tesi a sovvertire le attuali logiche urbane. Da più parti arriva la richiesta di una città che metta al centro gli interessi collettivi. In tal senso, la città può essere intesa quale terreno geografico di scontro, da parte di tutti coloro che producono e riproducono i centri urbani, e che vengono continuamente estromessi dai processi decisionali al suo interno. Emergono dei tentativi di resistenza, dalle occupazioni abitative (fra le più recenti è da ricordarsi quella in via Zampieri), alle manifestazioni e presidi di sindacati e collettivi studenteschi, al fine di rivendicare un potere decisionale sulle città e quanto in queste prodotto, per andare oltre l’ivi presente modello di socializzazione, per una città che sia a misura di tutte le persone che vi risiedono e dei loro desideri.

Celeste Ferrigno

Nata all'alba del nuovo millennio in una malinconica provincia del Sud, ora studio a Bologna. Il suono delle campane mi accompagna da tutta la vita in questa laica Italia - mi trovo sempre a vivere nei dintorni delle chiese. Mi piace scegliere bene le parole da dire. Anticapitalista e queer.

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